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  • Martedì 24 febbraio 2026

Le Olimpiadi di Milano Cortina hanno nascosto bene i problemi

Sono piaciute e sono andate bene, facendo passare in secondo piano l'insostenibilità dei Giochi invernali

I cinque cerchi olimpici a Tesero sulla pista della 50 km femminile di sci di fondo, 22 febbraio (AP Photo/Matthias Schrader)
I cinque cerchi olimpici a Tesero sulla pista della 50 km femminile di sci di fondo, 22 febbraio (AP Photo/Matthias Schrader)
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Dopo diverse edizioni organizzate in modo così imponente da sembrare una messa in scena, le Olimpiadi invernali di Milano Cortina sono generalmente piaciute – in Italia e all’estero – anche perché sono sembrate normali. Molte gare si sono svolte in posti di montagna in cui ha nevicato, in un’atmosfera percepita come autentica e alpina (non era stato così per Pechino 2022). La politica nazionale e internazionale è stata presente ma non ha sovrastato lo sport. Tra gli argomenti extrasportivi che hanno fatto più scalpore ci sono stati il doppio tocco nel curling e un biatleta che ha confessato un tradimento in diretta mondiale: quasi pettegolezzi, rispetto per esempio al grave scandalo sul doping di Stato russo scoperto dopo le Olimpiadi invernali di Sochi 2014.

Prima delle Olimpiadi di Milano Cortina c’erano state molte polemiche per i ritardi nella costruzione di alcune opere cruciali, per il loro impatto ambientale elevato (a fronte di un’utilità futura molto limitata), per il costo dei biglietti e per il senso generale di investire su un evento come questo, che mira a generare un determinato tipo di turismo legato a specifiche attività invernali.

Ma le due settimane di gare, e il fatto che per l’Italia siano state un grande successo sportivo, sono riuscite a nascondere in buona parte sia questi problemi, sia le grosse contraddizioni di un’Olimpiade invernale moderna presentata come “sostenibile”, ma che non può davvero esserlo. La logistica ha generalmente funzionato, le sedi di gara sono state per la maggior parte apprezzate ed è stato venduto l’88 per cento dei biglietti.

Anche in luoghi di montagna come quelli in cui si sono svolte le Olimpiadi di Milano Cortina, infatti, gli sport invernali sono sempre meno sostenibili, a causa dell’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico. Tra le altre cose, per queste Olimpiadi è stato necessario produrre 1,6 milioni di metri cubi di neve artificiale (l’equivalente di 640 piscine olimpioniche riempite di neve). Con un grande dispendio di energia, ma anche prendendo grandi quantità d’acqua dai fiumi, con possibili rischi per l’approvvigionamento locale.

Anche questo problema, di cui si era parlato prima dei Giochi, è stato in parte nascosto dalle nevicate che ci sono state durante le competizioni, che in diversi casi hanno perfino portato al rinvio delle gare. Non ha nevicato a Milano, sede di gare tutte al chiuso, su ghiaccio; ma ha nevicato su quasi ogni altra sede di gara all’aperto.

Livigno il 19 febbraio, una mattina in cui le gare erano state rinviate (EPA/SERGEI ILNITSKY)

Come spesso succede, con l’inizio delle competizioni gran parte delle polemiche è passata in secondo piano, quasi sparita. Insieme alle Olimpiadi estive di Parigi 2024, quelle di Milano Cortina sono state le prime con una copertura mediatica così estesa e innovativa: in tv si poteva vedere lo streaming di tutte le gare, e attraverso i social si sapevano un sacco di cose sugli atleti e su quello che facevano nel villaggio olimpico. Le storie sportive hanno preso il sopravvento su tutto il resto in modo rapido e naturale.

L’inedito formato delle Olimpiadi “diffuse” era stato scelto proprio per ragioni di sostenibilità: oltre a Milano e Cortina, che hanno dato il nome all’evento, i Giochi si sono svolti a Bormio, Livigno, Tesero, Predazzo, Anterselva e con la cerimonia di chiusura anche Verona. Dopo un po’ di scetticismi iniziali l’idea è stata ben accolta, e molti commenti ora parlano di un «modello» per il futuro. Non ci sono stati particolari intoppi logistici, o almeno non grandi e rilevanti come si pensava, e le sedi di gara sono piaciute.

D’altra parte la distribuzione degli atleti e delle gare tra luoghi diversi ha inevitabilmente frammentato il cosiddetto “spirito olimpico”, a detta di atleti e addetti ai lavori. Lo sciatore svizzero Marco Odermatt aveva detto che a Bormio, dove gareggiava lui, lo spirito olimpico non c’era «per niente»; la sciatrice italiana Sofia Goggia aveva detto che a Cortina c’era poco tifo italiano rispetto alla Coppa del Mondo, secondo lei per il prezzo dei biglietti e per la difficoltà di raggiungere il posto.

