Cosa si prova a osservare il mondo da lassù
Chi ha viaggiato nello Spazio racconta una sensazione mai provata prima: è studiata da tempo e detta “effetto veduta d’insieme”

Se la maggior parte dei musei è fatta di stanze molto ampie e non di stretti corridoi, è per permettere a chi li visita di osservare le opere anche da lontano. Più grande è un dipinto, più distanza serve per ammirarlo nella sua interezza, di solito. E infatti diversi astronauti e cosmonauti che hanno avuto l’opportunità di vedere la Terra dallo Spazio hanno descritto questa esperienza come sbalorditiva sul piano percettivo.
Ma hanno parlato anche di un effetto cognitivo e psicologico travolgente, difficile da rendere a parole, ma così comune tra loro da essere studiato da tempo. È il cosiddetto «effetto veduta d’insieme», o «effetto panoramica» (overview effect): uno stupore estremo che può portare l’osservatore a cambiare l’idea che ha di sé e degli altri.
Christina Koch, parte dell’equipaggio della missione della Nasa Artemis II, che ha recentemente raggiunto il punto più distante dalla Terra mai raggiunto da esseri umani, aveva descritto così alla Nasa l’effetto veduta d’insieme, sulla base della sua precedente esperienza di 328 giorni nello Spazio:
Si manifesta quando si guarda attraverso la cupola [della Stazione Spaziale Internazionale] e si vede la Terra così com’è, con l’intero universo sullo sfondo. Si vede la sottile linea blu dell’atmosfera, e poi, quando ci si trova sul lato buio della Terra, si vede questa sottilissima linea verde che indica la posizione dell’atmosfera. Ci si rende conto che ogni singola persona che conosciamo vive all’interno di quella linea verde, mentre tutto il resto al di fuori è completamente inospitale. Non si vedono confini, non si vedono divisioni religiose, non si vedono confini politici. Si vede solo la Terra e ci si rende conto che siamo molto più simili di quanto pensiamo.
Con questo significato, l’espressione overview effect fu utilizzata per la prima volta nel 1987 dall’autore statunitense Frank White, che la scelse come titolo di un suo libro scritto dopo avere intervistato decine di astronauti. Descrissero l’effetto come una sensazione in grado di creare profondi cambiamenti nel modo in cui gli astronauti pensano alla Terra e alla vita. Ed è una sensazione molto frequente e intensa in particolare tra chi per lunghi periodi ha vissuto e lavorato a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS).
All’interno c’è un punto di osservazione abbastanza eccezionale: la cupola. È un modulo con sette ampie finestre a tenuta stagna che affacciano sulla Terra e servono a tenere d’occhio e guidare l’attracco dei veicoli spaziali in arrivo dalla Terra. «Ogni singolo membro dell’equipaggio che ho accompagnato nella cupola si è messo a piangere», raccontò alla tv PBS l’astronauta in pensione Timothy Creamer. «L’istante in cui si viene sopraffatti da quel panorama, quando gli occhi non vedono altro che la bellezza della Terra […] è un’esperienza che toglie il fiato, un’emozione fortissima», disse.

La vista dalla cupola della Stazione Spaziale Internazionale durante la spedizione 36, il 3 dicembre 2013 (Karen Nyberg/Nasa)
Una delle descrizioni più condivise nei racconti degli astronauti che osservano per la prima volta la Terra dallo Spazio è la sensazione di una maggiore interconnessione con gli altri e con il mondo. «Vedi che il pianeta è uno, con un’unica atmosfera condivisa. È il nostro spazio comune in questo universo. Perciò penso che da questa prospettiva, quando affrontiamo situazioni come la pandemia o le sfide che il nostro paese o il mondo intero si trovano ad affrontare, ci rendiamo conto che le affrontiamo tutti insieme», disse nel 2020 al canale televisivo CNBC l’astronauta statunitense Bob Behnken, dalla Stazione Spaziale Internazionale mentre il mondo era nel pieno della pandemia da coronavirus.
Le riprese di una telecamera GoPro montata sulla tuta dell’astronauta Randy Bresnik durante un’attività di revisione all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale, il 20 ottobre 2017
Non tutte le persone che osservano la Terra dallo Spazio provano le stesse emozioni. La persona più anziana ad averlo fatto fu, nel 2022, l’attore canadese William Shatner, famoso per avere interpretato il ruolo del capitano James T. Kirk nella serie tv di fantascienza Star Trek. Invitato dall’azienda di turismo spaziale Blue Origin, disse al suo ritorno dal volo spaziale di aver provato un’«opprimente tristezza» nel percepire «il contrasto fra la crudele freddezza dello Spazio e la calda premura della Terra, laggiù in basso».
Per provare a descrivere la loro esperienza molti astronauti del passato usarono riferimenti religiosi: una tendenza che rifletteva la loro formazione prevalentemente cristiana, ma anche il contesto della Guerra Fredda in cui si svolsero le prime missioni spaziali. «C’è questo senso di “noi contro di loro”, noi che non siamo dei comunisti senza Dio e che abbiamo Dio dalla nostra parte», disse all’Atlantic nel 2022 l’antropologa Deana Weibel, che raccolse e analizzò diverse interviste ad astronauti americani e cosmonauti sovietici. Anche i secondi commentavano la bellezza della Terra vista dallo spazio, ma generalmente non la attribuivano a un’entità superiore.
Nel tempo è emersa, riguardo all’effetto veduta d’insieme, anche una certa diffidenza da parte di chi, provando a studiarlo in modo rigoroso, lo ha paragonato a emozioni tutto sommato prevedibili e non eccezionali, a un senso di meraviglia che è possibile provare di fronte ad altri panorami naturali o, per esempio, nelle stazioni sottomarine.
Altri studiosi ed esperti, tra cui lo stesso White, autore del libro del 1987, hanno contestato questo approccio e descritto l’effetto come eccezionale anche sotto l’aspetto fisiologico. «Il fatto che questa prospettiva si manifesti mentre la persona si trova in assenza di gravità è parte integrante dell’esperienza», disse White in un’intervista nel 2011. E del resto esistono studi che associano i viaggi ad alta quota a particolari effetti psicologici.
Da uno studio del 1965 su alcuni piloti di aerei jet che volavano sopra i 4mila metri di quota emerse che uno su tre sperimentava una specie di «distacco», contraddistinto da sensazioni di euforia, stupore e distanza dai problemi del mondo. Nel 2016 uno studio dell’American Psychological Association, la più grande associazione di psicologi negli Stati Uniti, si concentrò sui voli spaziali e ipotizzò che l’intensa e condivisa sensazione di stupore ispirata dall’effetto veduta d’insieme fosse di fondamentale utilità per gli equipaggi.
Nelle loro esperienze personali l’effetto aveva aiutato gli astronauti a lavorare meglio in squadra, perché aveva favorito «comportamenti altruistici e prosociali», scrissero gli autori e le autrici dello studio. È anche possibile che le emozioni associate all’effetto proteggessero la salute fisica e psichica degli astronauti, in un contesto che presentava difficoltà eccezionali e rischi potenzialmente mortali. «L’effetto veduta d’insieme potrebbe essere uno degli aspetti più significativi del volo spaziale e potrebbe costituire un importante cuscinetto contro alcuni dei rischi psicologici delle missioni», concluse lo studio.

