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  • Martedì 24 marzo 2026

Cosa sappiamo di questi presunti negoziati tra Stati Uniti e Iran

Molto poco per ora, oltre a qualche contatto preliminare: Trump dice che sono in corso e molto «produttivi», l'Iran nega che siano mai cominciati

Trump alla Casa Bianca il 23 marzo 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Trump alla Casa Bianca il 23 marzo 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
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Lunedì il presidente statunitense Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti e l’Iran stavano trattando per riaprire lo stretto di Hormuz e mettere fine alla guerra in Medio Oriente. È stata una dichiarazione inaspettata, dato che fino a quel momento non era emersa alcuna notizia su negoziati in corso e anzi vari esponenti del regime iraniano avevano detto di non voler trattare. Il regime sta continuando a smentire che siano in corso negoziati.

Le informazioni sono ancora molto parziali e incerte. Dall’inizio della guerra ci sono stati vari contatti tra mediatori di Stati Uniti, Iran e paesi arabi (del golfo Persico ma non solo), ma si conoscono pochi dettagli e non sappiamo se davvero questi contatti possano essere definiti “negoziati”. Tutte le ricostruzioni sono concordi nel dire che le discussioni sono ancora preliminari e lontane dall’essere risolutive.

Trump ha collegato l’annuncio alla riapertura dello stretto di Hormuz, da cui passa buona parte delle esportazioni mondiali di gas e petrolio, ma che l’Iran blocca dall’inizio della guerra. Sabato Trump aveva dato all’Iran 48 ore di tempo per riaprirlo, dicendo che altrimenti gli Stati Uniti avrebbero bombardato le centrali elettriche del paese. Lunedì ha ritrattato: in un post su Truth ha detto che, proprio perché erano in corso delle conversazioni «produttive», i possibili attacchi sulle centrali sarebbero stati posticipati di cinque giorni.

Nel corso della giornata ha continuato a dare informazioni più o meno vaghe. Ha detto per esempio che i colloqui sono gestiti da Steve Witkoff, il suo inviato in Medio Oriente, e da Jared Kushner; che sono iniziati sabato sera (cioè praticamente subito dopo il suo ultimatum); e che ci sarebbe una bozza di un accordo in 15 punti, in cui tra le altre cose l’Iran rinuncerebbe al suo programma nucleare.

Trump parla con i giornalisti prima di salire sull’Air Force One, l’aereo presidenziale, in Florida il 13 marzo 2026 (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Trump però non ha detto con chi gli Stati Uniti starebbero parlando, ed è un punto importante: nel corso della guerra i bombardamenti di Stati Uniti e Israele hanno decimato la leadership iraniana, uccidendo tra gli altri la Guida Suprema Ali Khamenei e Ali Larijani, uno dei politici più influenti del paese e ritenuto un possibile interlocutore per gli Stati Uniti. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei non si è mai fatto vedere pubblicamente, ma è tanto ostile verso gli Stati Uniti quanto il padre Ali. Lunedì Trump ha detto che gli Stati Uniti stanno parlando con un «rispettato» uomo iraniano, ma non ha detto chi per evitare che venga ucciso.

Non è chiaro chi abbia iniziato le discussioni, se gli Stati Uniti o l’Iran, e nemmeno su cosa si basino. Da tempo gli Stati Uniti chiedono principalmente che l’Iran rinunci al suo programma di arricchimento dell’uranio, con cui si ritiene che il paese voglia arrivare a produrre armi atomiche.

Ieri il giornale israeliano Jerusalem Post aveva scritto che gli Stati Uniti stavano parlando con Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del parlamento iraniano, diventato molto presente nella comunicazione pubblica del regime dall’inizio della guerra. Ghalibaf però ha smentito, scrivendo su X che «non si sono tenuti negoziati con gli Stati Uniti» e che Trump starebbe usando questa «fake news» per manipolare i mercati dell’energia e cercare una via d’uscita dalla guerra.

