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  • Venerdì 10 aprile 2026

L’ultramaratona nel Sahara che finiscono quasi tutti

La Marathon des Sables esiste da 40 anni, continua a venire molto bene in foto e i partecipanti sono sempre di più: ma molti la fanno camminando

Alcuni partecipanti alla Marathon des Sables del 2018, nel sud del Marocco (AP Photo/Mosa'ab Elshamy)
Alcuni partecipanti alla Marathon des Sables del 2018, nel sud del Marocco (AP Photo/Mosa'ab Elshamy)
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È in corso in questi giorni la quarantesima edizione della Marathon des Sables – The Legendary, la leggendaria. Spesso abbreviata in MDS, è una corsa a piedi lunga 250 chilometri, composta da sei tappe nella regione di Drâa-Tafilalet, a sud-est del Marocco. Il traguardo finale è a Ouarzazate, una città del Marocco al limite del deserto del Sahara, e proprio nel Sahara si trova tutto il percorso.

Come ormai succede per molti eventi simili e di simile successo, sotto al nome “Marathon des Sables” sono anche riuniti sette formati di gare di diversa lunghezza, fatte in altri momenti dell’anno e in altre aree del mondo. È un segno di come e quanto anche la corsa su lunghe distanze e in condizioni estreme sia sempre più popolare, parte di un trend – che non piace a tutti – che sta portando a diversi tentativi di allargare e democratizzare la partecipazione a gare di questo tipo, che provano a essere sia estreme che alla portata di molte persone.

La MDS si corre per una settimana. Le prime tre tappe misurano fra i 30 e i 40 chilometri e la più lunga e provante è la quarta, lunga 100 chilometri. Restano poi la quinta, che è lunga quanto una maratona, e poi la sesta, lunga solo 21 chilometri.

Quest’anno il più veloce nella quarta tappa è stato l’atleta marocchino Mohamed El Morabity, che ha percorso 100 chilometri in 8 ore e 24 minuti. Ma c’è anche chi l’ha fatta tutta camminando, e dormendo in mezzo, dato che il tempo massimo era di 48 ore. È la differenza tra chi fa la MDS per vincerla e chi la fa con l’obiettivo di finirla.

La Marathon des Sables esiste dal 1986 e alla prima edizione parteciparono in 23, quasi tutti francesi. Se l’era inventata il fotografo francese Patrick Bauer, che due anni prima aveva attraversato il Sahara da solo e in totale autonomia, percorrendo senza GPS 350 chilometri in 12 giorni, con uno zaino di 35 chili. Dal 2023 la MDS è proprietà di Cyril Gauthier, un imprenditore francese che l’aveva corsa in passato e che già da alcuni anni aveva comprato alcune quote della società che controlla l’evento e che ultimamente si è occupato soprattutto dell’espansione nel mondo delle altre gare a marchio MDS.

Quando si pensa a una gara nel deserto (anche non una gara di corsa, come per esempio il Dakar Rally, che comunque da anni ha cambiato deserto) si pensa anzitutto alle dune di sabbia. In realtà – e nonostante il nome Marathon des Sables, “maratona delle sabbie” – la sabbia ricopre solo il 30 per cento del percorso della gara. Il resto del percorso è un misto di terreni di altro tipo, spesso non più semplici della sabbia. C’è il deserto roccioso, chiamato Reg, che è pianeggiante e ricoperto di ciottoli di ghiaia. Ci sono gli Jebel, montagne difficili da affrontare sia in salita che in discesa. E poi ci sono i letti in secca dei fiumi, con il fondo di sabbia finissima o fango secco che sembra cemento.

Un pezzo della quinta tappa, 13 aprile 2018 (AP Photo/Mosa’ab Elshamy)

Per gran parte della sua storia la MDS è stata una gara estrema, spesso pericolosa. Nel 1994 l’ultra-maratoneta Mauro Prosperi si perse durante una tempesta di sabbia e sopravvisse per nove giorni prima di essere ritrovato in Algeria.

Oggi molte cose sono cambiate. Tutti i partecipanti indossano un localizzatore GPS sullo zaino su cui c’è anche un pulsante SOS da premere in caso di necessità e, più in generale, la stessa MDS è diventata più grande e organizzata, al punto da essere considerata da certi atleti un evento ormai troppo mainstream, che ha perso insomma la sua identità originaria di avventura estrema e rischiosa.

Un momento della quarta tappa, di notte, 12 aprile 2018 (AP Photo/Mosa’ab Elshamy)

Non che adesso sia una passeggiata, ma più aiuti e più regole la rendono certo meno proibitiva. Durante la gara ci sono punti per il rifornimento d’acqua ogni 10 chilometri; e al traguardo di ogni tappa i partecipanti ricevono alcuni litri d’acqua da farsi bastare per il giorno successivo: per bere, ma anche per cucinare e lavarsi i denti.

Per il resto, la MDS rimane comunque una gara in autosufficienza. Gli organizzatori consigliano ai partecipanti di portarsi uno zaino dal peso massimo di 9 chili, che contenga cibo liofilizzato per tutta la durata della gara più tutta una serie di oggetti obbligatori necessari alla sopravvivenza: uno specchietto di segnalazione, un fischietto, un accendino, una tazza, un pentolino e una pompa aspiraveleno. Anche il sacco a pelo e la carta igienica bisogna portarseli da casa.

