È davvero importante sapere chi è Banksy?

La volontà di alcuni artisti di rimanere anonimi è fondata su buoni argomenti, ma c'è chi pensa si contrapponga ad altri interessi collettivi

Una porzione di muro con un graffito disegnato da Banksy
Una porzione di muro con un graffito disegnato da Banksy, asportato da un edificio residenziale danneggiato da un attacco russo a Irpin’, in Ucraina, il 13 maggio 2023 (Roman Pilipey/Getty Images)

Presentando una loro recente inchiesta sull’identità dello street artist Banksy, i tre giornalisti di Reuters che l’hanno realizzata hanno scritto di aver tenuto conto dell’anonimato richiesto dall’artista e rispettato e difeso da molti suoi fan. Ma hanno aggiunto che secondo loro c’è anche un pubblico che invece desidera conoscere l’identità di una persona che ha una «profonda e duratura influenza sulla cultura, sul mondo dell’arte e sul discorso politico internazionale».

Condivisibile o meno, il loro ragionamento è abbastanza chiaro. Se persone e istituzioni che hanno influenza e centralità nel dibattito pubblico sono soggette a un certo tipo di attenzioni e di responsabilità personali, questo dovrebbe valere per Banksy, il cui anonimato è per giunta una caratteristica volontaria, pubblica e redditizia del suo lavoro. «Abbiamo applicato lo stesso principio che Reuters utilizza ovunque», hanno scritto.

Nonostante le premesse, l’inchiesta ha sollevato diverse perplessità: sui tempi e sul risultato, oltre che sull’intenzione. La vera identità di Banksy è oggetto di articoli, inchieste e ipotesi da più di vent’anni, e nessun elemento di attualità rendeva particolarmente urgente o necessaria la pubblicazione dell’inchiesta rispetto al passato. Il risultato è inoltre una sostanziale conferma di un’ipotesi che circola fin dal 2008, diffusa per la prima volta dal tabloid britannico Daily Mail, e cioè che Banksy sia Robin Gunningham, un 53enne originario di Bristol, in Inghilterra: ipotesi ora avvalorata da ulteriori indizi forniti da Reuters, ma comunque non confermata dall’autore, che negli anni avrebbe anche cambiato nome.

Tempistica e risultato a parte, l’inchiesta ha suscitato reazioni di contrarietà soprattutto per un’altra ragione: molte persone non condividono l’obiettivo dichiarato dai giornalisti, o non lo considerano prioritario rispetto alla volontà dell’artista di rimanere anonimo. È un dibattito che si ripete ciclicamente, dopo ogni tentativo giornalistico di scoprire l’identità di autori e autrici che scelgono di nascondere la propria identità. Era già successo diverse volte con Banksy, ma anche con la scrittrice Elena Ferrante, pseudonimo di una delle autrici di maggior successo del XXI secolo (oltre 10 milioni di libri venduti in tutto il mondo).

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Nel 2016 il giornalista italiano Claudio Gatti utilizzò una serie di documenti finanziari per scoprire l’identità di Ferrante e sostenere che fosse la traduttrice Anita Raja. Anche quell’inchiesta suscitò reazioni scandalizzate e critiche simili a quelle rivolte ora a Reuters, perché molte persone la considerarono un’ingerenza in una scelta che aveva anche un valore artistico. Ferrante difese poi quella sua richiesta di anonimato e pubblicò altri libri con lo stesso pseudonimo.

Una delle obiezioni comuni verso i giornalisti è che lo scrupolo e i metodi che applicano quando si occupano di queste storie, generalmente legittimi sul piano deontologico, dovrebbero essere utilizzati per indagare sulla vita di politici e personaggi più influenti di uno street artist o di una scrittrice. Ma è un’obiezione comprensibile solo in parte, perché le due attività di indagine non si escludono necessariamente. È invece più consistente e condivisa un’obiezione basata su un’altra questione: se la pubblicazione dell’identità di un autore o un’autrice anonimi non comporti automaticamente una limitazione della loro libertà di espressione artistica.

