La presenza di giornalisti internazionali può evitare i crimini di guerra?
In uno dei reportage raccolti in “Da vicino. Raccontare la guerra oggi”, Daniele Raineri dice di non esserne più così sicuro

In Da vicino. Raccontare la guerra oggi, pubblicato da Einaudi nella collana Maverick, lo scrittore Paolo Giordano ha raccolto sei racconti, reportage e riflessioni di altrettante giornaliste e giornalisti italiani che hanno lavorato in zone di crisi: Daniele Raineri del Post, Cecilia Sala di Chora, Annalisa Camilli di Internazionale, Nello Scavo di Avvenire, Lorenzo Tondo del Guardian e Margherita Stancati del Wall Street Journal. Hanno raccontato esperienze e insegnamenti del lavoro in posti come la Palestina, l’Ucraina, l’Afghanistan e il Mediterraneo, riflettendo sul lavoro dell’inviato di guerra. Pubblichiamo l’inizio del testo di Daniele Raineri, inviato del Post e autore della newsletter Outpost, che partendo da una notte in un casolare nel nord della Siria spiega cosa ha imparato, e cosa no, dell’influenza del lavoro giornalistico sull’andamento delle guerre e delle tragedie internazionali.
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Nella primavera del 2014 ho passato del tempo nella regione di Idlib, in Siria, assieme a un gruppo di insorti. La rivoluzione contro il regime del dittatore Bashar al Assad cominciata tre anni prima era arrivata al massimo della sua violenza e si era trasformata in una guerra civile. Di notte stavamo nascosti in una casa di campagna con le finestre chiuse e le luci spente, perché i bombardieri e gli elicotteri assadisti giravano sulla zona per trovare bersagli da colpire.
Una teoria sostenuta dai guerriglieri diceva che chiudersi in un casolare buio tra le decine di casolari sperduti nelle campagne e tra i filari di ulivi fosse la garanzia migliore di sicurezza, in una regione che era totalmente sguarnita di difese aeree. Era una questione di statistica. Perché mai i piloti di Assad avrebbero dovuto scegliere proprio il nostro casolare disabitato, a malapena visibile dall’alto, per sganciare una bomba? Andranno a bombardare altrove. Ma bisognava usare discrezione.
Oggi quella teoria farebbe ridere. Ormai ci sono i droni da ricognizione che hanno il compito di sciamare in giro e di controllare casa per casa se ci sono segni di presenze sospette. Una motocicletta parcheggiata e ancora calda oppure una sagoma umana che brilla da lontano davanti ai sensori infrarossi sono abbastanza per attirare i bombardieri. Ma all’epoca l’esercito di Assad non aveva droni e nel buio ci sentivamo scaltri.
Una notte stavamo chiacchierando in circolo per l’ennesima volta, perché le notti si consumavano in conversazioni fino a tardi. La mattina dopo i ribelli dormivano sotto le finestre, tappate con teli e coperte, e io ero insofferente, perché ero convinto di dover fare reportage solenni da spedire quanto prima alla redazione. Quanto poteva aspettare il mondo, in apnea, che io raccontassi che cosa accadeva in quel di Idlib, in Siria? Ancora non ero sceso a patti con il fatto che nei conflitti si passa molto tempo a non fare nulla e che in assoluto è il tempo migliore. Ricordo due cose. La prima è che si passavano di mano in mano il mio passaporto come fosse una reliquia santa.
Sognavano a occhi aperti. Avere un passaporto italiano voleva dire arrivare al confine con la Turchia, attraversarlo, lasciare la Siria e la guerra alle spalle, raggiungere un aeroporto secondario, fare scalo a Istanbul, mescolarsi alla folla dei vacanzieri e infine atterrare in Europa. È quello che avrei fatto io di lí a pochi giorni. Per gli insorti era un desiderio intenso. Alcuni di loro avrebbero abbandonato volentieri i fucili attaccati al muro per andare almeno in Turchia. In quel periodo alcuni siriani cominciavano a tentare la fuga senza documenti per attraversare i Balcani e raggiungere l’Europa occidentale, considerata più ricca di opportunità, oppure per salire su un barcone sempre dalla costa turca e poi sbarcare nell’Europa del Sud.