Avere uno zaino quanto più leggero possibile è una delle preoccupazioni più grandi ed esistono diversi blog dove i partecipanti scrivono guide molto dettagliate su come prepararli. C’è chi ha raccontato di aver tagliato il manico dello spazzolino da denti per risparmiare un paio di centimetri di spazio e nove grammi di peso sulle spalle.

Un’atleta esulta perché è vicina al checkpoint, 13 aprile 2018 (AP Photo/Mosa’ab Elshamy)

E poi c’è tutta la questione di come ci si allena per affrontare il deserto, quindi un posto senza ombra, con un clima molto secco e con grossi sbalzi di temperatura, dato che ci sono in media 30 gradi di giorno e 14 di notte. Per allenarsi, qualcuno si è preparato una “stanza delle torture” che sembra una «cella frigorifera di una macelleria e dall’interno ricordava piuttosto la fucina di un fabbro», dentro cui correre sul tapis roulant a 40 gradi. Ma c’è pure chi si è arrangiato correndo in una stanza con un forno acceso e aperto.

– Leggi anche: Allenarsi con il caldo

Sono allenamenti piuttosto proibitivi ed estremi, eppure gli organizzatori della MDS dicono che il 90 per cento dei partecipanti alla Legendary (la gara storica che si sta correndo in questi giorni) riesce a finirla. Al netto di difficoltà non ordinarie e impreviste, dei 1500 partecipanti iscritti quest’anno alla Legendary, circa 1300 dovrebbero arrivare al traguardo di Ouarzazate.

Secondo i dati ufficiali aggiornati al 2025 la velocità di percorrenza media è di circa 5,5 chilometri orari, cioè una camminata spedita ma non troppo.

«In questo tipo di gare c’è chi va per la prestazione e chi va per il viaggio», dice al Post Francesca Billi, una runner amatoriale e mental coach che ha corso la MDS nel 2019. «Io non sono un’atleta particolarmente performante, però quando sono in gara e indosso un pettorale poi onoro tutta la preparazione che ho fatto». Quello di Billi è un atteggiamento diffuso tra le persone che partecipano. Molte desiderano solo prendere parte a un’esperienza indimenticabile, difficilmente ripetibile altrove.

Procedere con un passo abbastanza tranquillo è possibile perché la MDS è una gara che, dice Billi, «ha i cancelli abbastanza larghi». I cancelli sono i checkpoint a cui si deve arrivare entro un tempo massimo, pena l’eliminazione.

Sono invece più proibitivi i prezzi. Per la Legendary la quota è di circa 4mila euro, che oltre all’iscrizione, l’assicurazione, la medaglia e il pacco gara (le classiche cose da una gara di un giorno) comprende l’acqua, l’affitto delle tende tra una tappa e l’altra e due notti in albergo a Ouarzazate. I voli e l’attrezzatura specifica per la gara, però, non sono inclusi.

Ciononostante, le partecipazioni sono in crescita, soprattutto tra chi cammina. Nel 1996 la MDS “Legendary” fu completata da 177 persone, nel 2006 da 585 e nel 2016 da 973. E come accade per le maratone, a partecipare sono soprattutto atleti e atlete amatoriali.

Una tempesta di sabbia durante l’edizione della leggendaria del 2018 (AP Photo/Mosa’ab Elshamy)

Chi fa ultramaratone e trail running a livello agonistico, però, oggi è piuttosto critico della MDS – un evento che, tra l’altro, si è ampliato e si sta ampliando con gare e formati in tutto il mondo, spesso più semplici e accessibili della leggendaria.

Secondo lo stesso fondatore Patrick Bauer, la nuova Marathon des Sables si è snaturata e ha perso la centralità del viaggio e dell’esplorazione che stava alla base dell’idea iniziale. Anche Francesco Puppi, tra i più forti trail runner del mondo, ha detto al Post di essere «scettico»: non ha mai partecipato alla MDS e considera gare come questa troppo «mainstream» e poco rilevanti dal punto di vista tecnico.

Secondo lui, ciò che attira centinaia di amatori – disposti a spendere migliaia di euro per vivere un’esperienza estrema ma accessibile – è anche ciò che rende la MDS poco interessante, e in parte problematica, per un professionista come lui.

Pur essendo favorevole a gare in cui atleti d’élite e amatori corrono insieme, Puppi ritiene che nel caso della MDS si generi un fraintendimento: l’idea che basti arrivare al traguardo per essere considerati degli «eroi», indipendentemente dalla prestazione.

La retorica dell’esperienza che cambia la vita, sostenuta dall’organizzazione stessa anche sul sito ufficiale, ha poco a che fare con lo sport competitivo, conclude Puppi. Per un professionista non è importante concludere una gara, ma come la si conclude.

Anche nello sport amatoriale la prestazione e la competizione (anche solo con se stessi) contano, ma non sono sempre una priorità. Anzi, per chi non è un atleta a tempo pieno, arrivare in fondo può già coincidere con una buona prestazione, soprattutto in gare lunghe e dure come questa – una ultramaratona nel Sahara che finiscono quasi tutti.