I principali comitati per il No al referendum
Ce ne sono diversi, ma c'è un vago coordinamento nonostante il fronte contro la riforma della giustizia sia ampio e variegato

I principali partiti dell’opposizione, lo scorso ottobre, non sapevano bene come affrontare la campagna contro la riforma costituzionale della magistratura, in vista del referendum confermativo del 22 e del 23 marzo. Pur essendo concordi nel voler contrastare la riforma promossa dal governo, i leader del cosiddetto “campo largo” avrebbero dovuto utilizzare toni e registri molto diversi tra loro, e per certi versi inconciliabili, anche perché il fronte dei contrari è estremamente ampio e variegato.
Si va dall’estrema sinistra di Potere al Popolo fino ai centristi liberali e moderati, dove ci sono peraltro esponenti – come Riccardo Magi di +Europa, o vari dirigenti di Italia Viva vicini a Matteo Renzi – che storicamente hanno sempre sostenuto la necessità della separazione delle carriere, ma che pure contestano il modo in cui questa riforma intende realizzarla. Anche gli approcci della segretaria del PD Elly Schlein e del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte non sono gli stessi. Insomma, l’idea di trovare un coordinamento efficace, o anche soltanto un’intesa che evitasse contraddizioni e liti interne, non era affatto scontata.
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Per questo l’intenzione iniziale era di lasciare che ogni partito del centrosinistra facesse la propria campagna. E invece, in modo anomalo, un po’ tutti i leader del centrosinistra hanno di fatto aderito a un unico grande comitato, chiamato “Società civile per il NO al referendum costituzionale”, promosso anzitutto dal sindacato CGIL e da altre associazioni progressiste di grande richiamo (Libera, l’Associazione nazionale dei partigiani, Legambiente, tra le altre), dando un’apparente immagine di compattezza.
In realtà, al di là dell’adesione compatta e di qualche singolo evento che li ha visti tutti insieme, i vari leader tengono campagne separate, ciascuno con la propria strategia e le proprie iniziative indipendenti da quelle degli alleati. Per il segretario della CGIL Maurizio Landini questo è l’ennesimo tentativo di ritagliarsi un ruolo più politico che strettamente sindacale, come d’altronde fa da anni interpretando il suo mandato di capo della principale associazione di lavoratori italiani in termini molto battaglieri, anche su istanze che hanno poco a che fare col diritto sindacale strettamente inteso.
L’ultima volta non gli era andata bene. I referendum sul lavoro da lui fortemente voluti nel giugno del 2025 si risolsero anzi in un grosso insuccesso. Ma quelli erano referendum abrogativi: serviva che più della metà degli aventi diritto andassero a votare, per fare sì che le norme contestate venissero effettivamente cancellate. Ora invece il referendum è confermativo, dunque non c’è bisogno di raggiungere alcun quorum. E se davvero tornassero a votare per il No quegli stessi 15 milioni di elettori che la CGIL seppe mobilitare l’estate scorsa, è la tesi sostenuta da Landini, potrebbero bastare a garantire buone possibilità di vittoria a chi si oppone alla riforma.
E tuttavia anche Landini, che di solito tende ad accentrare molto l’attenzione su di sé, in queste ultime settimane sta avendo un ruolo da coordinatore più defilato. Dopo una frase uscita un po’ male pronunciata a metà gennaio («Sarebbe bene che questo governo non pensasse che i cittadini italiani sono coglioni», disse), ha accettato i suggerimenti di chi, nei partiti del centrosinistra, gli ha consigliato di abbassare i toni, per quanto possibile per uno col suo temperamento sanguigno.
Il presidente del comitato è Giovanni Bachelet, ex deputato del PD, scelto anche per questioni familiari. Giovanni è infatti figlio di Vittorio Bachelet, stimatissimo giurista democristiano, di orientamento moderato ma progressista, e vicepresidente del CSM dal dicembre del 1976 al 12 febbraio del 1980, giorno in cui fu assassinato dai terroristi delle Brigate Rosse. Il palazzo dove ha sede il CSM, nel centro di Roma, a lungo chiamato Palazzo dei Marescialli, dal 2024 è intitolato proprio a Vittorio Bachelet. Tra i principali testimonial del “Comitato della società civile per il NO” c’è anche l’ex ministra del centrosinistra ed ex presidente del PD Rosy Bindi, che era una delle assistenti universitarie di Bachelet, docente di diritto amministrativo alla Sapienza di Roma, ed era con lui nel momento in cui fu ucciso dai brigatisti.

