Presto potrebbe diventare molto difficile viaggiare in aereo

La guerra ha reso il carburante caro e introvabile, e ci si sta preparando a cancellazioni e disservizi soprattutto in estate

L'aeroporto di Fiumicino, a inizio marzo (AP Photo/Gregorio Borgia)
L'aeroporto di Fiumicino, a inizio marzo (AP Photo/Gregorio Borgia)
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Il settore aereo sta risentendo molto degli effetti della guerra in Medio Oriente e della chiusura dello Stretto di Hormuz, l’importante snodo marittimo da cui passa buona parte dell’energia venduta nel mondo. Alle compagnie aeree manca il cherosene, il carburante per aerei che viene prodotto in grandi quantità proprio nei paesi interessati dagli attacchi, che ora hanno interrotto del tutto le forniture. Il prezzo del carburante è più che raddoppiato dall’inizio della guerra, i prezzi dei biglietti aerei sono già rincarati e le compagnie hanno già iniziato a cancellare voli che altrimenti sarebbero stati troppo costosi. Sabato sono state annunciate le prime limitazioni ai rifornimenti in quattro aeroporti italiani.

A meno che la guerra non finisca presto, non ci sono segnali che le cose possano migliorare a breve, e le compagnie stanno facendo piani che tengano conto del fatto che nei prossimi mesi avranno meno carburante a disposizione per i loro voli. Questo significa ulteriori cancellazioni, tratte poco servite, prezzi dei biglietti ancora più alti, e che quindi alla fine diventerà molto difficile riuscire a viaggiare in aereo. Il momento più critico sarà l’estate, quando di solito aumenta il numero di viaggiatori per le vacanze: se la guerra durerà ancora a lungo, è possibile anche che per quest’anno i viaggi in posti lontani non saranno possibili.

È difficile fare previsioni, ma una cosa che si può già dire è che probabilmente sarà più facile viaggiare in aereo all’interno dei paesi europei, mentre le difficoltà aumentano in caso di mete in Asia e ovviamente in Medio Oriente. Di questa situazione risentiranno in particolare gli aeroporti piccoli e isolati, più difficili e costosi da rifornire.

Finora i voli all’interno dei paesi europei sono stati abbastanza risparmiati dai disagi. Innanzitutto per quanto riguarda il prezzo. Le compagnie aeree europee hanno detto che i loro contratti di fornitura di carburante avevano prezzi bloccati, e quindi si sono trovate coperte rispetto all’aumento delle quotazioni del cherosene. Per le destinazioni europee si trovano ancora biglietti in linea con i prezzi del periodo, ma questa eccezione non durerà a lungo. Air France-KLM, principale compagnia francese, ha già introdotto un supplemento per il carburante di 50 euro per ogni biglietto.

Anche le cancellazioni sono state più sporadiche, e questo perché per il momento non c’è carenza di cherosene. Olivier Jankovec, direttore generale dell’associazione degli aeroporti ACI Europe, ha detto a Politico che quasi il 90 per cento degli aeroporti europei non ha per il momento problemi di scorte.

Le cose però potrebbero cambiare presto. Negli aeroporti di Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna uno dei principali fornitori di cherosene ha già attivato alcune limitazioni ai rifornimenti, a causa di una disponibilità ridotta di carburante.

L’aeroporto di Amsterdam, a inizio gennaio (AP Photo/Peter Dejong)

L’ultimo carico di cherosene dai paesi del Golfo e diretto verso il mercato europeo arriverà il 9 aprile, solo perché la nave che lo trasporta era partita prima dell’inizio della guerra. Dopo questo non ne sono previsti più. I paesi europei importano circa la metà del cherosene dai paesi del Golfo: il resto è soddisfatto tramite fornitori secondari e produzione interna, difficile però da incrementare in breve tempo.

L’amministratore delegato di Ryanair Michael O’Leary, che finora aveva sempre dato dichiarazioni piuttosto ottimiste sul fatto che le compagnie europee fossero al riparo dai guai, ha detto: «Non prevediamo carenze di carburante nel breve termine, ma la situazione è in evoluzione. Al momento i nostri fornitori di carburante possono garantire le forniture fino a metà o fine maggio». Lo scorso mercoledì aveva detto che una chiusura prolungata dello stretto di Hormuz avrebbe potuto influenzare fino a un quarto dei loro voli. Martedì l’amministratore delegato di Lufthansa, Carsten Spohr, ha presentato al suo staff i piani di emergenza, che prevedono di tenere fermi dai 20 ai 40 aerei della sua flotta, circa il 5 per cento della capacità di posti a sedere della compagnia.

