Perché le dimissioni di Delmastro sono una cosa grossa
Da oltre 20 anni era uno dei politici più vicini a Meloni, che sacrificandolo ha mandato un avviso a tutta la maggioranza

Le dimissioni di Andrea Delmastro Delle Vedove da sottosegretario alla Giustizia non sono quelle di un politico qualunque: da oltre 20 anni Delmastro è uno dei collaboratori più vicini alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che in virtù di questo legame gli aveva affidato la gestione della linea politica di Fratelli d’Italia su tutte le questioni della giustizia e soprattutto negli ultimi anni lo aveva difeso e protetto da qualsiasi tipo di accusa e a qualsiasi costo.
Le dimissioni sono insomma il segnale che qualcosa è cambiato nel governo e in particolare nell’approccio di Meloni, disposta a sacrificare uno dei suoi fedelissimi in un momento in cui – finita una lunga fase di invulnerabilità politica, con il referendum sulla magistratura – non può permettersi nuovi segni di debolezza.
Delmastro si è dimesso su pressione di Giorgia Meloni dopo la sconfitta del Sì (sostenuto dal governo) al referendum, ma soprattutto dopo giorni di polemiche per un ennesimo caso in cui è coinvolto. La scorsa settimana infatti si è scoperto che fino a poco tempo fa Delmastro possedeva un ristorante a Roma insieme alla figlia di una persona condannata in via definitiva per reati di mafia. Le sue giustificazioni lacunose e contraddittorie hanno via via aggravato la sua posizione, fino alle dimissioni di martedì.
Ma il coinvolgimento di Delmastro in vicende gravi non è una novità: un anno fa era stato condannato in primo grado a otto mesi, con pena sospesa, per aver divulgato alcune intercettazioni del militante anarchico Alfredo Cospito fatte in carcere (ha poi presentato appello). Delmastro aveva quelle intercettazioni in quanto sottosegretario con delega al Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (quindi alla gestione delle carceri). Prima ancora c’erano state polemiche per la sua presenza alla festa di Capodanno del 2024 in provincia di Biella in cui fu ferito un uomo con uno sparo proveniente da una pistola di proprietà di Emanuele Pozzolo, deputato eletto con Fratelli d’Italia e poi espulso dal suo gruppo parlamentare.
Dopo la condanna in primo grado di Delmastro per il caso Cospito, un problema non da poco per un sottosegretario alla Giustizia, Meloni si era detta sconcertata dell’esito del processo e aveva aggiunto che Delmastro sarebbe rimasto al suo posto. A moltissimi altri politici Meloni non avrebbe riservato una difesa così convinta e irremovibile. Per esempio, la presidente del Consiglio non ha protetto allo stesso modo Gennaro Sangiuliano, che nel 2024 si è dimesso da ministro della Cultura, oppure Augusta Montaruli e Vittorio Sgarbi, entrambi convinti a dimettersi da sottosegretari dopo essere stati coinvolti in casi meno gravi.
Il rapporto strettissimo tra Delmastro e Giorgia Meloni è di lunga data. Risale per la precisione al 2004, quando entrambi erano militanti di Azione Giovani, il movimento giovanile di Alleanza Nazionale. Durante il congresso nazionale organizzato a Viterbo, l’allora giovane dirigente piemontese Delmastro lavorò alla mozione in sostegno a Giorgia Meloni, sfidante di Carlo Fidanza. Vinse Meloni, diventando la prima donna alla guida di un movimento giovanile di destra.
Il legame tra Meloni e Delmastro si saldò definitivamente nel dicembre del 2012: Delmastro fu tra i primi a seguire Meloni nel suo nuovo partito, Fratelli d’Italia, fondato dopo l’abbandono del Popolo della Libertà. È in quel periodo che intorno a Meloni si formò un gruppo di politici fedeli – spesso definito dai giornali “cerchio magico” – di cui fanno parte anche Giovanni Donzelli, Francesco Lollobrigida, Giovambattista Fazzolari e Galeazzo Bignami. Tra le altre cose, Delmastro è stato l’avvocato di Meloni in alcune cause per diffamazione nei confronti di alcuni giornalisti.
Negli anni in Fratelli d’Italia Delmastro è diventato il politico da interpellare per qualsiasi idea, problema o prospettiva riguardante la giustizia. Questo suo ruolo si è sviluppato e rinforzato grazie alla sua vicinanza con i sindacati degli agenti di polizia penitenziaria, con cui ha legami privilegiati da anni. Nella scorsa legislatura per esempio Delmastro ha portato avanti varie battaglie care al sindacato SINAPPE, il sindacato autonomo di Polizia, per assegnare al capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria la sola tutela degli agenti di polizia, e non anche le responsabilità sulle condizioni dei detenuti.
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Non è un caso quindi che all’inizio di questa legislatura Delmastro sia stato nominato non solo sottosegretario alla Giustizia, ma abbia ricevuto anche la delega proprio al Dap, l’ufficio del ministero da cui dipende direttamente la Polizia penitenziaria. È un ruolo che può sembrare meno rilevante rispetto a quello di un ministro, ma che ha permesso a Delmastro di continuare ad alimentare i rapporti con gli agenti e i sindacati: Delmastro ha sempre rivendicato di svolgere il suo ruolo a garanzia delle sole forze di polizia e non dei detenuti.
Non è l’unico motivo per cui Delmastro è finito al ministero della Giustizia. Lì, da sottosegretario, non rappresentava solo se stesso, ma direttamente la volontà della presidente del Consiglio. Quando nominò Carlo Nordio ministro della Giustizia, Meloni infatti era consapevole che Nordio non avesse una perfetta corrispondenza con la linea politica e le sensibilità di Fratelli d’Italia.
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Nel gergo e nelle semplificazioni della politica e del giornalismo, Nordio viene spesso definito “garantista”: una persona rispettosa delle garanzie delle persone indagate o imputate. Meloni lo scelse più che altro in quanto “tecnico” riconducibile alla destra e ritenuto autorevole anche dai suoi alleati. Delmastro, espressione di posizioni più dure e securitarie, è servito a bilanciare questo garantismo di Nordio e per certi versi a controllarlo con l’aiuto di Giusi Bartolozzi, potente capa di gabinetto del ministero anche lei dimessasi martedì.
Le dimissioni di Delmastro spiegano anche il decisionismo di Meloni sul caso della ministra Daniela Santanchè, invitata platealmente a dimettersi seguendo l’esempio dei colleghi. Finora infatti i guai di Delmastro e le difese di Meloni erano serviti a Santanchè per proteggersi dagli attacchi interni. Il ragionamento era semplice: se non si dimette Delmastro che è stato condannato, perché dovrebbe dimettersi una ministra indagata? Ora quella protezione non esiste più.
È un avviso anche per tutti gli altri parlamentari di Fratelli d’Italia e per gli alleati, ora più esposti ai rischi: se Meloni è disposta a rinunciare a Delmastro significa che non è più disposta a tollerare errori in vista delle elezioni in programma nel 2027.



