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  • Giovedì 26 febbraio 2026

Quanto conta l’Istat

I dati che produce misurano molte più cose di quelle che immaginiamo, e spesso hanno conseguenze sottovalutate sulla vita delle persone

di Isaia Invernizzi

Uno degli ingressi della sede dell'Istat, a Roma
Uno degli ingressi della sede dell'Istat, a Roma (Isaia Invernizzi/Il Post)
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Quando i giornali scrivono che in Italia nascono sempre meno bambini, che la disoccupazione scende o che fare la spesa costa molto di più perché l’inflazione è aumentata, si basano su dati prodotti dall’Istat, l’istituto nazionale di statistica. A volte questi dati vengono letti senza farsi troppe domande, come se fossero un bene disponibile in natura o creato da un’entità astratta, in realtà dietro a ogni numero diffuso dall’istituto c’è un lungo lavoro di raccolta, controllo, analisi, interpretazione e diffusione, fatto da centinaia di persone.

L’Istat è un ente di ricerca pubblico, finanziato dallo Stato con un investimento di poco più di 200 milioni di euro all’anno. Nel 2026 compie 100 anni. Il suo obiettivo è aiutare la politica a prendere decisioni, quindi a gestire il paese, ma prima ancora aiutare le persone – cittadini e cittadine – ad avere strumenti per comprendere meglio la realtà.

Tra le tante domande a cui risponde ce n’è una molto importante, forse la più importante di tutte, perché è la premessa di moltissime decisioni: quanti siamo?

La risposta – la più recente risale al 30 novembre 2025 e stima che in Italia ci siano poco meno di 59 milioni di persone – serve non tanto a soddisfare una curiosità, quanto a dare una misura della società e permettere alle persone di farne parte, beneficiando di servizi pubblici come la scuola e l’assistenza sanitaria, tra gli altri.

Da un lato ridurre le persone a un numero messo all’interno di un database può sembrare il sintomo di una concezione fredda della società, dall’altro chi non rientra in questo conto rischia di rimanere nascosto, di non essere riconosciuto dallo Stato e di non avere diritti: per certi versi rischia di non esistere, e per questo è essenziale rispondere soprattutto a quella domanda.

L’Istat lo fa principalmente attraverso il censimento della popolazione, che fino al 2011 veniva organizzato una volta ogni 10 anni. Era una sorta di rito collettivo: ogni famiglia riceveva a casa un plico con una specie di lungo quiz sulla vita delle persone, sulla loro casa, i loro studi, il lavoro e il tempo libero. Era un’operazione colossale, costosa e piuttosto lenta: i risultati arrivavano anni dopo la raccolta dei dati, che al momento della pubblicazione raccontavano inevitabilmente il passato.

Da allora sono cambiate molte cose. Dal 2018 il censimento è continuativo (in gergo viene chiamato permanente) e nessuno riceve più a casa i plichi cartacei.

Ora i dati vengono raccolti in due modi: attraverso le rilevazioni statistiche, ovvero questionari rivolti a un campione rappresentativo della popolazione, oppure dati ottenuti da fonti amministrative come l’INPS, i ministeri, le regioni, i comuni e altri enti pubblici. Questo processo di integrazione vale per la gran parte dei dati, non solo per quelli del censimento: in totale ogni anno l’Istat raccoglie dati da circa 200 archivi messi a disposizione da una sessantina di enti.

Claudio Ceccarelli, direttore della raccolta dati, paragona tutto questo lavoro alla pesca. Le domande che compongono i questionari sono come una rete a maglie più o meno strette, costruite appositamente per il fenomeno che si vuole misurare, e dunque affidabili, con poco margine di errore. Soprattutto, i dati raccolti in questo modo risultano più facilmente interpretabili.

È più complicato invece maneggiare i dati amministrativi perché in quel caso le “reti da pesca” vengono costruite da altre istituzioni, con altri obiettivi. «Dalla qualità delle reti dipende la qualità del pescato: c’è sempre il rischio di pescare alghe o peggio, rifiuti», dice Ceccarelli, affezionato al paragone ittico. Le fonti amministrative però sono molto utili perché hanno permesso di ridurre l’onere statistico cosiddetto, cioè l’impegno a cui sono sottoposte persone e imprese chiamate a compilare questionari a volte piuttosto lunghi.

La fatturazione elettronica è un esempio calzante: i dati raccolti dall’Agenzia delle Entrate dal 2019, quando fu introdotto il nuovo sistema di registrazione delle fatture, hanno permesso all’Istat di avere milioni di dati in più rispetto al passato, eliminando una serie di rilevazioni che impegnano non poco le aziende selezionate nel campione. Dati come questi vanno però controllati con attenzione e all’occorrenza “puliti” per escludere incongruenze: i rifiuti pescati dalla rete non costruita dall’Istat.