L’astronauta statunitense Jessica Watkins guarda fuori dalla cupola della Stazione Spaziale Internazionale durante la spedizione 67, il 12 settembre 2022 (Nasa)
Che si tratti di un effetto eccezionale e non di un generico stupore è confermato inoltre dal fatto che a parlarne come qualcosa di qualitativamente diverso da altre esperienze umane sono gli astronauti stessi: scienziati, o comunque persone piuttosto pratiche e risolute, poco inclini ai sentimentalismi. La biologa molecolare statunitense Millie Hughes-Fulford, che aveva viaggiato a bordo dello Space Shuttle nel 1991, scrisse nel 2002:
È davvero molto interessante, quando guardi il pianeta dall’alto e ti rendi conto di quanto sia piccolo: provi emozioni che non pensavi di poter provare. Non sono una che si chiama “Raggio di Luna”, eppure quando guardi il pianeta e capisci che è l’unico posto visibile dove c’è vita, inizi a sentirti molto protettivo nei suoi confronti. È come una delicata sfera di cristallo, e sembra vivo. La prima volta che lo guardai, pensai che fosse vivo. Quando osservo le cellule viventi al microscopio, hanno una luminescenza che le cellule morte non hanno. E l’intero pianeta emanava quell’iridescenza di vita. Mi commosse.
Oltre che ispirare comportamenti altruistici e protettivi, osservare la Terra dallo Spazio può anche cambiare il modo in cui gli astronauti riflettono sul loro posto nel mondo e pensano alla loro casa.
L’ex astronauta Nicole Stott raccontò al sito Inverse che durante la sua prima missione sulla Stazione Spaziale Internazionale desiderava tantissimo vedere dallo Spazio il suo stato di nascita, la Florida. Mentre la stazione sorvolava quella parte del pianeta, lei si affacciò a un finestrino per soddisfare il suo desiderio, ma si rese conto che il suo sguardo era già cambiato. «Volevo ancora vedere la Florida, ma la Florida era diventata una parte speciale di casa, che è la Terra. Siamo tutti terrestri», disse.
La sensazione che tutta la Terra e non soltanto una sua parte fosse all’improvviso diventata «casa» sua fu riportata anche da uno dei più famosi astronauti di sempre, Jim Lovell: l’unico ad aver partecipato a due missioni (Apollo 8 e Apollo 13) senza mai riuscire ad allunare, e che pronunciò la celebre frase «Houston, abbiamo avuto un problema».
Nel 2019 descrisse alla rivista Chicago la sensazione che provò nel 1968 quando vide la Terra apparire all’orizzonte durante la missione Apollo 8, la prima a lasciare l’orbita terrestre e a raggiungere la Luna.
Puntando il pollice verso il finestrino, riuscivo a coprire tutto ciò che avevo sempre conosciuto. Miliardi di persone. Oceani. Montagne. Deserti. E iniziai a chiedermi: «qual è il mio posto in tutto questo?». Poi mi tornò in mente il vecchio detto «spero di andare in paradiso quando morirò», e mi resi conto che in paradiso ci ero già finito alla nascita. Ero atterrato su un pianeta con la gravità necessaria a contenere acqua e atmosfera: gli elementi essenziali per la vita. Ero atterrato su un pianeta in orbita attorno a una stella alla giusta distanza per assorbirne l’energia, né troppo caldo né troppo freddo. La mia filosofia è questa: Dio ha dato all’umanità un palcoscenico su cui esibirsi, e come sarà la rappresentazione dipende da noi.



