Le 12 ore di Giorgia Meloni prima di criticare gli attacchi di Trump al papa
Alla mattina aveva deciso di temporeggiare per non inimicarsi Trump, ma da lì in poi è andato tutto malissimo

All’alba di lunedì mattina, sia la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sia il ministro degli Esteri Antonio Tajani erano informati degli attacchi veementi di Donald Trump contro papa Leone XIV. Sia l’ambasciata italiana negli Stati Uniti sia i funzionari dell’ufficio diplomatico di Palazzo Chigi lo avevano detto a entrambi. Le agenzie di stampa italiane ne avevano dato notizia prima alle 3:12 della notte italiana, quando il presidente statunitense aveva pubblicato il suo post sul suo social network Truth, e poi di nuovo alle 7, quando Trump aveva ribadito le critiche parlando a un evento pubblico. Sono passate altre 11 ore prima che Meloni criticasse quegli attacchi.
Inizialmente Meloni ha deciso di attendere. Poi, alle 9:41, ha pubblicato una nota in cui faceva gli auguri a Leone XIV «per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa». Nel comunicato, tutto incentrato sul senso della missione del papa in Africa, non c’era alcun riferimento, neppure indiretto, agli attacchi di Trump. L’intenzione era evidentemente evitare qualsiasi presa di posizione, nella speranza che l’incidente diplomatico – per la verità clamoroso – potesse ridimensionarsi.
Mentre Meloni pubblicava quel messaggio, però, Leone XIV stava per atterrare ad Algeri. Durante il volo aveva incontrato i giornalisti presenti a bordo, decidendo dunque di rispondere alle prevedibili domande che gli sarebbero state rivolte sulle parole di Trump. A quelle domande Leone XIV aveva risposto con inusuale fermezza. Era del tutto legittimo attendersi che un papa non replicasse a degli attacchi così sguaiati di un capo di Stato, per quanto potente come Trump, e che semmai le sue reazioni venissero lasciate trapelare in modo meno diretto.
Invece Leone XIV aveva evidentemente scelto una strategia comunicativa diversa: replicare a tono, con assertività, al presidente degli Stati Uniti.
A quel punto era chiaro che le intenzioni del Vaticano non erano affatto di ridimensionare lo scontro, ma semmai di esasperarlo, nella convinzione di avere delle buone ragioni da spendere e di poter gestire il conflitto da una posizione di forza. È in quel momento che sono iniziati ad arrivare i primi significativi commenti da parte dei leader politici del centrosinistra, tutti desiderosi di mostrare solidarietà al papa e di condannare la condotta di Trump.
A destra, invece, è durato a lungo l’imbarazzo: finché Meloni non interveniva, tutti gli altri avevano remore a esporsi. Lo ha fatto il deputato Giangiacomo Calovini di Fratelli d’Italia, espressione dell’ala moderata del partito, capogruppo in commissione Esteri. Durante una trasmissione a Sky TG24 è stato il primo a criticare esplicitamente le parole di Trump.
Poi in Fratelli d’Italia c’è stata una strana attesa. All’ora di pranzo i deputati e i senatori che chiedevano indicazioni sulla posizione da tenere coi giornalisti venivano ammoniti da Giovanni Donzelli, uno dei più importanti dirigenti del partito, a essere cauti, a evitare riferimenti diretti, insomma a prendere tempo. Lo stesso capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami a un certo punto ha manifestato con alcuni colleghi un certo scetticismo.
È stato proprio lui, insieme all’europarlamentare Nicola Procaccini, a intervenire direttamente poco dopo l’ora di pranzo. «Piena e forte solidarietà al Santo Padre Leone XIV per gli inaccettabili attacchi subiti», ha dichiarato Bignami. «Esprimo sconcerto per le parole del presidente Trump contro Leone XIV», lo ha seguito Procaccini poco dopo.
Anche da parte del ministro degli Esteri Tajani, leader di Forza Italia, fino a quel momento c’era stata una estrema cautela. In mattinata, poco prima di Meloni, aveva pure fatto gli auguri a Leone XIV per il suo viaggio in Africa, su X: anche in quel caso non c’erano stati accenni a Trump, ma anzi un riferimento specifico alla guerra in Sudan. Tre ore dopo, da Beirut, in Libano, dov’era in missione, aveva fatto una lunga e verbosa dichiarazione di stima e ammirazione per il papa, di nuovo senza il minimo commento alle parole di Trump.
Tra i leader della coalizione si era distinto solo Matteo Salvini, il segretario della Lega. Alle 9 e mezza del mattino, intervistato su Telelombardia, aveva detto che «attaccare il papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale per miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare».
Nel frattempo, però, la pressione delle opposizioni nei confronti del governo è aumentata. Già alle 8 e mezza del mattino Matteo Renzi era stato il primo a criticare le timidezze e i silenzi di Meloni. Un paio d’ore più tardi la segretaria del PD Elly Schlein aveva aperto la sua relazione davanti alla direzione nazionale del partito proprio esprimendo solidarietà al papa, e stigmatizzando le parole di Trump. Lo stesso aveva fatto poco dopo Giuseppe Conte, incalzando di nuovo Meloni.
Alle 3 del pomeriggio alla Camera il deputato del PD Andrea Casu aveva detto che «il governo italiano deve reagire con nettezza, con parole inequivocabili e definitive di condanna». Tra i banchi di Fratelli d’Italia aveva preso la parola Giandonato La Salandra dopo qualche secondo di incertezza, dicendo: «Semplicemente per associarmi alla solidarietà manifestata al Santo Padre da parte del gruppo di Fratelli d’Italia, null’altro».