È capitato molte volte che in certe gare si notassero i tifosi stranieri più di quelli italiani: è successo per esempio con quelli nederlandesi all’arena del pattinaggio di velocità a Milano, o con quelli statunitensi a vedere il curling a Cortina. Era prevedibile e forse pure desiderabile, in un evento che attira moltissimo pubblico internazionale: secondo i dati forniti dalla Fondazione Milano Cortina, quella che ha organizzato le Olimpiadi, il 63 per cento del pubblico dal vivo proveniva dall’estero, e solo il 37 per cento dall’Italia.

Tifosi nederlandesi molto riconoscibili, in arancione, festeggiano il bronzo del pattinatore Kjeld Nuis (Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Più della metà dei biglietti, il 57 per cento, è stata venduta a un prezzo inferiore a 100 euro, e il 20 per cento costava tra i 30 e i 40 euro: ma significa anche che il 43 per cento dei biglietti è stato venduto a più di 100 euro. La vendita complessiva in ogni caso è andata bene: sono stati venduti 1,3 milioni di biglietti, circa l’88 per cento di quelli messi a disposizione, con sold out in diversi eventi. Gli ascolti televisivi sono stati alti in confronto ad altre edizioni recenti. La NBC, che trasmette le Olimpiadi negli Stati Uniti, ha avuto addirittura un aumento del 94 per cento rispetto a Pechino 2022.

I problemi più rilevanti invece sono stati meno evidenti, ma ci sono e resteranno. Alla base delle Olimpiadi diffuse c’era l’idea di usare strutture esistenti, per limitare il fenomeno molto frequente per cui dopo i Giochi quello che è stato costruito resta inutilizzato e viene infine abbandonato. È successo solo in parte.

Livigno (in Lombardia) e Predazzo (in Trentino) erano state scelte perché avevano già alcune strutture per certi sport: lo sci freestyle e lo snowboard a Livigno, e il salto con gli sci a Predazzo. Eppure sono stati fatti interventi rilevanti, presentati come adeguamenti e riqualificazioni ma in realtà ben più strutturali. A Livigno le piste olimpiche sono state costruite accanto allo “snow park” esistente, che non è stato usato per le gare olimpiche, insieme ad altre infrastrutture come un parcheggio da 500 posti auto. A Predazzo sono state demolite le vecchie rampe e ne sono state costruite due nuove.

La pista di Livigno durante una gara di sci acrobatico con lo svizzero Noe Roth, 21 febbraio (Adam Pretty/Getty Images)

A Cortina c’è la criticatissima pista da bob, forse l’opera più discussa di tutte le Olimpiadi. Nella candidatura di Milano e Cortina, per le gare degli sport di scivolamento (bob, skeleton e slittino) era stato proposto di recuperare la vecchia pista di Cortina, quella delle Olimpiadi del 1956, ma la ristrutturazione si era rivelata troppo complicata. Si era per questo ipotizzato di usare piste già esistenti (ed estere), ma per la destra al governo era una proposta inaccettabile, che avrebbe in qualche modo intaccato una presunta sovranità italiana sui Giochi.

Così se n’è costruita una nuova, costata circa 120 milioni di euro, che è problematica per diverse ragioni: la prima, e molto evidente se si guardano le immagini satellitari, è che per farla è stato necessario abbattere un bosco; la seconda è che in Italia bob, skeleton e slittino sono molto poco praticati, e mantenerla sarà quindi costoso. Rischia insomma di diventare presto inutile e fare la fine delle altre piste da bob italiane: abbandonate e da smantellare (a costi ingenti).

Il bosco di Ronco a Cortina, dove molti alberi sono stati abbattuti per fare spazio alla pista da bob, il 15 marzo 2024 (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Sono solo alcuni esempi eclatanti delle incoerenze dietro all’idea di organizzare Olimpiadi sostenibili, che è probabilmente troppo ambiziosa per il modo in cui sono concepite oggi. Già la dislocazione su più sedi è di per sé contraddittoria, perché inevitabilmente comporta spostamenti che producono inquinamento. Ma a uno sguardo più ampio ci sono contraddizioni ancora maggiori, come il fatto che per rientrare dei costi l’organizzazione dei Giochi accetta sponsor molto facoltosi che operano nei settori più inquinanti: la grande azienda energetica Eni, partecipata al 30 per cento dallo Stato, l’azienda automobilistica Stellantis e la compagnia aerea ITA Airways, tra le altre.

È certo che a livello ambientale il modello delle Olimpiadi diffuse è preferibile a quello precedente, soprattutto se si pensa alle Olimpiadi invernali più recenti in Cina, in Corea del Sud e in Russia. Ma è altrettanto certo che non sia un modello davvero sostenibile, e che il concetto stesso di “Olimpiadi sostenibili” rappresenta una contraddizione in termini, come è per forza di cose in eventi – sportivi e non – di questa portata.

Per valutare l’impatto delle Olimpiadi serviranno anni, ed è ancora presto per capire che fine faranno le opere realizzate per queste Olimpiadi. È chiaro però l’intento di fondo, che è stato molto ribadito anche dai politici più coinvolti nell’organizzazione: sia le opere sportive che quelle non sportive puntano ad alimentare nei territori olimpici un modello economico basato sul turismo, che però è considerato una delle cause principali dello spopolamento dei comuni montani.

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