LinkedIn serve a qualcosa?
Se lo chiede spesso chi lo usa per cercare lavoro senza grandi risultati: la risposta è sì, ma non sempre e non a tutti

Online e tra amici, quando si sente parlare di LinkedIn, il social network di Microsoft per trovare lavoro, spesso è perché qualcuno vuole lamentarsene. Molti, per esempio, mal tollerano il tono enfatico e posticcio con cui tanti utenti comunicano anche le riflessioni più banali, o i messaggi privati ricevuti da persone mai sentite prima. Altri criticano il fatto che raramente le candidature inviate direttamente sulla piattaforma, con la modalità “Easy Apply”, ottengono riscontro.
In generale, una sensazione ampiamente diffusa è che LinkedIn non serva a niente, soprattutto in un mercato del lavoro come quello italiano, dove le offerte di lavoro girano ancora spesso per passaparola e conoscenze personali, più che attraverso selezioni aperte e trasparenti.
Eppure, i casi di persone che hanno trovato lavoro e opportunità tramite LinkedIn esistono. Non ci sono dati precisi, né in Italia né all’estero, ma non sono pochi, soprattutto in settori come l’informatica, la consulenza e la comunicazione. Per tutti gli altri, e soprattutto per chi è all’inizio della propria carriera o sta cercando di cambiare settore, capire come usarlo in modo proficuo per ottenere delle opportunità interessanti è più complesso, ma non impossibile.
Federico Amoruso, che lavora come reclutatore soprattutto per il settore della finanza, della contabilità e dell’informatica, riconosce che LinkedIn incentiva alcune pratiche che possono alimentare un senso di frustrazione tra gli utenti che cercano lavoro. Le aziende con un account LinkedIn premium, per esempio, hanno diritto a uno slot di selezione sempre aperto, e spesso lo tengono attivo anche senza una posizione urgente da riempire, semplicemente per raccogliere curriculum: sono i cosiddetti “annunci fantasma”. A questo si aggiunge il fatto che i software di gestione delle candidature filtrano automaticamente i CV prima che arrivino a un recruiter umano, il che significa che molte candidature vengono scartate senza che nessuno le abbia mai lette.
– Leggi anche: Perché le aziende pubblicano annunci di lavoro falsi
Amoruso racconta di utilizzare comunque «tantissimo» LinkedIn nel suo lavoro, soprattutto per attività di ricerca attiva. Nella pratica, vuol dire che non pubblica annunci aperti a tutti, ma fa una ricerca mirata di persone che vivono in specifiche zone e che hanno l’esperienza richiesta per certe posizioni lavorative, e poi li contatta direttamente per offrire un colloquio. «La maggior parte del mio lavoro è contattare qualcuno che non sta attivamente cercando lavoro e convincerlo a fare un colloquio», spiega. «O al massimo individuare persone che stanno cercando lavoro, perché sul profilo hanno il banner “Open to Work”, ma che non si sono candidate per una specifica posizione».
Molti, insomma, trovano lavoro su LinkedIn non perché hanno risposto a una posizione aperta, ma perché hanno un profilo aggiornato e chiaro sul tipo di lavoro che sanno fare. In molti altri casi, le opportunità si trovano usando LinkedIn come un social network in cui costruire relazioni professionali nel tempo.
«A mio parere uno degli errori più frequenti quando ci si avvicina a LinkedIn con l’obiettivo di trovare lavoro è considerarlo semplicemente una bacheca di annunci o come “CV online” da compilare una volta e poi lasciare lì in un angolino», dice Giorgia Campus, fondatrice di un’agenzia di orientamento al lavoro che, tra le varie cose, si concentra molto sull’utilizzo strategico di LinkedIn.