La seconda cosa che ricordo è che si passavano in circolo una bottiglia di whisky, che era loro, e mi chiedevano di portarne altre se fossi tornato a visitarli. Erano musulmani in una regione dove l’Islam è rigido, ma non disprezzavano il liquore. Sui social italiani a quel tempo giravano migliaia di battute sarcastiche sui ribelli siriani cosiddetti «moderati», fra virgolette, per far intendere che in realtà erano tutti fanatici di Al-Qaida. Per me era ovvio che non fosse così: conoscere la differenza tra combattenti moderati e combattenti estremisti faceva parte del lavoro, era necessario per navigare le regioni di Idlib e Aleppo tra zone dove comandavano i moderati, zone controllate invece dai fanatici e zone grigie dove non si capiva davvero chi dominasse chi, ma era comunque meglio fare attenzione. Gli insorti dentro il casolare erano un gruppo misto. Avevano l’aria un po’ scalcagnata e un po’ pericolosa di una banda uscita da un film di Sergio Leone. Ma più scalcagnata che pericolosa. Tra i quindici e i cinquant’anni, guance poco rasate, grossi baffi, alcuni in pantaloni militari perché erano disertori dell’esercito, e poi tute, giacche civili, kefiah avvolte attorno alla testa, pistole nei tasconi e fucili Ak appesi per le cinghie a un lungo attaccapanni fissato a una parete. Avevano tutti almeno un familiare o un amico morto ammazzato nella rivoluzione.
Il fatto stesso che quella notte io fossi seduto in mezzo a loro era una prova dell’esistenza dei ribelli moderati. Gli islamisti in quella regione rapivano e assassinavano i giornalisti ed erano già potenti. Una volta mentre ero in macchina e stavo per fermarmi in un villaggio che ricordavo essere sicuro – a comprare bottiglie di acqua e biscotti, il solito cibo da spostamento in auto – il siriano che era con me mi bloccò quando già avevo la mano sulla portiera. Non era piú un posto sicuro, mi disse. Lasciammo il villaggio senza uscire dall’auto, «qui è meglio se non ti fai vedere più altrimenti ti prendono».
Quella notte nel casolare sermoneggiavo a proposito di uno degli errori più madornali commessi dai rivoluzionari, almeno io lo consideravo cosí, durante la guerra contro il regime di Assad: non proteggere i giornalisti internazionali che venivano in visita nelle aree ribelli. Guardate quello che fa Hamas a Gaza, intimavo agli insorti siriani. I giornalisti che entrano nella Striscia, che è sotto il controllo di Hamas, non sono braccati come prede. E questo avviene perché Hamas ha interesse a che i media accorrano da tutto il mondo a raccontare quello che succede ai palestinesi. Voi, dicevo ai siriani, questa cosa non l’avete ancora capita. In Siria nelle aree ribelli i giornalisti continuano a sparire, ma è una cosa davvero controproducente e prima o poi comprenderete i danni che vi state infliggendo da soli.
Visto che abbiamo nominato Hamas, chiariamoci. Qui si sta parlando di strategia di comunicazione, di capacità di far arrivare il proprio messaggio. È un’analisi neutra, come quella di chi stesse parlando del motore di un panzer tedesco durante la Seconda guerra mondiale. Che poi il panzer si muovesse al servizio di una macchina di sterminio è una considerazione che va data per scontata. Lo stesso vale per Hamas. Ha un dipartimento media che sa quello che fa, ma è al servizio di un’ideologia estremista, di una campagna permanente di terrorismo e di una strategia catastrofica anche per la causa palestinese.
