In Italia è di nuovo il momento del wrestling
Dopo il successo di vent'anni fa è tornato ad avere una sua rilevanza, e ora viene trasmesso da Netflix: un riassunto per chi lo aveva perso di vista

La World Wrestling Entertainment (WWE), la federazione di wrestling più importante al mondo, ha cominciato a pubblicare i suoi programmi su Netflix anche in Italia. Dal 1° aprile le puntate settimanali di Raw, SmackDown ed NXT, i tre show più famosi, vengono trasmesse in diretta sulla piattaforma con la telecronaca di Michele Posa e Luca Franchini, che negli ultimi 25 anni avevano commentato gli show della federazione prima su Sky e poi su DMAX.
La programmazione della WWE è inclusa senza costi aggiuntivi nell’abbonamento di Netflix, che trasmetterà anche i cosiddetti Premium Live Event, cioè gli eventi speciali in cui succedono cose che normalmente non accadono nelle puntate settimanali: vengono messi in palio i titoli, vecchie glorie del wrestling ricompaiono dopo anni di inattività, si verificano “face turn” (termine che indica il cambio di caratterizzazione di un personaggio da cattivo a buono) e “heel turn” (il contrario), si concludono rivalità portate avanti per mesi e così via.

The Undertaker nel 2004 (Kevin Mazur/WireImage)
Il fatto che la WWE abbia esteso anche all’Italia questo tipo di distribuzione (negli Stati Uniti va già in onda su Netflix dallo scorso anno), peraltro con la telecronaca di Posa e Franchini, è il segno che dopo anni di irrilevanza il mercato italiano è tornato ad avere una certa importanza per l’azienda.
Nel 2024, dopo 6 anni di assenza, la WWE era tornata in Italia con un live show (un evento che non fa parte della continuità narrativa della federazione, e che non viene trasmesso da nessuna parte) all’Unipol Arena di Bologna. E l’anno scorso la stessa sede aveva ospitato una puntata di SmackDown, con una risposta molto entusiasta da parte del pubblico.
Tra maggio e giugno in Italia ci saranno addirittura altri cinque show: il 31 maggio e il 1° giugno a Torino, con il Premium Live Event Clash in Italy e una puntata di Raw; il 5 giugno a Casalecchio di Reno, vicino Bologna, con una puntata di SmackDown; e due eventi dal vivo che non faranno parte della continuità narrativa della federazione a Roma (6 giugno) e a Firenze (7 giugno).
Sono segnali molto incoraggianti per gli appassionati italiani di wrestling, una disciplina che da queste parti non riceveva attenzioni di questo tipo dagli inizi degli anni Duemila. In quel periodo Italia 1, una delle reti in chiaro di Mediaset, trasmetteva SmackDown in prima serata e riusciva a ottenere risultati d’ascolto spesso formidabili.

The Rock (a sinistra) e Roman Reigns a WrestleMania, nel 2024 (Getty)
Il merito fu anche dello stile di conduzione anarchico e molto personale dei due presentatori che condussero SmackDown in quegli anni, Giacomo “Ciccio” Valenti e Christian Recalcati. A differenza di quanto accadeva negli altri paesi, in cui i conduttori seguivano in maniera pedissequa le storie proposte dalla federazione, Valenti e Recalcati erano soliti concedersi molte licenze narrative.
Non traducevano fedelmente i dialoghi, ricorrevano spesso all’improvvisazione e affibbiavano ai lottatori dei nomignoli casuali, in molti casi legati alla cultura pop italiana di quegli anni.
Capitava così che, nelle loro telecronache, Booker T diventasse “Taribo West”, per via della sua presunta somiglianza con il difensore nigeriano dell’Inter, mentre gli MNM, duo di lottatori composto da Joey Mercury e Johnny Nitro, diventavano “unto e bisunto” a causa della loro tendenza ad abusare di gel e altri prodotti per capelli. JBL invece veniva etichettato come “Cornutone”, un nomignolo derivato dalle corna di toro montate sulla griglia frontale della sua lussuosa limousine texana.
Parallelamente, su Sky Franchini e Posa commentavano i programmi della WWE in modo molto diverso, e per una platea più ristretta di abbonati. Anche loro ricorrevano spesso a nomignoli ed espedienti narrativi propri, ma traducevano i dialoghi e i nomi delle mosse in modo più preciso. Più in generale la loro telecronaca era molto più consapevole, simile a quella delle loro controparti americane: hanno mantenuto un approccio simile anche su Netflix.
In Italia il momento di fama del wrestling durò dal 2003 al 2007. Dopo la morte del wrestler canadese Chris Benoit, che si suicidò dopo avere ucciso la sua famiglia, Mediaset decise di toglierlo dalla programmazione. Le trasmissioni della WWE continuarono a essere trasmesse solo su Sky (quindi solo per gli abbonati) su una sua rete in chiaro, Cielo, ma in differita di una settimana e in una versione ridotta. Vista la scarsa disponibilità di trasmissioni in chiaro, il pubblico del wrestling si assottigliò sempre di più.

