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  • Mercoledì 25 marzo 2026

La “relazione speciale” è in crisi

La storica alleanza tra Regno Unito e Stati Uniti ha risentito dell'ostilità di Trump, e delle sue richieste esose sulla guerra in Medio Oriente

Donald Trump e Keir Starmer durante un incontro dello scorso settembre (Leon Neal/Pool Photo via AP)
Donald Trump e Keir Starmer durante un incontro dello scorso settembre (Leon Neal/Pool Photo via AP)
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La guerra in Medio Oriente ha messo in crisi la cosiddetta “relazione speciale”, cioè la stretta alleanza con gli Stati Uniti che storicamente ha reso il Regno Unito il paese europeo più coinvolto nelle loro operazioni militari. È così anche stavolta, ma con una riluttanza che in passato non si era vista. Il governo britannico di Keir Starmer non ha assecondato tutte le richieste di Donald Trump, che in queste tre settimane lo ha sminuito, mettendo in discussione per primo il rapporto privilegiato tra i due paesi.

La “relazione speciale” (indicata proprio come special relationship in inglese) risale alla Seconda guerra mondiale. La formula è del primo ministro di allora, Winston Churchill, che è stato citato da Trump per dire che Starmer non è uno statista come lui. L’alleanza ha avuto altri momenti difficili, sempre in occasione di guerre, ma è durata nel tempo a prescindere dall’orientamento dei governi. Per esempio, il Regno Unito ha seguito e sostenuto, piuttosto acriticamente, gli Stati Uniti nelle guerre in Iraq e Afghanistan, sia con Tony Blair (Laburista) sia con David Cameron (Conservatore).

La “relazione speciale” esiste anche nella cultura popolare, nell’idea di un rapporto succube del Regno Unito all’alleato più potente. Nella politica britannica si parla ciclicamente di “momento Love Actually” quando un governo si contrappone a un presidente degli Stati Uniti: l’espressione arriva da una celebre scena della commedia romantica in cui il primo ministro, interpretato da Hugh Grant, ha un sussulto di orgoglio nazionale e si ribella all’arroganza statunitense (non per ragioni politiche). I media si sono chiesti se la guerra in Medio Oriente fosse il “momento Love Actually” di Starmer.

L'allora primo ministro Tony Blair riceve la Presidential Medal of Freedom dal presidente George W. Bush, nel 2009

L’ex primo ministro Tony Blair riceve la Presidential Medal of Freedom dal presidente statunitense George W. Bush, nel 2009 (Christy Bowe/ImageCatcher News Service/Corbis via Getty Images)

Trump lo ha provocato più volte. Oltre alla battuta su Churchill, ha definito il Regno Unito «il nostro Grande Alleato di un tempo» e ha detto di non avere bisogno della portaerei inviata da Starmer nel Mediterraneo, accusandolo di volersi unire a una guerra «già vinta». Trump si è dovuto contraddire, ammettendo implicitamente che in realtà aveva bisogno di alleati, quando nessuno di loro si è unito al suo piano per scortare le navi attraverso lo stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran.

Starmer ha mantenuto un approccio pragmatico. Non ha reagito agli insulti e ha garantito la collaborazione agli Stati Uniti. Venerdì scorso il Regno Unito ha concesso l’uso delle sue basi, già a disposizione a «scopo difensivo», anche per attaccare i siti da cui l’Iran lancia i missili contro le navi che passano per lo stretto di Hormuz. È stato un coinvolgimento assai più limitato di quello auspicato da Trump, che voleva che gli alleati spostassero mezzi militari nello stretto di Hormuz.

Un bombardiere statunitense decolla dalla base di Fairford, in Inghilterra, il 19 marzo

Un bombardiere statunitense decolla dalla base di Fairford, in Inghilterra, il 19 marzo (Leon Neal/Getty Images)

Il Regno Unito è il paese europeo più coinvolto nella guerra in Medio Oriente anche per via degli attacchi iraniani alle sue basi militari.

Quelle a Cipro sono state tra le prime prese di mira dalle milizie alleate dell’Iran, portando vari paesi europei – soprattutto la Francia – a spostare navi e aerei per rinforzare le difese dell’isola. Venerdì scorso, poi, l’Iran ha lanciato due missili contro la lontanissima base di Diego Garcia, nell’oceano Indiano, che è gestita congiuntamente da Regno Unito e Stati Uniti. Proprio la base, peraltro, è al centro di una disputa con l’amministrazione Trump sulla restituzione dell’arcipelago che la ospita a Mauritius.

