È difficile avere foto dei danni nei paesi del Golfo
Sono state arrestate centinaia di persone che le hanno diffuse online: c'è una ragione di sicurezza, e una di propaganda

Da quando è iniziata la guerra in Medio Oriente le monarchie arabe del Golfo sono diventate molto attente a ciò che viene pubblicato online. È una cosa comune in tempo di guerra ma questi governi, già illiberali, stanno controllando tutto quello che viene diffuso con metodi repressivi che limitano anche la libertà di stampa. Centinaia di persone sono state arrestate per aver fatto circolare immagini o video che, a giudizio delle autorità, mettevano a rischio la sicurezza nazionale.
Non abbiamo dati completi, ma sappiamo per esempio che nel primo mese di guerra il Qatar ha arrestato 313 persone con l’accusa di aver pubblicato immagini che potevano generare disinformazione o allarmismo. Nell’emirato di Abu Dhabi, il principale degli Emirati Arabi Uniti, gli arresti sono stati 375. Ci sono stati casi anche in Bahrein e Kuwait, dove per esempio tre persone sono state arrestate per un video satirico che secondo le autorità «si prendeva gioco» degli effetti della guerra.
Le accuse e le conseguenze penali possono variare in base alle circostanze e alle leggi dei singoli paesi, ma avendo a che fare con l’interesse e la sicurezza nazionali possono comportare pene severe, come multe o detenzioni prolungate. In almeno un caso in Bahrein è stata chiesta la pena di morte per un gruppo di persone accusate di «spionaggio» per aver filmato un attacco iraniano.

Un edificio del quartiere finanziario di Dubai colpito dai detriti di un attacco iraniano intercettato, 13 marzo 2026 (AP Photo/Altaf Qadri)
Limitazioni di questo genere possono avere due ragioni. La prima è di tipo militare, e ha realmente a che fare con la sicurezza. Pubblicare online foto o video delle conseguenze di un attacco iraniano su un impianto petrolifero, per esempio, significa anche fornire all’Iran informazioni preziose sui danni inflitti, e su come eventualmente farne di peggiori.
Non è una tutela che usano solo i paesi del Golfo, ma anche Israele e gli Stati Uniti (tra gli altri), che hanno chiesto alle società che forniscono immagini satellitari di non pubblicare (o pubblicare con ritardo) quelle che mostrano le aree coinvolte nella guerra. Il regime iraniano ha interrotto quasi del tutto la connessione internet, come aveva già fatto durante le enormi proteste di gennaio e in altre situazioni di crisi.
La seconda ragione ha più a che fare con la propaganda. Uno dei pilastri fondanti delle economie del Golfo, oltre al petrolio, è la sicurezza. Negli anni questi paesi si sono creati l’immagine di un’area benestante e sicura in una regione, la penisola arabica, tendenzialmente instabile e pericolosa. Questo negli anni ha permesso loro di attirare turismo, professionisti, aziende e investimenti, e ha contribuito sostanzialmente alla loro crescita economica.
Le immagini degli attacchi iraniani su alcuni dei luoghi più simbolici di questa identità, dagli alberghi a cinque stelle ai quartieri residenziali di lusso, hanno rischiato di danneggiare gravemente la loro reputazione, e di conseguenza di aggravare l’impatto economico negativo della guerra. Questo si applica soprattutto a Dubai, forse la città che meglio rappresenta questo modello.

Uno dei primi attacchi sulla città di Dubai, 1° marzo 2026 (AP Photo/Altaf Qadri)
– Leggi anche: L’invenzione di Dubai
E infatti dall’inizio della guerra le autorità sono state molto attente a tutelare l’immagine della città: sia attraverso video propagandistici con cui cercano di sminuire le conseguenze degli attacchi sulla vita quotidiana, sia attraverso le minacce di arresti, espulsioni o revoca delle licenze.
L’effetto si è visto subito. Se nei primi giorni era frequente incappare in video allarmati o spaventati di influencer, modelle e in generale delle persone facoltose con un seguito social che vivono a Dubai, poco dopo è diventato molto più frequente vederli decantare le lodi della città e dei suoi sistemi di difesa.
Molti degli arresti riguardano cittadini stranieri, che sono la maggior parte degli abitanti dei paesi del Golfo: questo in alcuni casi può complicare la loro difesa. Sono perlopiù lavoratori migranti dall’India e dal Sudest asiatico, ma anche turisti o persone occidentali che si sono trasferite lì.
Detained in Dubai, un’organizzazione che si occupa di tutela dei diritti processuali degli stranieri negli Emirati Arabi Uniti, dice anche che gli arresti sono spesso arbitrari e non riguardano solo chi pubblica immagini o informazioni sugli attacchi. Citano per esempio il caso di alcuni cittadini canadesi, russi e tedeschi arrestati per aver inviato privatamente ai propri familiari video che mostravano i danni di un attacco con un drone.
– Ascolta Globo: Sapete elencare i paesi del Golfo?, con Claudio Fontana
Sono stati coinvolti anche operatori dei media. Lo scorso 17 marzo un giornalista è stato arrestato negli Emirati Arabi Uniti per aver raccolto immagini nella città di Fujairah, importante per lo stoccaggio del petrolio e colpita da vari attacchi iraniani. Non è chiaro cosa avesse filmato ma secondo le autorità non aveva i permessi per farlo. Sempre negli Emirati la piattaforma X ha cancellato vari account su richiesta del procuratore generale: tra questi, anche quelli di vari giornalisti e dell’emittente saudita Al Arabiya.
Secondo l’associazione Reporters Sans Frontières in molti di questi casi la protezione della sicurezza nazionale è diventata un «pretesto» per «criminalizzare» l’attività giornalistica. Un giornalista che vive a Doha, in Qatar, ha detto che «è diventato impossibile andare in giro con una telecamera per strada», e sulle agenzie di fotogiornalismo col passare delle settimane si sono viste sempre meno immagini dai paesi del Golfo.



