Amy Madigan era rimasta in disparte per quarant’anni
Ricevette la sua prima nomination all'Oscar nel 1986, e lo ha vinto ieri per “Weapons” dopo una carriera perlopiù da caratterista

Amy Madigan ha cominciato il suo discorso per la premiazione come miglior attrice non protagonista agli Oscar con una risata energica, un po’ ambigua e a momenti inquietante, tutti tratti in comune con il personaggio eccentrico e angosciante che ha interpretato in Weapons. Può darsi che buona parte del pubblico oggi l’abbia scoperta solo con il ruolo di Gladys nel chiacchierato horror scritto e diretto da Zach Cregger, ma Madigan, che ha 75 anni, è una caratterista con un centinaio di ruoli all’attivo sia nel cinema che nella tv.
Fu candidata agli Oscar per la prima volta esattamente 40 anni fa, e nonostante a Hollywood sia passata quasi sempre inosservata non appena la si riconosce diventa indimenticabile, ha scritto l’Hollywood Reporter. È anche per la sua capacità di rendere memorabili i personaggi che interpreta, anche se per poche scene, che dopo aver vinto i Critics’ Choice Awards e gli Actor Awards era considerata la favorita anche per gli Oscar.
– Leggi anche: Le foto più belle degli Oscar
Weapons è ambientato in un’anonima cittadina della Pennsylvania, dove una notte all’improvviso 17 bambini di una classe delle scuole elementari escono di casa e spariscono nel buio. Il padre di uno di loro (Josh Brolin) sospetta che dietro possa esserci la maestra della classe (Julia Garner), che a sua volta cerca di scoprire cosa sia successo da Alex (Cary Christopher), l’unico bambino a non essere scomparso. La vera rivelazione del film («l’arma segreta di Weapons», scrive il New York Times) è proprio Gladys, che sostiene di essere la zia di Alex ed è un personaggio determinante per lo sviluppo della trama, anche se viene nascosta dal trailer ufficiale (dire qui chi sia davvero il suo personaggio sarebbe un grosso spoiler).
Nel film Madigan indossa una vistosa parrucca rossa, grossi occhiali con la montatura di plastica e abiti dai colori accesi accostati in modo improbabile. Il suo rossetto è sempre sbavato, come quello che associamo alle zie di una certa età, e i suoi comportamenti sempre in bilico tra l’assurdo e il minaccioso. Gladys è «sicura di sé e affascinante in modo bieco», ha raccontato Madigan, ed è per questo che il personaggio le era subito piaciuto. Cregger ha detto che se Gladys non avesse funzionato, non avrebbe funzionato tutto il film, e che aveva capito che Madigan era quella giusta per interpretarla appena dopo averla incontrata.
Per Vulture il suo personaggio è entrato istantaneamente nel canone dell’horror contemporaneo, rubando la scena a tutti gli altri del film. Cregger ogni tanto manda a Madigan i video e i meme basati sul suo personaggio, che è diventato anche uno dei preferiti dell’anno nella comunità LGBTQIA+: a lei fa piacere, dice, soprattutto in un periodo in cui chiunque non si riconosca nel genere che corrisponde al suo sesso biologico viene continuamente demonizzato.
Madigan ha raccontato che esibirsi le piace fin da quando è bambina. Nacque l’11 settembre del 1950 a Chicago, studiò piano e canto da autodidatta. Dopo essersi laureata in filosofia, nel 1974 si trasferì a Los Angeles con l’idea di fare musica. Quattro anni dopo comparve nuda su Playboy, ricoperta di gelatina, per promuovere la sua band chiamata Jelly: non le andò benissimo, ma le andò meglio con la recitazione. Si iscrisse al famoso istituto di Lee Strasberg, e nel 1982 debuttò al cinema con Love Child, con cui ottenne la sua prima candidatura a un Golden Globe.
Il ruolo non le diede chissà quale notorietà, ma le fece ottenere altre parti importanti come quelle in Strade di fuoco o Le stagioni del cuore, uno degli 11 film in cui ha recitato assieme a Ed Harris, suo marito, noto tra gli altri per Apollo 13, The Truman Show o per la serie Westworld.

Un’immagine di Amy Madigan nel ruolo di Gladys mentre l’attrice ritira il premio come miglior attrice non protagonista agli Actor Awards, i premi del cinema e della televisione assegnati dalla Screen Actors Guild (SAG), il più importante sindacato di attori di Hollywood a Los Angeles, primo marzo 2026 (AP Photo/Chris Pizzello)
Nel 1986 Madigan fu candidata per la prima volta agli Oscar come miglior attrice non protagonista per Due volte nella vita, in cui interpretava la figlia di un uomo sposato in crisi di mezz’età (Gene Hackman) che si invaghisce di un’altra donna. L’Oscar fu assegnato ad Anjelica Huston per L’onore dei Prizzi, ma lo stimato critico Roger Ebert lodò Madigan per aver interpretato «uno dei personaggi cinematografici più complessi» da molto tempo a quella parte.
Recitò tra gli altri nel film fantastico L’uomo dei sogni, con Kevin Costner, e nella commedia Io e zio Buck, con John Candy e Macaulay Culkin. Fece anche scelte rischiose, difficili da digerire per la critica del tempo: interpretò per esempio l’avvocata di Jane Roe nello sceneggiato televisivo Roe vs. Wade, sulla nota sentenza che portò alla legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti, per cui vinse un Golden Globe, o Perversioni femminili, un thriller erotico con Tilda Swinton. Più di recente è stata Peggy Guggenheim in Pollock (diretto e interpretato dal marito), ha recitato in Gone Baby Gone di Ben Affleck e nell’horror satirico The Hunt; ha avuto anche ruoli più o meno importanti in serie come Grey’s Anatomy, Carnivàle, Fringe e Penny Dreadful.
Parlando con l’Hollywood Reporter, Madigan ha detto che quando era più giovane era più sicura di sé, e che con l’età le opportunità sono diventate sempre meno, o sempre meno interessanti. Con Weapons però le cose sono cambiate, e le sono già state offerte altre parti, che però ha rifiutato perché poco convinta («Non che abbia avuto moltissimo tra cui scegliere, ma è sempre stata molto selettiva», ha commentato Harris). Intanto Cregger sta discutendo con Warner Bros. di un possibile prequel di Weapons basato proprio sul personaggio di Gladys.
Madigan dice che è molto bello sapere di poter far parte di un possibile progetto, e che non esclude di tornare a interpretare il ruolo che le è valso l’Oscar, ma che è ancora tutto da vedere. Essendo stata nel giro per così tanto tempo, dice, preferisce restare cauta: per lei le cose «non sono vere finché lo diventano».
– Leggi anche: Quello che mancava a Paul Thomas Anderson