John Cena nel 2005 (Gregory Bojorquez/Getty)
La WWE odierna è molto diversa da quella degli anni Duemila, sia negli interpreti che nell’approccio alle storie. Chi la guardava in quel periodo ricorda distintamente i nomi di Kurt Angle, Eddie Guerrero, Big Show, Rey Mysterio, The Undertaker, Batista e soprattutto John Cena, che è stato il volto principale della federazione per più di un ventennio e che, dopo un decennio in cui aveva progressivamente diradato le sue apparizioni, si è definitivamente ritirato l’anno scorso.
Erano personaggi originali e con una caratterizzazione molto precisa, in grado di fare impazzire i tifosi nei palazzetti e di ottenere ottimi riscontri in termini di vendita di merchandising. Negli anni successivi la WWE ha faticato a costruire atleti con quel tipo di presa sul pubblico. L’esempio più riuscito è probabilmente quello di Roman Reigns, che dal 2020 è stato trasformato (nella finzione narrativa, ovviamente) nel carismatico e immorale capo di una lunga dinastia di lottatori samoani: la famiglia Anoa’i, di cui fa parte anche The Rock.
Al netto di questa eccezione, la WWE non è riuscita a crearsi grandi talenti “in casa”. Da almeno una decina d’anni per le occasioni più importanti, come per esempio WrestleMania (l’evento di wrestling più seguito al mondo), si affida ai cosiddetti part timer, ossia wrestler sostanzialmente ritirati che però tornano in attività per un match o due, prendendo puntualmente compensi enormi. È successo con Brock Lesnar, The Rock, Stone Cold Steve Austin e The Undertaker, tra gli altri.
La difficoltà di creare nuovi personaggi da zero ha provocato alla federazione un evidente problema anagrafico: i cosiddetti main eventer, cioè i lottatori inseriti nelle storyline più importanti, sono tutti piuttosto in là con gli anni.
Attualmente il baby face della compagnia (cioè il buono tifato principalmente da un pubblico di bambini, il ruolo che per molti anni era stato affidato a John Cena) è Cody Rhodes (40 anni), che dal 2022 è tornato a esibirsi con la WWE dopo un lungo periodo in federazioni concorrenti.
Altri lottatori molto amati sono CM Punk (47), rientrato in WWE nel 2023 dopo dieci anni dalla sua ultima apparizione per via di lunghi contrasti con i vertici della federazione; Randy Orton (46), che lavora con la WWE da più di un ventennio; e Seth Rollins (39), che ha cominciato nel 2012, lo stesso anno di Reigns. I lottatori più giovani invece faticano a emergere, hanno ruoli poco più importanti e di solito si esibiscono agli inizi degli show in match più che altro riempitivi.
Per dare l’idea di quanto siano cambiati i tempi, quando Cena e Orton diventarono due dei wrestler più importanti della WWE erano poco più che ventenni. E lo stesso discorso vale per la generazione che li ha preceduti, quella di The Rock e Stone Cold Steve Austin.

Randy Orton (Suzanne Cordeiro/Getty)
Anche nel wrestling femminile sono cambiate tante cose. Fino a una ventina d’anni fa le donne inserite negli show venivano pesantemente oggettificate. Nella maggior parte dei casi salivano sul ring per stuzzicare le fantasie del pubblico maschile con gare di striptease, lotte a colpi di cuscini e competizioni di bellezza. Le lottatrici brave e con buone abilità tecniche c’erano già, ma ricevevano pochissime attenzioni.
A partire dalla metà degli anni Dieci le cose sono cambiate grazie alla cosiddetta Women’s Revolution, la strategia adottata dalla WWE per aumentare l’interesse del pubblico nei confronti del wrestling femminile. Da allora molte wrestler, come Becky Lynch, Bianca Belair, Charlotte Flair, Asuka e Rhea Ripley hanno acquisito una credibilità sostanzialmente paritaria a quelle degli uomini, e molto spesso sono protagoniste dei main event (gli ultimi incontri degli show di wrestling, quelli per cui si paga il biglietto).

Becky Lynch nel 2024 (Alex Bierens de Haan/Getty)
L’altro grosso cambiamento riguarda il concetto di kayfabe, una parola difficile da rendere in italiano, ma che nel gergo del wrestling indica in sostanza una sorta di patto informale in base al quale dirigenti, lottatori, commentatori e arbitri cercano di persuadere il pubblico che le rivalità tra i lottatori e le loro inclinazioni morali siano effettivamente corrispondenti al vero.
Per il modo in cui è programmato, il wrestling è infatti del tutto simile a una serie tv: i risultati degli incontri, l’inclinazione morale dei vari lottatori (che a seconda delle opportunità del caso possono diventare “face”, ossia buoni, o “heel”, cattivi) e gli sviluppi delle rivalità vengono decisi preventivamente da un gruppo di sceneggiatori (i “booker”).
Fino a una ventina d’anni fa la WWE faceva molta attenzione a proteggere la kayfabe (e quindi a fare intendere che tutto ciò che mettevano in scena fosse vero). Per dirne una, The Undertaker veniva caratterizzato come un becchino capace di resuscitare, e quindi non concedeva mai interviste in giro. A un certo punto però è diventato impossibile, anche perché i wrestler più in vista hanno cominciato ad aprire e gestire autonomamente i propri canali social, mostrando molte parti della loro vita privata e apparendo frequentemente in trasmissioni televisive, interviste su YouTube e chi più ne ha più ne metta.
La WWE ha dovuto farsene una ragione, e oggi non ha più alcun problema a palesare la natura fittizia e predeterminata della disciplina. Anzi: mostrare ciò che succede fuori dal ring è diventata una parte consistente della sua attività. La compagnia ha pubblicato anche una docuserie in collaborazione con Netflix, WWE – La storia dietro le quinte, che racconta tutti i meccanismi alla base della scrittura di una puntata: le riunioni degli sceneggiatori, i dialoghi nella cosiddetta “gorilla position” (la postazione da cui i dirigenti parlano con arbitri e lottatori) e gli abbracci e le pacche sulle spalle tra wrestler che, fino a qualche minuto prima, si stavano malmenando sul ring.
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