La famiglia reale britannica non può più fare finta di niente
L'arresto dell'ex principe Andrea ha messo in discussione la tradizionale segretezza dell'ultima istituzione percepita come al di sopra della legge

Uno dei motti più associati alla regina Elisabetta è «never complain, never explain»: il senso è che la famiglia reale britannica, per continuare a regnare e preservare la sua autorità, non debba “mai lamentarsi, mai dare spiegazioni” sul proprio operato. La monarchia però ha livelli di segretezza che non può più permettersi di mantenere dopo l’arresto dell’ex principe Andrea Mountbatten-Windsor, interrogato e poi rilasciato giovedì nelle indagini sui suoi legami con Jeffrey Epstein.
Mountbatten-Windsor è accusato di avergli passato documenti governativi riservati. La sua reputazione però era già stata distrutta dal plausibile coinvolgimento nei traffici di Epstein, che era stato condannato per lo sfruttamento sessuale di decine di donne, anche minorenni. Di questo si parlava da ben prima dell’arresto: la famiglia reale ha cercato di prendere le distanze da Mountbatten-Windsor, ma non ha mai spiegato pubblicamente cosa sapesse o non sapesse.
«Qualsiasi cosa succeda se e quando il caso arriverà in tribunale, l’istituzione in cui Andrea è nato [la monarchia] dovrà rispondere a domande e gestire un incubo in termini di relazioni pubbliche», ha scritto Lewis Goodall, uno dei più seguiti commentatori della politica britannica. Doversi spiegare, o scusare, sarebbe una cosa enorme per la monarchia, tuttora percepita come un’istituzione al di sopra della legge.

Andrea Mountbatten-Windsor in auto dopo essere stato rilasciato dalla polizia ad Aylsham il 19 febbraio (REUTERS/Phil Noble)
Re Carlo, fratello di Mountbatten-Windsor, ha un approccio più innovatore e trasparente della madre Elisabetta. Negli ultimi mesi ha privato Mountbatten-Windsor dei titoli nobiliari e l’ha sfrattato dalla residenza nei possedimenti reali di Windsor. Sono provvedimenti con una grande portata simbolica, ma la questione principale è rimasta comunque elusa: non risultano indagini interne su Mountbatten-Windsor e la monarchia ha trattato il caso quasi come se non la riguardasse da vicino.
I membri della famiglia reale non vivono isolati, ma inseriti nell’apparato dell’istituzione. Hanno uno staff di collaboratori che li seguono e lavorano per loro. Questo discorso vale anche per Mountbatten-Windsor, l’ottavo nella linea di successione. Per più di vent’anni ha abitato in un palazzo di oltre 30 stanze, gestito dal personale della monarchia: è lì che ha detto di essere stata portata la seconda donna che l’ha accusato di sfruttamento sessuale, a inizio febbraio. La prima fu Virginia Giuffre, che nel 2021 lo accusò di aver abusato sessualmente di lei quando lei era minorenne.
C’è poi il discorso di quanto la famiglia reale, e soprattutto Elisabetta, abbia protetto Mountbatten-Windsor. Sarah Gristwood, storica e autrice inglese, dice che «forse anche i più ferventi ammiratori della regina dovrebbero ammettere che sbagliò non capendo che non poteva proteggere sia la monarchia come sovrana, sia Andrea come madre».

La famiglia reale britannica nel 2019, con l’ex principe Andrea vicino alla regina Elisabetta (AP Photo/Frank Augstein)
Elisabetta prestò al figlio una parte dei 12 milioni di sterline che lui versò a Giuffre per evitare il processo, nel 2022 (fecero un accordo economico extragiudiziale). Giuffre si è suicidata lo scorso aprile.
Non è mai stata chiarita la provenienza di quei soldi: se fossero cioè patrimonio suo, della regina, oppure parte dei fondi pubblici destinati alla monarchia (decine di milioni di sterline all’anno, 132 milioni nel 2025) e quindi anche soldi dei cittadini. Il patrimonio della famiglia reale non è di dominio pubblico, ma anni di inchieste giornalistiche hanno ricostruito un sistema sfaccettato e piuttosto impenetrabile.
Carlo ha commentato la notizia dell’arresto con un comunicato molto breve e freddo: non chiama “fratello” l’ex principe e promette piena collaborazione alle indagini, facendo intendere di anteporre i doveri istituzionali ai legami familiari. Ma dice pure che non gli sembra appropriato fare altre dichiarazioni pubbliche sulla faccenda. Il testo, per quanto eccezionale, non segnala un cambio di strategia sulla reticenza.
Sui canali social della famiglia reale non c’è traccia del comunicato. Ci sono invece le foto della comparsata di re Carlo alla settimana della moda di Londra, nelle stesse ore in cui il fratello veniva interrogato dalla polizia. Non ha cambiato i suoi impegni neppure la sorella, la principessa Anna, con un effetto ancora più straniante: ha visitato una prigione a Leeds (di nuovo: mentre il fratello era in custodia della polizia).

La famiglia reale britannica, con Andrea e Harry senza uniforme, prima della veglia per la regina Elisabetta, il 19 settembre del 2022 (Peter Nicholls/Pool via AP)
Il settimanale progressista New Statesman ha fatto notare che praticamente nessun giornalista, nelle occasioni pubbliche di questi mesi, ha chiesto a re Carlo o agli altri reali dello scandalo dell’ex principe, né se fossero a conoscenza delle cose di cui è accusato.
La famiglia reale non ha mai concesso interviste sul tema tranne una, disastrosa, di Mountbatten-Windsor con la BBC nel 2019. Le email tra lui ed Epstein nell’ultima serie dei “files” contraddicono quanto sostenne allora, cioè di non avere più avuto contatti con Epstein e di averlo incontrato un’ultima volta soltanto per dirgli che non voleva più avere rapporti con lui. La giornalista che lo intervistò, Emily Maitlis, ha raccontato che inizialmente i funzionari della monarchia le dissero che lui si sarebbe rifiutato di parlarne.
Mountbatten-Windsor era già stato ostracizzato dalla famiglia reale, ma il suo arresto somiglia più all’inizio che alla fine di qualcosa. Per la monarchia sarà complicato considerare concluso il proprio coinvolgimento con lo scarno comunicato di giovedì, senza perderci in credibilità: con l’arresto di Mountbatten-Windsor «entriamo in una nuova epoca in cui lo status di reale non ti protegge più», dice la storica Gristwood.
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