Una nota opera di Banksy, con la regina Elisabetta nei panni di David Bowie

Una nota opera di Banksy, con la regina Elisabetta nei panni di David Bowie, durante un’anteprima della mostra “Banksy Limitless”, a Londra, il 24 settembre 2025 (Joe Maher/Getty Images)

Divulgare informazioni sull’identità di Banksy, secondo il suo avvocato Mark Stephens, potrebbe esporlo a rischi personali, perché nel corso degli anni «è stato oggetto di comportamenti morbosi, minacciosi ed estremisti» proprio per la sua attività e il suo impegno. E anche per diversi grandi autori e autrici del passato la scelta di uno pseudonimo è storicamente servita a lavorare con maggiori libertà, perché permetteva loro di assumere identità diverse dalle loro identità reali.

Come esempio viene spesso citato il caso delle scrittrici inglesi della prima metà dell’Ottocento Charlotte, Emily e Anne Brontë, che pubblicarono i loro libri usando pseudonimi maschili (Currer, Ellis e Acton Bell). Perché «avevamo la vaga impressione che le autrici fossero soggette a pregiudizi», scrisse poi Charlotte per spiegare quella scelta, nella prefazione di un’edizione del 1850 di Cime tempestose (di Emily) e Agnes Grey (di Anne).

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In un senso più profondo, qualsiasi tentativo di ricondurre un’opera al proprio autore è una forma di controllo, molto difficile da evitare. A sostenerlo fu tra gli altri il filosofo francese Michel Foucault, durante una celebre lezione al Collège de France, a Parigi, nel 1970, poi pubblicata nel libro L’ordine del discorso. In ogni società, secondo Foucault, il sapere è sempre controllato, selezionato, organizzato e distribuito tramite un sistema di pratiche e procedure: una delle più potenti è l’attribuzione a un autore, un’esigenza che nelle culture occidentali è andata rafforzandosi nel tempo, anche se in modo non uniforme.

Accettiamo che ricette, preghiere o barzellette, per esempio, circolino senza che sia nota né considerata rilevante l’identità dell’autore. Ma lo consideriamo inaccettabile nelle scienze, nella letteratura e in tutti i campi in cui l’attribuzione a un autore è una regola. Nella letteratura non è sempre stata fondamentale, scrive Foucault, ricordando come diversi poemi, drammi e commedie circolassero nel Medioevo in una forma di relativo anonimato. Ma soprattutto dal Seicento in poi l’attribuzione all’autore è diventata la norma: non tanto perché sia rilevante attribuire responsabilità a chi scrive o pronuncia un testo, ma perché ricondurre un discorso al suo autore è un modo di attribuire coerenza e unità al discorso, contestualizzarlo e garantirne l’origine.

Questo tipo di attribuzione è da tempo così implicito nella produzione culturale che nemmeno la scelta di usare uno pseudonimo permette di aggirarlo. L’unitarietà dell’autore, per come la intende Foucault, non smette infatti di valere solo perché non se ne conosce la vera identità: chiunque sia Banksy, è la stessa persona a cui sono attribuiti quei murales e non altri. E probabilmente è interesse anche dello stesso Banksy, chiunque sia (o siano), che questa associazione sia nota, chiara e coerente nel tempo, e che il suo nome non sia invece utilizzato per attribuzioni illegittime.

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In generale, l’anonimato è diventato una scelta via via meno praticabile che in passato, indipendentemente da quanto sia legittima e rispettabile. Alcuni autori e autrici desiderano e magari si aspettano di potere rimanere anonimi, ma per quelli di successo è diventato obiettivamente più difficile riuscirci man mano che aumentava nel tempo la capacità dei personaggi famosi di attirare grande interesse mediatico, stimolare la curiosità del pubblico e generare enormi profitti.

Nel 2015 la scrittrice inglese J. K. Rowling, autrice della celeberrima saga di Harry Potter, parlò della sua esperienza di scrittrice di gialli con lo pseudonimo Robert Galbraith, storia poi scoperta da un giornalista. «Ho sempre saputo che, se i libri avessero avuto successo, sarebbe diventato sempre più difficile rimanere anonima perché, giustamente, la gente avrebbe pensato: “Mi piacerebbe intervistarla o farle qualche domanda”», disse Rowling. Dopo la scoperta del suo pseudonimo, le vendite dei libri aumentarono, dato che all’epoca era già famosa.