– Leggi anche: Cercare lavoro è diventato un lavoro
«Molte persone aprono il profilo, inseriscono le esperienze principali e iniziano a inviare candidature a raffica aspettandosi che la piattaforma funzioni come un qualsiasi portale di recruiting», dice. A questo si aggiunge spesso quella che lei chiama «una presenza passiva»: pochi contenuti, poche interazioni e nessun vero tentativo di creare legami utili con altre persone nel proprio settore, al di là del classico messaggio che dice «Grazie per il collegamento!». «Le opportunità su LinkedIn nascono dall’attività autentica», spiega: «un posizionamento chiaro, una narrazione credibile delle proprie competenze e la capacità di costruire nel tempo una rete di contatti professionali attiva e pertinente».
Il Post ha raccolto esperienze di questo tipo in molti settori diversi. Martina Di Pasquale, che lavora come consulente commerciale per aziende e libere professioniste, dice che LinkedIn le è stato utilissimo: «principalmente lo uso per parlare uno a uno, con persone che altrimenti non potrei mai raggiungere. Tanti contatti si sono trasformati in colleghi, partner, clienti». Federico Trevisani insegna italiano all’estero: racconta di usare LinkedIn per osservare le istituzioni dove lavorano persone che hanno un profilo simile al suo e, eventualmente, contattarle per sapere se hanno delle posizioni aperte, ma anche per seguire content creator che si occupano di didattica e insegnamento, in modo da tenersi sempre aggiornato.
Samuele Frantini, ricercatore in sociologia, pubblica regolarmente aggiornamenti e analisi sul suo settore su LinkedIn, e racconta che questa visibilità nel tempo l’ha portato a essere invitato a parlare a varie conferenze ed eventi. «Per me», dice, «LinkedIn al momento è la piattaforma più utile per quanto riguarda l’accrescimento della visibilità del lavoro accademico e l’impatto della ricerca».
Carolina Are, che fa ricerca sui social network alla London School of Economics, dice di usare regolarmente LinkedIn per trovare opportunità da oltre dieci anni, e che è diventato ancora più fondamentale, nel suo settore, dopo la vendita di Twitter a Elon Musk. Lei, però, si occupa regolarmente di questioni che hanno a che fare con la sessualità, e nota spesso che i contenuti su questi temi ottengono molta meno visibilità rispetto alla media, come peraltro succede anche sulle altre grandi piattaforme social.
LinkedIn funziona molto meno — o non funziona affatto — per chi è ancora all’inizio del proprio percorso professionale, per chi ha profili difficili da inquadrare in categorie precise, e per chi lavora in settori dove le offerte circolano ancora principalmente per passaparola. Giulia Rensi, che lavora per una grande azienda tech e si occupa di gestire l’esperienza dei candidati durante i processi di selezione, dice che le capita spesso di essere contattata da persone che cercano lavoro, ma che «non hanno esperienze o aspettative in linea con quello che tu puoi offrire loro», oppure che sono molto generiche. «È probabile che molti non ricevano feedback di alcun tipo perché non stanno scrivendo alla persona giusta».
Molti utenti, poi, si lamentano della qualità dei filtri di ricerca. Giordana Battistini, che sta cercando lavoro nel settore della comunicazione digitale, dice per esempio che le capita regolarmente di cercare offerte di lavoro a Roma e trovare risultati che spaziano da Napoli a Milano.
Alessandro Bosco, che lavora come project manager, racconta invece che «si può filtrare per posizione desiderata, ma ruoli come “project manager” o “office manager” possono voler dire tutto e niente, e spesso le aziende non rendono chiaro cosa stanno cercando nello specifico». Nella sua esperienza, poi, molte aziende impostano volontariamente delle sedi di lavoro molto vaghe, come “Italia” o “ibrida”, in modo da apparire più facilmente nelle ricerche, il che peggiora però l’esperienza di chi sta cercando lavoro. «Io mi sono comunque candidato a molte offerte generiche», dice. «Ma data la bassa compatibilità tra domanda e offerta che sta all’origine, il processo si interrompe quasi subito».
– Leggi anche: Le scarse competenze dei lavoratori italiani



