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  • Giovedì 26 marzo 2026

Gli effetti della guerra in Medio Oriente stanno colpendo duramente l’Asia

La sua dipendenza da petrolio e gas che passano da Hormuz sta costringendo molti governi a fare scelte difficili e impopolari

Scooter in coda a una stazione di servizio a Ahmedabad, India, il 23 marzo 2026 (AP Photo/Ajit Solanki)
Scooter in coda a una stazione di servizio a Ahmedabad, India, il 23 marzo 2026 (AP Photo/Ajit Solanki)
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Gli effetti del blocco dello stretto di Hormuz, imposto dall’Iran come ritorsione per gli attacchi statunitensi e israeliani nella guerra in corso in Medio Oriente, sono temuti in tutto il mondo ma sono già reali in molti paesi asiatici. L’84 per cento del petrolio e l’83 per cento del gas naturale liquefatto che passavano per lo stretto erano destinati all’Asia. Carburanti ed energia iniziano già a scarseggiare in alcuni paesi, in altri ci si prepara a ridurre i consumi, mentre l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio provoca costi maggiori per tutti i beni, compreso il cibo.

L’attuale situazione ha già portato alla riduzione delle stime di crescita per il 2026 di molti paesi del continente, ma una crisi prolungata può portare effetti peggiori, comprese nuove instabilità politiche: in India e nel sudest asiatico sono già iniziate proteste della popolazione contro i rispettivi governi.

La dipendenza da petrolio e gas provenienti dal Medio Oriente coinvolge India, Indonesia, Malaysia, Filippine, Sri Lanka, Vietnam, Thailandia, Bangladesh, Corea del Sud e Giappone. Fanno parziale eccezione Singapore e Brunei, che producono o raffinano petrolio e hanno economie molto più ricche. La situazione è diversa per la Cina, che ha fornitori più differenziati e riserve maggiori.

Una protesta di monaci buddisti sudcoreani contro la guerra a Seul il 26 marzo 2026 (AP Photo/Ahn Young-joon)

Nella gran parte dei casi l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas in questi paesi è superiore a quello delle quotazioni internazionali, a causa di una richiesta molto superiore alla disponibilità. Il problema è ulteriormente accentuato dalla crisi delle valute nazionali in rapporto al dollaro, dato che i carburanti e le merci vengono acquistati in dollari sui mercati internazionali.

La rupia indiana ha perso quasi il 10 per cento del suo valore in un anno e i prezzi dell’energia nello stesso periodo sono più che raddoppiati per gli utenti finali.

Ma oltre ai prezzi alti, il problema principale è l’impossibilità di trovare fornitori di petrolio. Le stime su quanto possano durare le riserve interne sono complesse, ma alcuni governi ritengono che se la situazione non si sbloccherà potrebbero esaurire i carburanti nel giro di uno-due mesi.

Per questo sono state attivate misure emergenziali: la più radicale è stata presa dal governo dello Sri Lanka, dove è stato aggiunto un giorno festivo la settimana. La settimana lavorativa è quindi ridotta a quattro giorni, per risparmiare benzina per i trasferimenti ed energia.

Il governo del Pakistan ha invece chiuso le scuole per due settimane (molti studenti devono prendere lo scuolabus per raggiungere gli istituti), con possibilità di estendere la chiusura, mentre le lezioni delle università si tengono a distanza. Ha imposto una tassa supplementare sulla benzina per ridurre i consumi, ed è stato deciso che il campionato di cricket si giocherà a porte chiuse. Il cricket è lo sport più seguito del paese e ha anche una funzione “sociale” di unificazione: la passione per questo sport accomuna tutti i pachistani, anche di etnie, religioni e lingue diverse, e i successi nel cricket rappresentano spesso un motivo di orgoglio a livello internazionale.

Uno studente segue una lezione online a Rawalpindi, Pakistan, il 10 marzo 2026 (AP Photo/Anjum Naveed)

Anche le Filippine ricevevano oltre il 90 per cento del petrolio dai paesi arabi: non hanno grandi riserve (finirebbero in 45 giorni) e i trasporti interni sono fondamentali per collegare le isole dell’arcipelago.

Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha dichiarato l“emergenza energetica”, che permette al governo di spostare risorse per l’acquisto di carburante e introduce alcune misure di razionamento dell’energia. Sarà obbligatorio un giorno di smart working la settimana, gli uffici pubblici chiuderanno un giorno in più, i voli interni potranno essere ridotti e sono state suggerite misure pratiche come spegnere i computer durante la pausa pranzo o alzare le temperature dei condizionatori.

