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  • Mercoledì 11 marzo 2026

La guerra dell’Iran si sta spostando sul mare

Con attacchi diretti contro le navi e i tentativi di minare lo stretto di Hormuz: è una mossa che può avere conseguenze enormi

Una esercitazione navale antimine al largo del Bahrein nel 2016 (AP Photo/Hasan Jamali)
Una esercitazione navale antimine al largo del Bahrein nel 2016 (AP Photo/Hasan Jamali)
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La guerra in Medio Oriente – o un suo pezzo, quello che riguarda gli attacchi iraniani – è entrata in una nuova fase, quella marittima. Mercoledì sono state colpite diverse navi nello stretto di Hormuz, nel golfo Persico, da dove passa un quinto del petrolio mondiale, e c’è il forte sospetto che sia stato l’Iran. Da martedì l’Iran sta anche tentando di posizionare delle mine nello stretto, con l’obiettivo di bloccare del tutto il traffico marittimo. Le conseguenze sarebbero enormi per l’economia mondiale, e in particolare provocherebbe ingenti danni economici per i paesi esportatori (i paesi arabi del Golfo) e aumenterebbe i costi della guerra per i paesi importatori di petrolio e gas (fra cui tutti quelli europei).

L’obiettivo dell’Iran è spingere Trump a bloccare i bombardamenti, sotto la pressione dei paesi arabi del Golfo o di un generale aumento del costo dell’energia (tema a cui Trump è molto sensibile).

Al momento non è chiaro se l’Iran abbia già posizionato delle mine, ma le intenzioni del regime sono chiare. Martedì in un post sui social il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale Ali Larijani, oggi tra gli uomini più influenti e potenti in Iran, ha scritto: «Lo stretto di Hormuz sarà uno stretto di pace e prosperità per tutti oppure uno stretto di sconfitta e sofferenza per i guerrafondai».

Petroliere e navi cargo ferme all’ingresso dello stretto di Hormuz, viste da Mina Al Fajer, Emirati Arabi Uniti, l’11 marzo 2026 (AP Photo/Altaf Qadri)

Negli ultimi giorni i lanci di missili e droni da parte dell’Iran verso i paesi del Golfo Persico sono diminuiti di numero, probabilmente per difficoltà logistiche causate dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele.

Minando lo stretto di Hormuz e attaccando le navi che continuano a passarci, l’Iran potrebbe ottenere risultati efficaci, creando allarmi e problemi economici diffusi, con mezzi tutto sommato ridotti. Un portavoce dei vertici dell’esercito iraniano, Ebrahim Zolfaqari, ha detto che gli Stati Uniti devono «prepararsi a pagare il petrolio 200 dollari al barile», perché i prezzi dipendono dalla sicurezza regionale che «voi avete destabilizzato».

Una mina navale utilizzata per una esercitazione militare a Taiwan, nel luglio del 2025 (Taiwan Presidential Office via AP)

Le mine navali costano poco (poche migliaia di euro le più semplici, qualche decina di migliaia le più avanzate) e possono fare danni enormi a navi molto più costose, con carichi di valore altrettanto importanti. Funzionano anche se non esplodono davvero, come strumenti di deterrenza, per impedire l’accesso e la navigazione in specifici tratti di mare.

Sono dispositivi che contengono spesso centinaia di chilogrammi di esplosivo: possono essere posizionate sul fondale e rimanere ferme, possono essere ancorate al fondale con dei cavi e arrivare vicino alla superficie dell’acqua, possono galleggiare alla deriva sul pelo dell’acqua. Differiscono anche in base alla modalità di detonazione: alcune esplodono quando vengono a contatto con un bersaglio, altre possono farlo in base al cambiamento della pressione dell’acqua, a segnali acustici (il rumore delle navi) o magnetici (rilevando gli scafi), e altre ancora possono essere comandate da terra e rilasciare dei siluri che colpiscono le navi.

I vari tipi di mine navali: 1 Mina galleggiante; 2 Mina galleggiante; 3 Mina ancorata; 4-Mina ancorata (filo corto); 5-Mine di fondo; 6-Mina siluro/mina Captor; 7-Mina ascendente (Los688, Public domain, via Wikimedia Commons)

Le mine navali hanno una lunga storia: le prime vennero utilizzate alla fine del Settecento, mentre l’uso su larga scala iniziò nella Guerra di Crimea (1853-1856).

Durante le Guerre mondiali furono impiegate su vari fronti e il Golfo Persico fu minato dall’Iran durante la guerra con l’Iraq (1980-1988). L’uso più recente è di un paio di anni fa nel mar Nero, nella guerra fra Russia e Ucraina. A differenza delle mine antiuomo non sono vietate da convenzioni internazionali, ma l’uso dovrebbe essere regolato: non potrebbero essere lasciate alla deriva e dovrebbe essere prevista una disattivazione dopo un certo periodo di tempo.

Soldati nederlandesi con una mina navale durante la Prima guerra mondiale (AP Photo)

Posarle è piuttosto semplice: non servono grosse navi militari (quelle iraniane sono state perlopiù distrutte), ma possono essere posizionate anche da barche veloci in dotazione ai Guardiani della rivoluzione (il più potente corpo militare in Iran), o da pescherecci. Anche gli elicotteri militari possono trasportarle e sganciarle, così come gli aerei da guerra. L’aviazione iraniana è però piuttosto inefficace ed è stata molto colpita nei bombardamenti.

Secondo Dryad Global, un’azienda che si occupa di traffico marittimo e di valutazione dei rischi, l’Iran possiede 5-6 mila mine navali, di diverso tipo e di fabbricazione iraniana, russa o cinese. Lo stretto di Hormuz è largo poco più di 40 chilometri e le rotte navali sono molto più strette, perché in alcuni punti il fondale è basso: per bloccare il traffico potrebbero essere sufficienti alcune centinaia di mine.

Per minare lo stretto bastano pochi giorni, mentre le operazioni di sminamento possono essere molto più lunghe e impiegare mesi, soprattutto per la difficoltà di individuare le mine.

La simulazione della distruzione di una mina navale in una parata navale della Russia nel mar Baltico nel 2022 (AP Photo)

Nella serata di martedì il presidente statunitense Donald Trump ha intimato all’Iran di non mettere mine navali nello stretto di Hormuz, e gli Stati Uniti hanno già avviato alcune operazioni per distruggere più di una decina di imbarcazioni iraniane in grado di posizionarle. È già anche stata individuata un’unità che sarebbe incaricata di ricercare e rimuovere le mine, la Task Force 56 della Marina statunitense, stanziata in Bahrein. Utilizza droni subacquei dotati di sonar su entrambe le fiancate, che permettono di ridurre i tempi per individuare oggetti sospetti e poi procedere alla loro distruzione.

Gli effetti del blocco navale sarebbero ulteriormente più gravi se fossero accompagnati da attacchi all’ingresso del mar Rosso da parte degli Houthi, gruppo armato che governa di fatto buona parte dello Yemen e che è alleato dell’Iran. Nel 2023, dopo l’inizio della guerra di Gaza, gli Houthi attaccarono le navi commerciali in transito dallo stretto di Bab el Mandeb, che separa lo Yemen dal Gibuti, come atto di ritorsione verso Israele. I loro legami con il regime iraniano sono forti e consolidati, ma fino ad oggi non sono intervenuti nella guerra in corso, né ci sono indicazioni sicure sul fatto che lo facciano in un futuro prossimo.