Il presidente del Comitato per il No, Giovanni Bachelet, durante la presentazione del comitato “Società civile per il NO” nel Centro Congresso Frentani, a Roma, il 10 gennaio 2026 (FABIO CIMAGLIA/ANSA)
Se questo è il comitato più rilevante sul piano politico, vista l’adesione più o meno esplicita dei vari partiti, quello più attivo e più spesso al centro delle polemiche della campagna referendaria è il comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Associazione nazionale magistrati (ANM). Proprio il fatto di essere un’emanazione abbastanza diretta dell’ANM gli ha attirato grosse critiche, sia da parte di esponenti della destra, sia da parte dei comitati del Sì, sia in parte dalla minoranza di magistrati che sostiene la riforma, o che più banalmente non condivide i toni e gli slogan, spesso esasperati e talvolta un po’ mistificanti, usati dal comitato.
Anche sui finanziamenti di “Giusto dire No” sono nate grosse polemiche, animate su impulso del ministero della Giustizia e di vari parlamentari di destra: l’accusa, in questo caso, è di utilizzare cospicui fondi dell’ANM per finanziare la campagna, ma anche di non essere trasparenti sulle donazioni ricevute (su questo secondo punto, però, va detto che i metodi seguiti da questo comitato non sono diversi da quelli di altri comitati, sia a favore sia contro la riforma).
Gli animatori di “Giusto dire No” si sono difesi riaffermando un’autonomia formale del comitato rispetto all’ANM, e rivendicando la decisione di aver scelto un avvocato come Enrico Grosso, docente all’Università di Torino, e non un magistrato, come presidente onorario. È tuttavia evidente il legame strettissimo che c’è tra il comitato e l’ANM: il comitato ha sede negli stessi uffici che ospitano l’ANM, nel palazzo della Corte di Cassazione a Roma; il presidente dell’ANM Cesare Parodi figura tra i soci costituenti del comitato; nello statuto fondativo si stabilisce che «il comitato darà attuazione alle direttive generali fissate dal Comitato direttivo centrale dell’ANM», solo per stare ai dati più evidenti.
Di per sé, non c’è nulla di neppure lontanamente illegittimo nella scelta dell’ANM di impegnarsi in modo così esplicito nel contrasto a una riforma che la stragrande maggioranza dei magistrati ritiene dannosa per i propri interessi e per quelli del paese. Ma una presa di posizione così netta da parte di un’associazione di categoria che ha, almeno nella percezione generale, una sorta di status para-istituzionale ha contribuito a inasprire la polemica.
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C’è poi il comitato “Avvocati per il NO”, presieduto dal penalista del foro di Roma Franco Moretti. Anche in questo caso, è significativo che a contrastare la riforma ci siano degli avvocati, una categoria storicamente sempre a favore della separazione delle carriere, seppure con alcune autorevoli eccezioni come il penalista Franco Coppi, noto peraltro per aver difeso in più occasioni Silvio Berlusconi.
Piuttosto attivo è anche il cosiddetto comitato dei “15 cittadini”, un anonimo gruppo di attivisti, rappresentati per lo più da un avvocato specializzato in diritto del lavoro vicino al sindacato di sinistra radicale Unione sindacale di base (USB), Carlo Guglielmi. Nel dicembre scorso questo misconosciuto comitato è diventato noto avviando una petizione online per raccogliere 500mila firme e richiedere formalmente l’indizione di un nuovo referendum, in realtà del tutto analogo a quello indetto dal governo. L’iniziativa, di per sé un po’ cervellotica sul piano giuridico, serviva in realtà a ottenere un rinvio di un paio di settimane della data del voto, fissata per il 22 e per il 23 marzo.
Da questo punto di vista l’obiettivo è fallito, ma il comitato ha ottenuto comunque il risultato, tutt’altro che scontato, di raccogliere oltre 530mila firme in poco più di un mese, nonostante le vacanze natalizie. Per quanto simbolico, è stato uno dei primi fatti che hanno destato qualche preoccupazione nel governo: era il segnale di una mobilitazione popolare contro la riforma. I “15 cittadini” hanno però ottenuto anche un altro risultato, pure questo più simbolico che sostanziale. In seguito a un loro ricorso in Cassazione, accolto, il governo è stato costretto a modificare marginalmente il testo del quesito che comparirà sulla scheda elettorale, adottando di fatto quello promosso dal comitato stesso.
Quello di più recente formazione è invece il “Comitato per il No sociale”, promosso soprattutto dal partito di estrema sinistra Potere al Popolo, a cui aderisce anche l’USB: è la stessa piattaforma, piuttosto radicale, che nel settembre scorso dimostrò una notevole capacità di mobilitazione promuovendo un partecipatissimo sciopero nazionale contro il governo e a favore della Palestina e della Global Sumud Flotilla.