Il manifesto che pubblicizzava il censimento della popolazione nel 1961

Il manifesto che pubblicizzava il censimento della popolazione nel 1961 (Isaia Invernizzi/Il Post)

Anche i circa ottomila comuni italiani hanno un ruolo importante, perché raccolgono dati per indagini come il censimento permanente della popolazione o la rilevazione sui prezzi. Sono circa 5.800 i dipendenti comunali dedicati alla statistica, a cui si aggiungono quelli dei ministeri, delle prefetture, delle regioni e i quasi 1.900 dipendenti dell’Istat.

In totale la rete del Sistema Statistico Nazionale (Sistan), dove passano tutte le statistiche ufficiali, è formata da circa 8.200 persone. Il direttore del Sistan e dei rapporti con il territorio è Matteo Mazziotta, che negli ultimi anni ha viaggiato per l’Italia incontrando tra gli altri prefetti, sindaci e amministratori, per valorizzare la produzione di dati granulari che il Sistan mette a disposizione. I dati vengono definiti così quando mostrano il livello più dettagliato disponibile, nel caso dei comuni possono arrivare in alcuni casi fino ai quartieri.

Mazziotta si sofferma sulla nuova collaborazione con i comuni, che a fronte dello sforzo chiesto per il censimento ricevono dall’Istat informazioni dettagliate sul loro territorio: «Una delle missioni dell’Istat per i prossimi cento anni sarà aumentare la granularità e la tempestività delle informazioni messe a disposizione di tutti, mantenendo rigore scientifico e qualità elevata».

Un elenco per nulla esaustivo di quello che fa l’Istat con questi dati: oltre a stimare quante persone vivono in Italia, quante nascono, quante muoiono, quante cambiano paese o città (censimento permanente), l’istituto dice quante persone lavorano, quante no, e quante sono in cerca (indagine sulla forze lavoro), oppure quanto costano le cose che vengono comprate e come cambia il loro prezzo nel tempo (l’inflazione).

L’Istat, in particolare il dipartimento delle statistiche sociali e demografiche, analizza anche una serie di dati utili a stimare quante persone sono in difficoltà economica, quante possono permettersi di andare in vacanza o di riscaldare la propria abitazione, che scuole scelgono gli studenti, quanti poi trovano lavoro e in quanto tempo, o ancora a quanto ammonta il gender pay gap, la differenza di retribuzione tra gli uomini e le donne.

Ogni anno viene organizzata un’indagine campionaria chiamata “Aspetti della vita quotidiana” per conoscere stili di vita e abitudini delle persone, problemi che affrontano ogni giorno, se sono soddisfatte dei servizi pubblici, della scuola, del lavoro, della loro relazione, della casa e della zona in cui vivono; come trascorrono il tempo libero, se partecipano o meno alla vita sociale e politica, se e come usano strumenti tecnologici, come va la loro salute.

A questa indagine si affianca una serie di rilevazioni periodiche che approfondiscono temi specifici come la violenza contro le donne, la struttura delle famiglie, l’intenzione di fare figli o di non farli, la mobilità sociale, il bullismo, la discriminazione.

C’è poi tutta un’altra serie di statistiche economiche che tengono conto di cosa producono le aziende, come vanno i loro bilanci, quante merci vendono all’estero, quanti macchinari comprano, quanta energia consumano, quanto guadagnano i loro dipendenti. Quanto è la parola essenziale per calcolare il PIL, il prodotto interno lordo, il metro principale usato nel mondo per misurare quanto vale l’economia di un paese. All’Istat nessuno lo ammette, ma se c’è un settore considerato più nobile è proprio la contabilità nazionale, che si occupa del PIL.

Giovanni Savio, il direttore della contabilità nazionale, paragona i circa cento tra statistici, economisti e matematici che calcolano il PIL a orologiai: fanno combaciare milioni di informazioni negli ingranaggi di un meccanismo che deve essere perfetto. «È un lavoro delicato, in genere prima di mettere davvero le mani sui dati servono due anni di formazione», dice Savio. Di fatto, il lavoro della contabilità nazionale dà un senso ai dati di base raccolti da diverse fonti.

Semplificando in modo esagerato, calcolare il PIL è come sommare i redditi dei componenti di una famiglia o di un gruppo di persone, solo che la famiglia del PIL è composta da decine di milioni tra persone, imprese private e istituzioni pubbliche.