Non sappiamo in quale misura gli altri paesi del Medio Oriente siano coinvolti nelle discussioni. Qualche informazione in più è stata data da un’inchiesta del Wall Street Journal basata su conversazioni con fonti statunitensi e arabe rimaste anonime. Dice che giovedì scorso i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si sono riuniti a Riyad (la capitale dell’Arabia Saudita) per cercare di avviare dei negoziati, ma che inizialmente non sapevano chi coinvolgere dalla parte dell’Iran.

La notizia di quell’incontro, secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, ha raggiunto Trump e dato avvio alle discussioni annunciate lunedì. I mediatori dei paesi coinvolti però si sono detti scettici sulla possibilità di trovare un accordo in tempi rapidi, e come detto l’Iran continua a distanziarsi pubblicamente dalle trattative.

Il Wall Street Journal ha aggiunto che l’Egitto, la Turchia e il Pakistan avrebbero parlato separatamente con Witkoff e con Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano. L’Egitto avrebbe parlato anche con i Guardiani della rivoluzione, il corpo armato più potente dell’Iran.

Il ministro degli Esteri iraniano a Teheran nel novembre del 2025 (AP Photo/Vahid Salemi)

Tre funzionari rimasti anonimi hanno detto al New York Times che Araghchi e Witkoff si sono parlati al telefono in questi giorni, ma le discussioni sono molto preliminari e non vanno intese come veri e propri negoziati. Varie fonti hanno detto a CNN che anche Oman, Pakistan e Turchia sono parecchio coinvolti negli sforzi di mediazione, anche se al momento «nessuna delle proposte discusse ha raggiunto una fase di maturità o di consenso».

Martedì un portavoce del ministero degli Esteri del Qatar ha fatto sapere che al momento il paese non sta partecipando alla mediazione. È notevole, dato che il Qatar si è costruito un ruolo centrale nel mondo diplomatico, e da tempo è coinvolto nella mediazione di guerre e conflitti in tutto il mondo: di recente per esempio aveva partecipato alle lunghe e complicate trattative per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.

Si parla anche della possibilità di un incontro tra i delegati di Iran, Stati Uniti e di altri paesi coinvolti che potrebbe tenersi in Turchia o in Pakistan. Lunedì il governo del Pakistan si è detto disponibile a ospitare gli eventuali negoziati.

Una nave cargo si dirige verso lo stretto di Hormuz, il 19 marzo 2026 (AP Photo)

Dall’inizio della guerra Trump ha fatto varie affermazioni contraddittorie su possibili negoziati e sulla guerra in generale. Venerdì per esempio aveva detto: «Non fai un cessate il fuoco se stai letteralmente annientando l’altra parte», ma al contrario il giorno dopo aveva detto che gli Stati Uniti stavano «considerando di rallentare» gli sforzi militari in Medio Oriente.

Un’interpretazione è che Trump abbia deciso di puntare sulle trattative per uscire da una posizione molto scomoda. L’Iran ha detto che se gli Stati Uniti dovessero bombardare le centrali elettriche iraniane, come Trump ha minacciato di fare, per ritorsione il paese colpirebbe le infrastrutture energetiche di Israele e dei paesi del Golfo, tra i principali produttori ed esportatori di petrolio e gas naturale.

La distruzione di quegli impianti avrebbe conseguenze potenzialmente enormi non solo per i paesi colpiti ma anche per il mercato energetico globale, già in enorme crisi a causa del blocco dello stretto di Hormuz. Questo farebbe inevitabilmente salire il prezzo del petrolio e del gas naturale, ed è una cosa che Trump vuole assolutamente evitare.

Dall’altro lato, per Trump non attaccare le centrali elettriche iraniane, e quindi non tenere fede alla sua parola, sarebbe stato un segnale di debolezza: anche questa è una cosa che vuole evitare a tutti i costi. Di fatto, parlando di negoziati Trump prende tempo e apre la strada a soluzioni alternative.