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  • Venerdì 27 marzo 2026

Il contratto dei giornalisti si regge su un paradosso

È scaduto dieci anni fa e andrebbe adeguato, non solo nei compensi, ma l'industria è in crisi e gli editori dicono che diventerebbe ancora più insostenibile

Claudio Schwarz (@purzlbaum) via Unsplash
Claudio Schwarz (@purzlbaum) via Unsplash

Da tempo la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), cioè il sindacato unitario dei giornalisti, e gli editori, rappresentati dalla Federazione Italiana Editori Giornali (la FIEG), non riescono a trovare un accordo per rinnovare il contratto collettivo nazionale dei giornalisti, scaduto da dieci anni. Le posizioni sembrano inconciliabili, tanto che il sindacato ha indetto già due scioperi nazionali, uno a novembre e uno per oggi, venerdì 27 marzo, e c’è già un terzo giorno di sciopero previsto per il 16 aprile.

Le ragioni sono molte e vedono intrecciarsi le normali – e normalmente tese – relazioni tra i rappresentanti di lavoratori e imprese, con un contratto ormai anacronistico e inadeguato e un’industria alle prese con una crisi epocale tra cambiamenti altrettanto epocali.

Gli editori considerano il contratto nazionale costoso e insostenibile per come si è evoluto il settore, che attraversa una profonda crisi industriale. Qualche numero, per dare un’idea: secondo dati dell’AGCOM nel 2025 i giornali cartacei hanno venduto in media 1,4 milioni di copie al giorno (comprese quelle omaggio e quelle digitali), il 76 per cento in meno rispetto a vent’anni prima, quando ne vendevano 5,4 milioni. Anche il giro d’affari legato alla pubblicità è oggi un quinto rispetto ad allora. Quello delle edicole si è ridotto da 4,5 miliardi di euro del 2005 a poco più di 1 miliardo alla fine del 2024.

Il contratto collettivo nazionale dei giornalisti – che indica le condizioni di base dei rapporti di lavoro, dagli stipendi agli orari e alle tutele – viene firmato dalla FNSI e dalla FIEG, a cui hanno aderito nel tempo le più grandi e antiche aziende giornalistiche italiane (il Post non ne fa parte). Per migliorare il contratto come chiedono i giornalisti, servirebbe adeguare gli stipendi al costo della vita, cosa che però paradossalmente lo renderebbe ancora più insostenibile sul piano economico. Le due posizioni sono a oggi inconciliabili: le negoziazioni sul contratto, che erano ferme da anni, sono riprese mesi fa ma ancora senza successo, in un contesto di ormai cronica crisi del settore e precariato per chi ci lavora.

L’ultimo rinnovo del contratto risale ad anni in cui la crisi dell’industria giornalistica era già iniziata, ma non era grave e profonda quanto oggi; e offre ai professionisti assunti condizioni mediamente migliori rispetto ai contratti più diffusi in Italia, come quello del commercio: i minimi salariali sono più elevati e sono più frequenti gli scatti di anzianità, cioè l’aumento automatico di stipendio dopo un certo numero di anni in azienda.

Il contratto dei giornalisti contiene anche alcuni elementi anacronistici. È il caso del pagamento maggiorato di festività abolite da decenni: i giornalisti ricevono una retribuzione più alta il 19 marzo, il giorno di San Giuseppe, o anche nelle giornate dell’Ascensione e del Corpus Domini, due eventi della religione cristiana che non ricorrono sempre nello stesso giorno. Gli altri contratti, come quello del commercio, non prevedono più da tempo il pagamento di queste festività. I giornalisti hanno anche un congedo matrimoniale di 20 giorni, più dei 15 giorni concessi ai lavoratori del commercio.

A tutto questo si aggiunge che l’attuale contratto collettivo nazionale dei giornalisti è costruito innanzitutto sui ruoli e sulle funzioni della carta stampata: manca un inquadramento per professionisti che sono da anni ampiamente parte delle redazioni, anche di quelle tradizionali, come i fact-checker, i social media manager, i videomaker e i podcaster, cioè professionalità che ormai fanno lavoro giornalistico a tutti gli effetti. È un contratto che regola una professione e un’industria che di fatto non esistono più nella forma in cui esistevano al momento della sua firma.

Fino a qualche decennio fa, infatti, le aziende editoriali riuscivano a ottenere buoni guadagni dalle vendite dei giornali e dalla pubblicità, a lungo i due più solidi business dei giornali, e riuscivano quindi a sostenere il costo di questo contratto. Poi il mondo dell’informazione è cambiato moltissimo, e così anche i bilanci dei giornali che non si sono saputi adeguare investendo per tempo sulla ricerca di ricavi alternativi alle copie e alla pubblicità, anche mentre nel mondo iniziavano ad affermarsi modelli diversi.

Dall’inizio degli anni Duemila a oggi la diffusione dei principali giornali cartacei italiani si è ridotta in misura ragguardevole, con cali che in certi casi superano persino il 90 per cento delle copie. Questa perdita è stata solo in piccola parte compensata dalle edizioni digitali, che generano ricavi molto più bassi anche per la scelta di offrire abbonamenti a prezzi ridotti o ridottissimi: sempre allo scopo di continuare a inseguire i ricavi pubblicitari, che intanto venivano assorbiti sempre di più dalle grandi piattaforme come Google e Meta.