Era la primavera del 2014, come abbiamo detto. Senza che l’opinione pubblica lo sapesse, in Siria decine di giornalisti, volontari e medici stranieri erano già stati sequestrati ed erano tenuti prigionieri. Tra loro c’era anche un cooperante italiano, Federico Motka, portato via nel marzo 2013 dallo Stato islamico a poca distanza da dove eravamo e liberato dopo quattordici mesi di rapimento grazie alla mediazione dell’intelligence italiana. Tre mesi dopo il rilascio di Motka, ad agosto, lo Stato islamico comincerà a portare davanti a una telecamera gli ostaggi americani e inglesi con indosso una tuta arancione – ispirata ai prigionieri nel carcere militare di Guantanamo – e a decapitarli con un coltello, perché il governo degli Stati Uniti e quello del Regno Unito avevano rifiutato di aprire un negoziato con i rapitori. Immaginavo che quelli di Hamas leggessero le notizie a proposito degli islamisti siriani che rapivano e uccidevano i giornalisti e pensassero: ma quanto sono deficienti?
Hamas aveva capito alla perfezione e da tempo che la copertura dei media fa parte in modo naturale della guerra. Quello dei rapitori che infestavano le aree ribelli della Siria e segnalavano e vendevano gli ostaggi ai terroristi era un calcolo miope: certo, sul breve periodo potevano incassare un po’ di soldi, ma sul medio-lungo termine i giornalisti disposti a venire in Siria e a raccontare che cosa succedeva cessarono di arrivare. I grandi media americani smisero di pagare fotografi e videomaker freelance, per non incentivarli a lavorare in Siria. E senza giornalisti, non ci fu più copertura su giornali e televisioni. E senza quella venne il buio. E nel buio può succedere di tutto.
E infatti, a dimostrazione di quello che dicevo agli insorti, il regime siriano approfittava della presenza rarefatta dei media per fare tutto il peggio che potesse fare: esecuzioni sommarie di civili e massacri con i barili bomba – che erano un espediente penoso per risparmiare sulle bombe vere. Gli assadisti riempivano un barile di esplosivo, ci ficcavano un detonatore a contatto e lo lanciavano giù dagli elicotteri, si può immaginare con quanta precisione. Su quella china in discesa di crimini di guerra sempre piú gravi arrivarono fino alle stragi commesse con l’agente nervino sarin. Il sarin paralizza i muscoli delle vittime, inclusi quelli preposti alla respirazione dei quali non siamo nemmeno consci. Il risultato è che le persone colpite dall’agente sarin cercano di respirare ma non riescono a far entrare aria nei polmoni. Il processo è irreversibile, non resta loro che boccheggiare. È come morire per annegamento in piedi sulla terraferma. E poiché il sarin è più pesante dell’aria e tende a strisciare sul terreno, i piú esposti sono gli individui di statura più bassa, i bambini.
Nella strage piú grave fatta con il sarin in Siria le vittime furono almeno milletrecento, alla periferia di Damasco, inaccessibile ormai da anni ai giornalisti stranieri. Sui social gli stessi che facevano ironia sui ribelli siriani moderati erano pronti a giurare che quell’attacco con il sarin non fosse stato lanciato dall’esercito di Assad, ma fosse il frutto di una complessa operazione dei ribelli in combutta con la Turchia per mettere in cattiva luce Assad. Circolavano le ricostruzioni piú strampalate. A scanso di equivoci, per chi oggi tiene in mano questo libro: a lanciare il sarin sui civili siriani fu il regime di Assad, ci sono prove irrefutabili. A volte, nei momenti di ozio, mi chiedo come sarebbe stato raccontato lo sbarco in Normandia nel giugno del 1944 se ci fossero stati i social e quanto sarebbe stato deformato.
Nella mia testa si era creata questa convinzione: dove ci sono meno giornalisti internazionali, ci sono più crimini di guerra. Dieci anni dopo non sono più convinto che sia così. È vero che la Striscia di Gaza è stata vietata ai giornalisti internazionali, ma avremmo fatto davvero la differenza? C’erano e ci sono comunque i palestinesi con telecamere e telefoni. Hanno trasmesso al mondo esterno migliaia di video cruenti, in tempo reale, mentre i bombardamenti degli aerei israeliani spazzavano via famiglie intere e facevano crollare un condominio di Gaza dopo l’altro. Tutte le televisioni hanno usato immagini arrivate da lì. Possiamo dire che la diffusione degli orrori di Gaza abbia bloccato gli orrori di Gaza? Non è successo.
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