La crisi energetica non finirà insieme alla guerra

Anche se il cessate il fuoco dovesse reggere ci vorranno mesi, se non anni, per riportare la produzione ai livelli di prima

Un uomo fa rifornimento in un distributore di Aurora, in Oregon, negli Stati Uniti, il 7 aprile
Un uomo fa rifornimento in un distributore di Aurora, in Oregon, negli Stati Uniti, il 7 aprile (AP Photo/Jenny Kane)

La sospensione della guerra in Medio Oriente, con il cessate il fuoco di due settimane accettato da Iran e Stati Uniti, non significa che la crisi energetica svanirà nel nulla. Nel migliore dei casi ci vorranno molti mesi per tornare a una situazione paragonabile a quella pre-guerra, nel peggiore anche di più. Molte delle conseguenze sul prezzo di petrolio e gas naturale o del combustibile per aerei, per esempio, si sentiranno ancora a lungo.

Dipende anzitutto dai danni alle infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo Persico, che sono tra i maggiori produttori di petrolio e gas naturale al mondo, e da quanto tempo ci vorrà per ripararli dopo cinque settimane di ininterrotti attacchi iraniani.

Dipende anche dall’incertezza sul futuro dello stretto di Hormuz, che l’Iran ha bloccato all’inizio della guerra, causando la crisi energetica, ma nei fatti non è ancora riaperto: pochissime navi si sono spinte ad attraversarlo da quando è stato annunciato il cessate il fuoco.

Infine, non è scontato che due settimane di sospensione dei combattimenti siano sufficienti a trovare un accordo tra Iran e Stati Uniti, vista la distanza tra le posizioni dei due paesi, e a quel punto la guerra potrebbe ricominciare.

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Non è stato chiarito il futuro assetto dello stretto né se l’Iran, che prima del cessate il fuoco stava discutendo un modo per gestirlo con l’Oman che controlla l’altra sponda, continuerà a riscuotere il pedaggio che esigeva dalle navi per attraversarlo: dalle prime indicazioni sembra che sarà così. Detto questo, l’effettiva riapertura dello stretto sarebbe solo il primo passaggio verso la fine della crisi, non la sua soluzione.

Da lì in poi, l’ordine di grandezza resta quello dei mesi.

Il fumo causato da un attacco iraniano sul terminal petrolifero di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, il 14 marzo

Il fumo causato da un attacco iraniano sul terminal petrolifero di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, il 14 marzo (AP Photo/Altaf Qadri)

Durante la guerra l’Iran ha colpito impianti di produzione di petrolio e gas naturale, infrastrutture per il loro trasporto e quelle per immagazzinarli in una decina di paesi del Golfo. Questi paesi hanno sospeso del tutto o in parte la produzione: si stima che durante la guerra si sia interrotto un flusso di petrolio pari almeno a un decimo della produzione mondiale.

Più gli impianti restano fermi e più tempo ci vuole poi per farli ripartire. Dipende da ragioni tecniche che hanno a che fare con la pressione nei giacimenti, l’accumulo di acqua e l’erosione dei macchinari. In tutto questo, vanno anche svuotati i magazzini, che si sono saturati con il blocco delle esportazioni causato dalla guerra.

L’amministratore delegato dell’azienda energetica statale del Kuwait, Sheikh Nawaf Al Sabah, ha spiegato che la produzione di petrolio può ricominciare subito ma ci vorranno comunque «tre o quattro mesi» prima che torni a pieno regime. Anche per il gas naturale liquefatto, su cui l’Italia è particolarmente esposta, i tempi saranno analoghi. Questo per gli impianti intatti, per quelli colpiti i tempi saranno ovviamente più lunghi.

Depositi di carburante vicino al porto di Dunkerque, in Francia

Depositi di carburante vicino al porto di Dunkerque, in Francia (AP Photo/Jean-Francois Badias)

Uno degli attacchi che avranno conseguenze più durature è stato quello al gigantesco impianto di gas naturale di Ras Laffan, in Qatar, colpito dall’Iran. Lì veniva prodotto circa il 20 per cento delle forniture mondiali di GNL. QatarEnergy, l’azienda statale qatariota, ha detto che l’attacco ha messo fuori uso 2 delle 14 unità, compromettendo circa il 17 per cento della capacità di produzione totale, e che per ripararle ci vorranno anni.

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Anche sul carburante per aerei ci vorrà tempo. Il suo prezzo è quasi raddoppiato ed è diventato più difficile da reperire, portando le compagnie aeree a fare piani per ridurre i voli e alcuni aeroporti a razionarlo. Willie Walsh, il direttore generale dell’International Air Transport Association (la più importante organizzazione globale delle compagnie aeree), ha detto che anche con la riapertura temporanea di Hormuz serviranno comunque mesi per ripristinare le scorte di carburante per gli aerei.

Infine il prezzo del petrolio e del gas è sceso molto velocemente dopo l’annuncio del cessate il fuoco, ma non è ancora tornato ai livelli di prima della guerra, quando per esempio il prezzo del petrolio si aggirava sui 70 dollari al barile. Al momento il prezzo delle due principali quotazioni, il Brent e il WTI, si avvicina ai 100 dollari al barile.