Meno copie e meno pubblicità hanno comportato un notevole declino delle risorse a disposizione dei giornali per continuare a fare lo stesso lavoro di prima, la cui qualità e credibilità ne hanno quindi risentito, con conseguenze sulla salute del dibattito pubblico e della democrazia. Ma è una di quelle situazioni da uovo e gallina: la scarsa qualità e credibilità a sua volta ha contribuito alla perdita di lettori e rilevanza. Il peggioramento dei bilanci avviene peraltro a fronte dei contributi pubblici all’editoria, erogati dallo Stato – con tutte le loro storture – a un piccolo gruppo di testate.

La maggioranza degli editori non ha reagito alla crisi trasformando i giornali e i loro modelli di business, se non molto poco e molto tardi, ma innanzitutto tagliando fino a quasi azzerare le nuovi assunzioni, e incentivando invece il pensionamento dei giornalisti più anziani; che spesso non vengono sostituiti ma anzi a quel punto continuano a lavorare con contratti di collaborazione. Le redazioni si sono trovate quindi a tentare di fare più di prima con meno risorse di prima, in un contesto che richiederebbe invece di fare cose diverse e soprattutto supportarle con investimenti e competenze nuove.

La trattativa tra il sindacato dei giornalisti e la federazione degli editori avviene in questo contesto. Il contratto dei giornalisti è diventato molto oneroso per le aziende editoriali, che nei negoziati di questi anni hanno puntato sulla riduzione dei costi intervenendo sui nuovi contratti: e quindi tagliando tutele e compensi di cui continuano e continuerebbero a beneficiare i professionisti con maggiore anzianità, e da cui sarebbero esclusi i colleghi più giovani.

Oltre che snellendo le redazioni e approfittando di pensionamenti e prepensionamenti, poi, le aziende hanno reagito alla crisi affidandosi sempre di più a collaboratori esterni, cioè giornalisti e giornaliste freelance che spesso si trovano a fare lo stesso lavoro dei giornalisti assunti in cambio di compensi inadeguati.

La normativa sull’equo compenso, cioè sulla definizione per legge di retribuzioni minime per le collaborazioni, è stata finora di difficile applicazione nel giornalismo: la legge prevede che vengano fissati dei minimi soprattutto a tutela di chi collabora con i cosiddetti “committenti forti”, quindi col potere di imporre condizioni non favorevoli. Una legge del 2023 stabiliva che a fissare i criteri per definire il compenso fossero gli ordini professionali: l’ordine dei giornalisti ha trasmesso quanto doveva al ministero della Giustizia, competente in materia, che però non ci ha ancora lavorato.

Un altro modo in cui gli editori hanno cercato di ridurre il costo del lavoro è creando contratti alternativi e meno costosi a quello tra la FNSI e la FIEG, destinati a progetti piccoli, locali, digitali o in fase di startup.

Uno di questi, pensato per aziende più piccole, è stato ottenuto nel 2018 con una trattativa tra la FNSI e l’USPI, Unione Stampa Periodica Italiana, un’associazione formata da un gruppo di editori locali e digitali che già nel 2010 aveva firmato sempre con la FNSI un contratto per la stampa periodica locale. Il contratto USPI-FIGEC, il sindacato dei giornalisti affiliato alla confederazione di sindacati CISAL, prevede stipendi più bassi rispetto a quello tradizionale: per dare un’idea, il contratto USPI-FIGEC prevede per un redattore ordinario una retribuzione mensile minima di 1.628 euro lordi, contro quella di 2.693 del contratto FNSI-FIEG (in entrambi i casi è compresa l’indennità di contingenza, cioè la parte di retribuzione che ha lo scopo di adeguare i salari all’inflazione).

La FNSI aveva approvato questo contratto alternativo, pensato per aziende piccole o in fase di avviamento, e per le testate locali. Quando alcuni di questi progetti sono cresciuti e sono diventati grandi e concorrenziali con alcune testate più antiche e consolidate, gli editori della FIEG e i giornalisti della FNSI hanno ritenuto che quelle alternative contrattuali non dovessero più essere consentite, e ne hanno contestato l’applicazione (al Post i giornalisti assunti hanno sempre avuto il contratto tradizionale con le maggiori tutele, anche quando era una startup).

La FNSI lo ha ribadito di recente commentando la multa data dall’INPS ai gruppi Ciaopeople e Citynews, editori rispettivamente del sito di informazione Fanpage e del network di siti locali che per la maggior parte hanno nel nome la parola Today (MilanoToday, RomaToday e altre decine di siti locali). L’INPS li ha multati complessivamente con 8 milioni di euro, perché sostiene che ai giornalisti delle due testate si sarebbe dovuto attribuire il contratto FNSI-FIEG invece che quello meno costoso USPI-FIGEC. Citynews e Ciaopeople hanno fatto ricorso.

Al di là della questione specifica e dell’iter che ne seguirà, il caso è emblematico di come la situazione attuale abbia creato una certa difformità nella retribuzione dei giornalisti, pagati e tutelati in modo diverso seppur svolgendo le stesse mansioni nella stessa categoria. In una situazione come questa, i casi si mescolano: ci sono aziende che considerano impossibile portare avanti un’iniziativa editoriale di successo – o anche solo che stia in piedi – con le condizioni imposte dall’attuale contratto; altre che chiedono di poter usare alternative alle forme contrattuali tradizionali; altre che usano queste alternative per sfruttare i lavoratori autonomi.