Un ufficio chiuso a Pasig, Filippine (AP Photo/Aaron Favilal)

La crisi dei carburanti colpisce particolarmente il settore dei trasporti collettivi, le jeepney, vetture simili a jeep modificate, eredi di vecchi mezzi militari lasciati dall’esercito statunitense negli anni Cinquanta: hanno prezzi modici, ma i conducenti sostengono che i costi al momento non siano sostenibili.

In Thailandia le preoccupazioni maggiori riguardano il settore del turismo, che a marzo ha già segnato un calo di circa il 10 per cento. Le connessioni aeree passano spesso dai paesi del Golfo e oltre mille voli diretti nel paese sono già stati cancellati. A questo si aggiungono code ai distributori, carenza di gasolio e misure per ridurre il consumo di energia. Includono anche il consiglio di fermare alcuni ascensori e usare le scale, e l’indicazione di tenere i condizionatori a non meno di 26 gradi.

Un cartello con “gasolio esaurito” a Prajuab Kirikhan, Thailandia (AP Photo/Grant Peck)

In Cambogia molte stazioni di servizio sono state chiuse, in Bangladesh le code durano per tutta la notte e la vendita di carburante è razionata, in Myanmar sono state introdotte le targhe alterne, in Vietnam da aprile saranno cancellati molti voli dopo che Cina e Thailandia hanno annunciato che bloccheranno le vendite di carburante verso il paese.

In vari paesi ci sono proteste degli agricoltori per l’aumento dei prezzi dei carburanti: il cibo potrebbe presto costare di più per gli aumenti delle spese di produzione e di trasporto.

La Malaysia è un paese estrattore di greggio, ma importa il petrolio raffinato. I prezzi sono cresciuti e il governo ha introdotto alcune sovvenzioni per ridurre l’impatto sulla popolazione. La situazione più preoccupante è però quella relativa ai fertilizzanti, che come petrolio e gas passano dallo stretto di Hormuz. Carenza e aumento dei prezzi dovrebbero presto riflettersi sulle quotazioni dell’olio di palma, prodotto nel paese e venduto in tutto il mondo per usi cosmetici e alimentari.

Code di motociclisti a Dacca, Bangladesh, l’8 marzo 2026 (AP Photo/Mahmud Hossain Opu)

In India il problema principale è legato al gas per cucinare e non ai carburanti, visto che il governo indiano ha ottenuto l’autorizzazione di rifornirsi di petrolio russo senza incorrere nelle sanzioni statunitensi. Non ci sono alternative però per le forniture di gas. Ci sono code per comprare le bombole al dettaglio (con alcune risse), ma anche i ristoranti e gli hotel sono fortemente colpiti: circa un quinto di quelli di Mumbai (città da 22 milioni di abitanti) sono chiusi almeno parzialmente, mentre nello stato occidentale del Gujarat la carenza di gas ha costretto molte industrie del settore della ceramica a interrompere la produzione.

India e Pakistan sono colpite economicamente anche dalla parziale interruzione delle rimesse dei loro cittadini. Nei sei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) vivono circa 10 milioni di indiani. Molti sono impegnati nei lavori più umili e inviano a casa fra il 50 e il 70 per cento dei loro salari, per sostenere le famiglie. L’India nel 2025 ha ricevuto circa 130 miliardi di dollari di rimesse (più o meno la stessa cifra che il paese spende in petrolio, dice il New York Times): quasi il 40 per cento arriva dai paesi del Medio Oriente. Anche le disponibilità di valuta estera del Pakistan dipendono fortemente dai soldi inviati nel paese dai cittadini emigrati all’estero.

Molti governi asiatici si stanno muovendo con solerzia e preoccupazione, anche perché nell’area spesso le proteste che cominciano per ragioni economiche si trasformano in manifestazioni che possono travolgere il sistema politico: è successo negli ultimi anni in Bangladesh e Sri Lanka.

La situazione di Corea del Sud e Giappone, più solide a livello politico ed economico, è differente, ma la loro dipendenza dal petrolio e gas mediorientali è altrettanto preoccupante. Il governo sudcoreano ha introdotto misure per risparmiare energia e teme che una carenza di nafta possa mettere in crisi vari settori industriali, fra cui quello della produzione di elettrodomestici. Il Giappone ha immesso sul mercato interno 80 milioni di barili di petrolio delle sue riserve (corrispondono al fabbisogno nazionale di 45 giorni) e sta valutando misure per sostenere lo yen, la valuta nazionale.