A inizio marzo Starmer ha dato la sua versione sulla “relazione speciale” in parlamento. Ha ripetuto più volte che «la relazione speciale in azione» si sta vedendo negli aerei da guerra statunitensi che possono usare le basi britanniche, nella condivisione delle informazioni d’intelligence e nelle missioni dell’aviazione britannica per abbattere i missili e i droni lanciati dall’Iran contro i paesi del golfo Persico. Nello stesso discorso, Starmer ha detto che «essere appesi alle ultime dichiarazioni» di Trump non rientrava nella “relazione speciale”.

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Lunedì si è distanziato da Trump un po’ più esplicitamente, allineandosi alla posizione degli altri paesi europei. Ha detto che quella in Medio Oriente «non è la nostra guerra» e che il Regno Unito non ci si sarebbe fatto trascinare. La posizione cauta – almeno per gli standard del passato – di Starmer è stata criticata dai media di destra e dalla destra stessa, a partire dal leader sovranista Nigel Farage, che ha entrature nell’amministrazione Trump. Quest’area politica ha accusato Starmer di avere messo a repentaglio la “relazione speciale”, facendo fare una figuraccia al paese.

Keir Starmer arriva a una conferenza stampa a Downing Street, la sede del primo ministro britannico

Keir Starmer arriva a una conferenza stampa a Downing Street, la sede del primo ministro britannico (Andy Rain/EPA/Bloomberg)

Va detto che, soprattutto con Trump, la “relazione speciale” è stata piuttosto unilaterale. È stata importante soprattutto per il governo britannico, che l’ha sbandierata quando gli ha fatto comodo, per esempio per ottenere un trattamento più favorevole sui dazi rispetto all’Unione Europea. Metterla in discussione è problematico anche perché significherebbe mettere in discussione il rango di superpotenza che un pezzo della società britannica, specie quella conservatrice, ancora si attribuisce.

Va detto anche che il movimento politico di Trump non ha particolare considerazione per il Regno Unito: l’ala più radicale lo racconta, falsamente, come un paese fallito e snaturato dall’immigrazione. J.D. Vance, quand’era già stato scelto come vicepresidente, sostenne che sarebbe potuto diventare «il primo paese islamista» ad avere la bomba atomica, un’affermazione razzista che allude alla teoria del complotto secondo cui l’immigrazione di massa può stravolgere la demografia del paese (e nello scenario di Vance il suo governo). Erano mistificazioni simili a quelle di Elon Musk, che si è impicciato spesso nella politica britannica, dapprima sostenendo Farage, poi quelli più a destra di lui.

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La concezione personalistica e transazionale della diplomazia dell’amministrazione Trump, inoltre, considera un segnale di debolezza l’approccio accorto e istituzionale di Starmer. Una settimana fa Trump l’ha ridicolizzato raccontando che, durante una loro chiamata, Starmer gli aveva detto che si sarebbe riunito con i suoi consiglieri per prendere una decisione: «Non hai bisogno di vedere il tuo team! Sei il primo ministro!».

Sono estranee al trumpismo anche distinzioni come scopi difensivioffensivi. «Sono stronzate diplomatiche. Fanculo. O sei un alleato o non lo sei», ha spiegato alla rivista New Statesman Steve Bannon, l’ex stratega di Trump che è rimasto molto influente nella destra statunitense.

Infine, la guerra ha avuto anche un effetto sulla politica interna britannica. Ha messo in pausa le manovre nel Partito Laburista per sostituire Starmer, che aveva rischiato di rimetterci la leadership per lo scandalo di Peter Mandelson, un pezzo grosso dei Laburisti coinvolto negli “Epstein files”. Da lì in poi la posizione di Starmer e del suo governo è rimasta precaria: due giorni prima che iniziasse la guerra, i Laburisti hanno perso un’elezione suppletiva in un posto dove vincevano dal 1931, e le elezioni locali che si terranno il prossimo maggio sono considerate un grosso test per la loro sopravvivenza politica.