In altre circostanze la trafila delle dichiarazioni sarebbe stata tutto sommato trascurabile. Ma in questo caso è significativa, proprio perché rende l’idea di un’atmosfera di strana sospensione: col passare delle ore, in tanti esponenti di Fratelli d’Italia hanno compreso che quell’attendismo non era politicamente sostenibile, ma nessuno osava sbilanciarsi più di tanto proprio perché da parte di Meloni, e dei suoi più stretti collaboratori, non venivano dati segnali.
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Le opposizioni avevano tutto l’interesse a fomentare la polemica. Un po’ per il sincero sconcerto di fronte ad attacchi senza precedenti rivolti dal presidente statunitense a un papa. Un po’ perché, con la sua netta condanna della condotta degli Stati Uniti e di Israele nelle ultime settimane, Leone XIV offriva un autorevole appiglio alle posizioni pacifiste e anti-trumpiane del centrosinistra. E un po’, più banalmente, perché era chiaro l’imbarazzo di Meloni: leader di un partito che si rifà ai valori di Dio, patria e famiglia, conservatrice convinta e sempre attenta ad assecondare certe sensibilità del Vaticano, la presidente del Consiglio ha anche vantato per più di un anno una relazione di speciale vicinanza a Trump. Il conflitto tra Leone XIV e Trump la metteva dunque in una posizione di estrema difficoltà.
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Il conflitto tra il papa e Trump va avanti da mesi, in modo sempre più conclamato. Il Vaticano, attraverso il segretario di Stato Pietro Parolin o direttamente per bocca del papa, ha criticato le scelte di Trump e Netanyahu su Gaza, sul Venezuela, sull’Iran, sulla costituzione del Board of peace, sul Libano, e lo ha fatto con toni sempre più assertivi (il Board of peace è il comitato internazionale promosso da Trump che dovrebbe gestire la transizione nella Striscia di Gaza).
Nel frattempo l’episcopato statunitense criticava le condotte di Trump anche sul tema della sicurezza interna e sul contrasto all’immigrazione. Da gennaio, in particolare, questo dissidio era diventato palese, almeno a livello diplomatico.
La scorsa settimana, a ridosso della scadenza dell’ultimatum dato da Trump all’Iran, e di fronte alle minacce del presidente americano di annientare un’intera civiltà, Leone XIV aveva detto che «questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran» non era accettabile. Aveva invitato tutti a pregare, ma anche i membri del congresso statunitense a «dire che non vogliamo la guerra». Era un appello a deputati e senatori statunitensi, e in particolare a quelli Repubblicani, affinché facessero pressioni per dissuadere Trump dai suoi propositi più bellicosi.
In tutte queste occasioni Meloni aveva mostrato un certo affanno. Per un presidente del Consiglio italiano, gli Stati Uniti e il Vaticano sono tradizionalmente i due principali riferimenti da seguire in politica estera. Nel momento in cui entrano così dichiaratamente in conflitto diventa difficile orientarsi. Per Meloni è tutto oltremodo complicato dal desiderio di assecondare Trump, di non indisporlo, o di farlo solo quando è costretta. Ma anche in questa fase in cui la presidente del Consiglio sta cercando di mettere una certa distanza tra lei e Trump, consapevole com’è che questa presunta vicinanza le nuoce a livello elettorale, è costretta ad agire con estrema cautela.
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Significativamente, in tutte le circostanze in cui negli ultimi mesi il Vaticano ha criticato le iniziative di Trump e di Netanyahu, Meloni ha dovuto progressivamente adeguarsi. È successo con il riconoscimento dello Stato di Palestina, cui la presidente del Consiglio è sempre stata risolutamente contraria salvo poi correggere il tiro dopo che Leone XIV aveva giudicato utile l’iniziativa. È successo con il Venezuela, dove l’ambiguità di Meloni rispetto all’operato di Trump aveva rischiato di generare anche complicazioni nella liberazione del cooperante Alberto Trentini. È successo con il Board of peace, al quale Meloni si era detta subito entusiasta di partecipare, ma aveva poi dovuto ridimensionare non poco il suo entusiasmo quando il Vaticano aveva criticato quest’organismo.
Ed è successo anche con l’Iran: la critica di Meloni contro le minacce più scellerate di Trump è stata fatta («La popolazione civile iraniana non può e non deve pagare il prezzo delle colpe dei propri governanti») martedì scorso, poco dopo le dichiarazioni di Leone XIV.
Tutta questa tensione, ovviamente, ha avuto un ruolo decisivo nel suggerire a Meloni un attendismo esasperato, quando il conflitto tra il papa e Trump è infine deflagrato. L’interesse elettorale nel prendere le distanze dal presidente statunitense ha cozzato coi timori di indisporre il presidente stesso, le cui reazioni sono quasi sempre imprevedibili; ma questa cautela ha cozzato a sua volta con l’evidenza di un dissidio clamoroso, e con l’irritazione di Leone XIV per l’attacco subìto.
Meloni ha semplicemente sperato che la polemica si spegnesse, forse non comprendendo in modo istintivo la portata notevolissima dell’incidente diplomatico, o forse non volendo assecondare le richieste delle opposizioni. Alla fine, però, ha dovuto correggere il tiro, adeguandosi proprio alle istanze dei leader del centrosinistra.
Così, poco dopo le 18, Meloni ha dovuto fare un nuovo comunicato in cui, pur con toni risentiti verso chi l’aveva criticata, esprimeva un giudizio finalmente inequivoco. «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra».
Trump non l’ha presa bene, e intervistato dal Corriere della Sera ha criticato Meloni per la prima volta, dopo averla elogiata spesso in passato: «Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo […] È molto diversa da quello che pensavo».



