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  • Domenica 1 marzo 2026

Perché l’Iran attacca obiettivi civili nei paesi del Golfo

È una cosa insolita e non c'è una sola ragione: c'entrano tra le altre cose i turisti internazionali e la volontà di allargare la guerra

Un magazzino colpito nell'area industriale di Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, il 1° marzo 2026 (AP Photo/Altaf Qadri)
Un magazzino colpito nell'area industriale di Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, il 1° marzo 2026 (AP Photo/Altaf Qadri)
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La risposta dell’Iran agli attacchi di Stati Uniti e Israele è stata una serie di lanci di missili e droni: verso Israele, verso le basi statunitensi ospitate nei paesi dell’area mediorientale, ma anche verso obiettivi civili dei paesi del Golfo Persico. Sono stati colpiti hotel, centri commerciali, aeroporti, porti. Una novità e uno sviluppo inaspettato per certi versi, anche perché con alcuni di loro, come Oman e Qatar, l’Iran aveva rapporti buoni e di reciproca collaborazione. Gli attacchi hanno finito col compattare i paesi arabi contro l’Iran (che non è un paese arabo, ma persiano), con conseguenze che sono difficilmente prevedibili.

Prima di tutto bisogna specificare che ufficialmente il regime iraniano non ammette di aver attaccato i paesi vicini.

Ali Larijani, capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e uno degli uomini più potenti oggi in Iran, ha detto anche domenica che l’Iran sta attaccando le basi statunitensi che sono «ufficialmente territorio degli Stati Uniti», non i paesi arabi. Missili e droni però stanno colpendo obiettivi civili molto lontani dalle strutture militari americane (i detriti di un drone iraniano hanno pure colpito un luogo simbolico come il grattacielo Burj al-Arab di Dubai).

L’area industriale di Al Rayyan, in Qatar, colpita da un attacco iraniano il 1° marzo 2026 (AP Photo)

Questi attacchi hanno come primo obiettivo destabilizzare tutto o un pezzo di Medio Oriente, di modo che la guerra non sia solo un problema iraniano ma di più paesi, che quindi ha bisogno di soluzioni condivise.

Colpire i paesi che ospitano le basi statunitensi è anche un modo per punirli e renderli insicuri: il regime iraniano li ritiene troppo vicini e accondiscendenti con gli Stati Uniti, o non abbastanza coinvolti quando si tratta di denunciare le iniziative militari statunitensi e israeliane.

Una zona di Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, colpita il 1° marzo 2026 (AP Photo/Altaf Qadri)

Esiste poi anche una ragione di opportunità: gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Bahrein sono obiettivi più vicini, più raggiungibili e meno protetti di Israele, che abbatte quasi tutti i missili e i droni diretti entro i propri confini (poi ci sono le eccezioni, come l’attacco a Beit Shemesh, che ha ucciso nove persone). Colpirli permette di ottenere risultati anche a livello mediatico: immagini di colonne di fumo, turisti preoccupati e intervistati, e una certa quota di panico internazionale che può portare alla pressione diplomatica per far finire in fretta la guerra.

Emirati Arabi Uniti e Qatar, così come l’Arabia Saudita (più lontana e meno colpita) sono poi diventati negli scorsi decenni centri importanti dal punto di vista economico, finanziario, del traffico aereo e di merci. Coinvolgerli nella guerra aumenta le ripercussioni economiche a livello mondiale del conflitto e minacciare un blocco dello stretto di Hormuz – o almeno renderne potenzialmente pericolosa la navigazione – può condizionare i rifornimenti mondiali di petrolio e di merci.

L’Iran può ottenere così risultati maggiori e più visibili che concentrando tutti i suoi attacchi su Israele o sulle basi statunitensi, perlopiù svuotate nelle scorse settimane.

Aerei fermi all’aeroporto di Dubai, il 1° marzo 2026 (AP Photo/Altaf Qadri)

Questa scelta può però avere anche effetti molto negativi per l’Iran, avvicinando ulteriormente i paesi attaccati agli Stati Uniti e favorendo una distensione dei loro rapporti con Israele. I paesi del Golfo Persico hanno minacciato di rispondere agli attacchi: trasformare i paesi vicini in nemici può essere un serio problema per il regime iraniano, anche se i mezzi militari dei paesi arabi non sono paragonabili a quelli a disposizione di Stati Uniti e Israele.