Come funzionano i finanziamenti pubblici a film e serie tv
Il grosso è assegnato automaticamente a chi ha i requisiti, ma c’è una piccola parte su cui decide una commissione, e che genera spesso polemiche

Quando nel 2016 l’allora ministro della cultura Dario Franceschini annunciò la grande riforma del sistema di finanziamento pubblico per la produzione audiovisiva, la notizia maggiore fu che i film e le serie non sarebbero più stati finanziati “a pioggia” (dando un po’ di soldi a tutti) e che sarebbe stata marginalizzata di molto l’influenza delle commissioni di esperti. Fu una grossa rottura con il passato e un cambiamento auspicato dalle stesse produzioni.
In virtù di quella riforma non solo i soldi pubblici sarebbero andati alle società di produzione in proporzione al budget dei film, ma una parte dei fondi sarebbe stata usata per premiare le produzioni meritevoli. Infine solo un’altra parte del fondo, più piccola, sarebbe stata assegnata da una commissione a film di alto valore culturale (il tipo di film che lo stato ritiene vadano prodotti a prescindere dagli incassi potenziali) oppure a opere prime e seconde.
Quella riforma, dopo alcune revisioni e aggiustamenti dei governi successivi, è il sistema in vigore oggi, che prevede tre modalità di finanziamento. La prima, e quella che assegna la gran parte dei fondi, è il famoso tax credit. È un sistema usato in quasi tutti i paesi del mondo per finanziare i prodotti audiovisivi e si basa su uno sconto sulle tasse. La percentuale di questo sconto varia da paese a paese. L’Italia ha uno dei migliori, circa il 40 per cento dei costi eleggibili (cioè tutti quelli di una produzione escludendo quelli successivi come promozione e marketing) per le imprese indipendenti e il 30 o 35 per cento per quelle a elevata capacità produttiva o integrate (cioè che oltre a produrre possiedono anche una distribuzione o un canale televisivo).
Il tax credit è il sistema più usato perché è un incentivo di tipo industriale e non artistico: spetta a tutti quelli che rispettano i criteri base per fare un film in Italia e che lo richiedono. In più, essendo uno sconto su una percentuale della spesa, è proporzionato al budget: più un film spende più sconto avrà.
Tuttavia, per evitare che le produzioni maggiori e più importanti prendano tutti i soldi, è stato anche previsto che più sale il budget più scende la percentuale del tax credit. Per esempio per budget oltre i 10 milioni di euro diventa del 30 per cento. È uno strumento così cruciale che spinge le produzioni internazionali – anche quelle di Hollywood –a girare in Italia o in generale in Europa. Quasi tutti i paesi europei infatti hanno sistemi di tax credit più convenienti di quelli di molti stati degli Stati Uniti, e i grandi film vanno in cerca dei paesi attrezzati con gli sconti migliori.
È assegnato tramite tax credit il 60% del totale dei fondi: una cifra che è diversa ogni anno e dipende dalle tasse pagate dalle imprese del settore audiovisivo. L’11 per cento delle entrate da IRES e IVA di ogni impresa che lavora nel settore crea il fondo dell’anno dopo, così che più il settore produce e più denaro potrà avere l’anno dopo e quindi crescere. Negli ultimi anni il governo ha trovato comunque una maniera di ridurlo a ogni rinnovo, nel 2026 di 90 milioni, scatenando proteste e acuendo un clima teso sia con i produttori che con registi, attori e maestranze. Ad ogni modo è stabilito nella legge che lo ha istituito che il fondo non possa scendere sotto i 500 milioni di euro.
La parte su cui il ministero deve intervenire è il 40 per cento che non finisce in tax credit. Dei quasi 700 milioni di euro del 2025, sono 288 milioni circa. Questi soldi vanno ai contributi automatici (5,4%), ai contributi selettivi (13,1%). Il restante 22 per cento va a finanziare cose che non sono la produzione, come la promozione dei film (15,2%) o una serie di altre attività (che hanno il 6,3% del totale), cioè piccoli fondi per cose come il “potenziamento delle competenze audiovisive”, in cui rientra l’insegnamento dell’audiovisivo nelle scuole, la digitalizzazione del patrimonio cinematografico italiano, eccetera. Negli ultimi quattro anni il governo ora in carica ha aumentato sempre di più la quantità di fondi assegnati tramite commissione, cioè i selettivi, e ridotto quella assegnata per meriti, gli automatici, che in precedenza erano equivalenti.
I contributi automatici sono considerati un premio al merito, perché vengono assegnati alle società di produzione sulla base della performance dei loro film precedenti. Come anche i contributi selettivi, sono soldi che possono essere assegnati in aggiunta al tax credit. Devono essere richiesti per un film in particolare ma si basano sullo storico della società che lo produce. Il ministero stila una graduatoria e assegna i fondi solo alle società che raggiungono un punteggio sufficiente. I meriti che fanno punti sono tre: quello commerciale, misurato con l’incasso in sala; quello artistico, misurato con i premi ai festival; quello internazionale, misurato con le vendite all’estero.
I contributi selettivi sono invece quelli che prevedono una selezione fatta da una commissione di esperti nominati dal ministero e quindi quelli su cui si discute più di frequente, anche se i soldi che gestiscono sono pochi rispetto al totale e vanno divisi tra tutti i film ammessi al finanziamento. Come stabilito dall’art. 26 della legge 220 del 2016 questi soldi sono destinati «prioritariamente alle opere prime e seconde» e «ai film di particolare qualità artistica».
L’idea è che molte imprese non possano accedere ai contributi automatici perché magari sono appena entrate nel mercato e non hanno uno storico o perché sono così piccole che non hanno “meriti” sufficienti. Se queste aziende però producono qualcosa che rientra nei parametri dei selettivi, anch’esse possono accedere a un finanziamento aggiuntivo al tax credit. Questi parametri valutati dalle commissioni sono “la qualità artistica o il valore culturale dell’opera o del progetto da realizzare”. In una successiva riforma voluta dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano e firmata dall’attuale, Alessandro Giuli, fu poi aggiunta una nuova categoria di film finanziabili con una parte di questi soldi: le opere «su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana».
Sono 15 gli esperti designati dal ministero che formano le tre sezioni della commissione che assegna i contributi selettivi. Quel 13% del totale dei fondi pubblici, che per il 2025 corrisponde a circa 80 milioni di euro, è quindi diviso a sua volta in tre. Una sezione assegna 24 milioni a opere prime e seconde, opere di giovani e animazione; un’altra assegna 20 milioni a sceneggiature innovative, opere televisive e cortometraggi; un’altra ancora assegna 36 milioni a documentari e opere di particolare qualità artistica o rappresentative dell’identità culturale italiana. Il racconto dell’«identità culturale italiana» è un criterio presente anche nelle altre sezioni.
I contributi selettivi sono quelli che negli anni hanno suscitato polemiche. Per esempio quando emerse che erano stati negati a C’è ancora domani di Paola Cortellesi, che però, nonostante fosse un’opera prima, non aveva bisogno di quel tipo di aiuto perché poteva accedere agli altri tipi di finanziamenti essendo prodotta da una grande società con uno storico importante. E sono quelli di cui si sta parlando in questi giorni perché sono stati negati al documentario su Giulio Regeni, Tutto il male del mondo, primo della lista degli esclusi dalla sezione che finanzia i documentari.