In tempi normali la carenza di alcune forniture può essere compensata facilmente, dato che il mercato dei carburanti è globale. Al di fuori del Medio Oriente, l’altro principale fornitore dei paesi europei è l’India, ma il commercio coi paesi asiatici è molto difficile, visto che sono proprio quelli che stanno risentendo di più delle conseguenze energetiche della chiusura dello stretto di Hormuz, anche per quanto riguarda il cherosene: quello che producono internamente se lo tengono, e per esempio la Cina ne ha vietato l’esportazione.

– Leggi anche: Nel mondo cominciano i razionamenti di energia

Nei paesi asiatici la carenza di cherosene è molto più grave, perché qui è destinato quasi il 90 per cento di tutto il petrolio prodotto dai paesi del Golfo, che ora non sta più arrivando. In molti paesi il razionamento dei carburanti è già in vigore, le conseguenze sul settore aereo sono già notevoli, ed è dunque difficile ipotizzare che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi sarà facile raggiungerli. Finora le interruzioni più gravi sono state nei paesi più a basso reddito: India, Vietnam, Pakistan, Filippine, Thailandia, tra i tanti.

Persone in fila ai controlli dell’aeroporto di New York, a fine marzo (AP Photo/Yuki Iwamura)

Ci sono problemi anche nei voli dall’Australia: l’aeroporto di Sydney ha fatto sapere che da maggio potrebbe non avere più il carburante necessario a garantire i voli che partono da lì. Air New Zealand, compagnia neozelandese, ha cancellato più di mille voli nazionali.

I voli da e per l’oriente hanno poi un ulteriore problema: devono evitare di sorvolare il golfo Persico per non rischiare di rimanere coinvolti negli attacchi. Devono aggirare l’area, col risultato che la tratta si allunga e gli aerei consumano più carburante. Non solo: in Medio Oriente c’erano scali importanti per i voli da e per l’Asia, come l’aeroporto di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, o quello di Doha, in Qatar. Ora sono quasi inutilizzabili.

La questione della sicurezza è stata ovviamente un problema anche per le compagnie mediorientali. Emirates, la più grande compagnia aerea della regione, ha ridotto del 40 per cento i suoi voli, quelli di Qatar Airways sono diminuiti del 60 per cento, ed Etihad li ha dimezzati.

Un’altra destinazione complessa per chi parte dai paesi europei sono gli Stati Uniti, non tanto perché non ci sono voli ma perché sono diventati molto costosi. Nonostante non abbiano problemi di rifornimento, dato che sono indipendenti dal punto di vista energetico, subiscono comunque i rincari dovuti alla guerra in Medio Oriente, dato che il mercato dei carburanti è globale.

L’aeroporto di Dubai, nel 2017 (AP Photo/Adam Schreck)

A prescindere dalla destinazione, anche se si è già prenotato non è detto che si riuscirà a partire. C’è da tenere anche in considerazione che le compagnie aeree possono cancellare con facilità i propri voli: se la ragione è una circostanza eccezionale, com’è sicuramente la guerra, sono esenti da alcuni obblighi verso i consumatori previsti dalle normative europee.

In questa situazione le compagnie possono non pagare la cosiddetta “compensazione pecuniaria”, cioè l’indennizzo che invece di solito devono dare al viaggiatore in caso di cancellazione, una somma che varia da 250 a 600 euro in base alla tratta. Se la cancellazione è comunicata una volta che il passeggero è già arrivato in aeroporto questo continua comunque ad aver diritto a tutti i servizi di assistenza, quindi il rimborso di pasti e bevande consumate in aeroporto, dell’eventuale pernottamento in albergo e del trasporto tra l’aeroporto e l’hotel.

In ogni caso le compagnie aeree devono offrire una soluzione alternativa: a fronte del loro volo cancellato devono dare ai viaggiatori la possibilità o di prendere un altro volo o di scegliere il rimborso.

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Carmelo Calì è presidente nazionale di Confconsumatori ed esperto di trasporti e turismo. Dice che in questa situazione con ogni probabilità si vedrà sempre più diffusa una pratica che è comune anche in tempi normali: cioè che le compagnie offrano voli alternativi non adatti (per esempio a diversi giorni di distanza) per spingere il passeggero a scegliere il rimborso. Con questo costo dei carburanti a loro conviene di più ripagargli il prezzo del biglietto che farlo volare.

Calì sostiene che c’è anche la possibilità che le compagnie aeree sfruttino il pretesto della guerra e della mancanza di carburante per cancellare voli che avrebbero potuto comunque garantire, ma che magari non convenivano sul piano economico. Sono cose difficili da dimostrare, se non con indagini a posteriori delle autorità per la concorrenza. In ogni caso, dice, è molto probabile che assisteremo alla cancellazione di più voli di quanto richiederebbe la sola scarsità di carburante, e che quindi l’impatto sul traffico aereo sarà notevole.