Uno degli accorgimenti più importanti riguarda il concetto di prodotto: anche qui, semplificando, significa che le lamiere prodotte da un’acciaieria e poi usate per fare la carrozzeria di un’auto vengono conteggiate una volta soltanto, come parte del valore dell’automobile prodotta. Bisogna considerare anche gli ammortamenti, cioè la perdita di valore degli impianti di produzione nel corso degli anni: se un’azienda compra un macchinario che vale 100mila euro e che dura 10 anni, nel corso del suo utilizzo perde valore. Per questo si dice che il prodotto interno è lordo.

La rigorosa procedura di comunicazione del PIL alle redazioni dei giornali usata fino alla pandemia: serviva per evitare che qualcuno anticipasse il dato

La rigorosa procedura di comunicazione del PIL alle redazioni dei giornali usata fino alla pandemia: serviva per evitare che qualche giornalista anticipasse il dato (Isaia Invernizzi/Il Post)

Le dichiarazioni fiscali e i bilanci sono dati conosciuti, mentre molti altri vanno stimati. Per esempio, succede con la non observed economy (NOE), l’economia non osservata, cioè quella sommersa e quella illegale.

Ogni cinque anni il calcolo del PIL viene rivisto e migliorato, anche per seguire le indicazioni diffuse dall’ONU o in Europa da Eurostat, l’istituto di statistica europeo. Ma le revisioni sono previste anche durante l’anno, perché man mano che arrivano dati più precisi la contabilità nazionale aggiorna il PIL dei mesi passati.

Di fatto dal calcolo del PIL dipende lo stato di salute economica del paese, con tutte le relative conseguenze. Il PIL è una sorta di stipendio nazionale, la garanzia esibita dallo Stato quando chiede prestiti ai mercati e alle banche per ripagare il debito accumulato nei decenni precedenti. Alla fine del 2025 il debito pubblico italiano aveva superato i 3.000 miliardi di euro.

Se il PIL cresce gli interessi calano, e lo Stato risparmia miliardi di euro per pagare servizi pubblici; se invece il PIL scende cala la fiducia degli investitori nei confronti dell’Italia. Un PIL in crescita è anche un segnale per chi fa impresa che è un buon momento per investire e assumere.

Il PIL però non dice tutto e soprattutto non aiuta a misurare il benessere, a capire cioè come stanno davvero le persone. Per questo il dipartimento delle statistiche sociali dal 2013 pubblica un rapporto annuale chiamato BES (Benessere equo e sostenibile).

Tra i molti fenomeni misurati dalle statistiche sociali c’è anche la povertà, intesa non solo come povertà economica, ma come insieme di diversi fenomeni: povertà educativa, alimentare, energetica, le difficoltà di accesso ai servizi, la povertà estrema. «In Europa l’Istat è all’avanguardia nella produzione di indicatori di povertà ed esclusione sociale, che ha cominciato a diffondere molto prima che i regolamenti europei prescrivessero la produzione», dice la direttrice del dipartimento, Cristina Freguja. «Del resto, la disponibilità di statistiche ufficiali è condizione necessaria per orientare le decisioni pubbliche e per progettare interventi efficaci per migliorare la qualità della vita delle persone».

Tutto questo lavoro di produzione di dati e studi sarebbe inutile senza una buona diffusione: se i dati non arrivano alle persone, e soprattutto se non sono comprensibili, servono a poco. Non è un compito semplice, un po’ perché in Italia la cultura del dato non è così diffusa (anche perché gli italiani sono piuttosto scarsi in matematica) e un po’ perché quando si hanno così tanti dati c’è il rischio di un sovraccarico di informazioni.

Da anni l’Istat sta cercando di mettere a disposizione sempre più dati e di spiegarli in modo chiaro, mantenendosi indipendente dalla politica, ma c’è ancora molto da fare.

Secondo Ceccarelli, il direttore della raccolta dati, bisognerebbe rendere cittadini e cittadine più consapevoli di quanto la società – a tutti i livelli, comunale e nazionale – possa cambiare grazie ai dati dell’Istat. L’andamento delle nascite è un buon indicatore per aiutare un sindaco a decidere se costruire un asilo nido, oppure per dare un sostegno economico alle coppie giovani. Ma i dati possono indirizzare anche scelte personali: si può scegliere dove abitare in base alle opportunità di lavoro, alla qualità dell’aria o ancora alla prossimità di servizi pubblici e all’estensione delle reti di trasporto.

Allo stesso modo quei dati servono per valutare l’efficacia delle scelte fatte, anche quelle della politica: se un governo dice di aver sconfitto la povertà o di aver fatto aumentare i posti di lavoro, i dati permettono di capire se quelle affermazioni sono vere, distorte oppure del tutto false. Quando non vengono diffusi in modo chiaro e tempestivo, invece, diventa facile per chiunque inventarsi una narrazione oppure aggiustarla a proprio vantaggio.