In alcuni casi è l’editore stesso a suggerire l’anonimato, o comunque ad aiutare l’autore o l’autrice a mantenerlo, se è quello che vuole. Ed è indubbio che nei rari casi recenti in cui artisti di grande successo sono riusciti a mantenere segreta la loro identità, come Ferrante, questa scelta ha di solito giovato alla popolarità e anche all’influenza delle loro opere, perché il mistero sull’identità dell’autore ha favorito la loro circolazione.

Questo però è esattamente il punto sollevato dai giornalisti di Reuters: perché garantire particolari ed eccezionali condizioni di anonimato ad alcuni personaggi pubblici solo perché lo hanno chiesto? Perché sospendere il diritto di una parte del pubblico ad avere informazioni biografiche di contesto per riservare ad alcuni personaggi pubblici un riguardo normalmente negato ad altri?

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A proposito dell’inchiesta di Gatti su Ferrante, il consulente legale ed esperto di diritto alla privacy Jeremy Clarke-Williams disse al Guardian che Ferrante in teoria avrebbe potuto appellarsi al diritto al rispetto della vita privata e familiare, in base all’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ma lo stesso articolo riconosce che quel diritto possa essere in alcuni casi bilanciato con diritti e libertà altrui. E gli equilibri tra il diritto alla privacy e la libertà dell’informazione, appunto, sono notoriamente molto difficili da definire. «Non penso che Elena Ferrante sarebbe in grado di dimostrare di avere una ragionevole aspettativa di privacy», disse Clarke-Williams.

La rivelazione dell’identità di un autore che aveva chiesto di rimanere anonimo genera comprensibili reazioni di fastidio anche per un altro motivo: la presenza di un autore reale e noto è sempre ingombrante, in una certa misura, perché riduce la capacità di un’opera d’arte di parlare da sé e riflettere le proiezioni di chi l’ammira o ne fruisce.

«Finché l’identità mutevole dell’autore non viene ricondotta a una persona reale, la storia suonerà vera. La sua voce conterrà l’eco della nostra e il suo volto sarà uno specchio in cui vedremo il nostro riflesso», scrisse sul sito The Conversation la ricercatrice Enrica Maria Ferrara, docente di lingua e cultura italiana al Trinity College a Dublino. A volte, aggiunse, «non abbiamo bisogno di sapere chi guida la penna o il pennello, né chi consegna i regali di Babbo Natale».

Un’opera attribuita a Banksy, con la scritta «Voglio essere ciò che vedi in me», a Marsiglia,

Un’opera attribuita a Banksy, con la scritta «Voglio essere ciò che vedi in me», a Marsiglia, in Francia, il 30 maggio 2025 (Arnold Jerocki/Getty Images)

Ma non è un’opinione condivisa da chiunque. Casi come quello di Banksy e Ferrante mostrano bene anche il conflitto tra il bisogno di libertà di espressione dell’artista e quello di informazioni da parte delle istituzioni culturali che, nel bene o nel male, orientano l’interpretazione delle opere: la critica, per esempio. «Quanto dobbiamo davvero sapere degli artisti che ammiriamo?», si chiese nel 2020 la critica statunitense Megan O’Grady.

«In qualità di critica il cui lavoro si fonda sul presupposto che si possa apprendere molto dai contesti particolari, personali e non, in cui l’arte viene creata, mi trovo combattuta tra due impulsi: il desiderio di avvicinarmi a quelle verità scomode e quello di comprendere i costi reali dell’esposizione», scrisse O’Grady. Mise in discussione l’idea che risolvere il mistero dell’identità di un artista sia necessariamente un’ingerenza o un atto di violenza immotivato.

Conoscere la vita dell’autore di un’opera creativa, secondo lei, non riduce la forza dei sentimenti che l’opera è in grado di suscitare: può aumentarla, anzi. Permette di descrivere meglio l’esperienza artistica, che è rara e difficile da definire, allo stesso tempo intima e personale, eppure pubblicamente affermata dalla nostra cultura. «Perciò cerchiamo di saperne di più, magari anche di ritrovarci nella storia dell’artista e di diventare parte del suo mistero. Pensiamo che valga la pena rischiare di risolverlo», scrisse.