La zona mista, tra domande e risposte
È dove, anche alle Olimpiadi, giornalisti e atleti si incrociano dopo le gare: ha le sue convenzioni e le sue regole
di Gabriele Gargantini

La zona mista (mixed zone, in inglese) non è solo un novecentesco schema tattico del calcio. Nello sport è l’area in cui – seppur separati da transenne – giornalisti e atleti si incrociano e si parlano dopo le gare, il loro primo punto di contatto. È il luogo delle dichiarazioni del dopogara, anche alle Olimpiadi, dove ogni località ha la sua zona mista. Con piccole differenze tra una e l’altra; ma con regole e convenzioni comuni.
La zona mista di solito è divisa in base al tipo di media e alla lingua. Prima viene chi ha i permessi per fare interviste video, che hanno la precedenza. Poi c’è un’area per i giornalisti della “carta stampata” e – eccoci – dei giornali online. Questa seconda categoria ha il permesso di registrare l’audio (quasi tutti, quasi sempre, lo fanno dal telefono) ma non di fare foto o video ad atlete e atleti. Per comodità e per prassi i giornalisti tendono a disporsi per lingua parlata. Succede perché gli italiani tendono a intervistare soprattutto gli italiani, i giapponesi i giapponesi, e così via.
In genere, perlomeno nelle zone miste più grandi, dopo le televisioni e prima dei giornalisti c’è anche uno spazio per le agenzie di stampa, e uno per permettere all’organizzazione di registrare a sua volta dichiarazioni di atleti e atlete (le flash quotes) da usare nei propri canali e da condividere con i media non presenti all’evento.

Le agenzie con uno spazio riservato a Livigno, l’8 febbraio (Il Post)
Secondo il giornalista sportivo e scrittore statunitense Jay Busbee, la zona mista è «un po’ divano del terapeuta, un po’ corridoio per il bestiame, un po’ ottagono di MMA». Una definizione che sovrastima il ruolo di chi fa le domande e non rende grande merito agli atleti, ma che rende l’idea di come per qualcuno – da entrambi i lati della transenna – possa essere vissuta un po’ come un confronto e un po’ come uno scontro. Qualche anno fa un articolo sul sito di World Athletics raccontò invece che «poche atmosfere possono eguagliare quella di una rumorosa zona mista e la possibilità di vedere gli atleti poco dopo le gare».
La zona mista è rumorosa perché mentre si fanno le interviste ci sono in sottofondo i rumori dell’area di arrivo: il tifo del pubblico, la musica o una cronaca della gara fatta per gli spettatori. È interessante – seppur non “dall’atmosfera ineguagliabile” – perché gli atleti ci arrivano poco dopo le loro gare. Ci arriva chi ha vinto la medaglia d’oro che aspettava da tutta la vita, ma anche chi ha perso il bronzo per un’unghia.
Gli atleti possono arrivarci raggianti o furenti, loquaci o laconici. I giornalisti, a seconda di personalità o necessità, possono essere pacifici spettatori delle gare, che commentano con qualche collega. Magari c’è un drappello che chiacchiera d’altro, giusto accanto a qualche giornalista che sta vivendo momenti più concitati, per esempio seguendo o aggiornando in diretta tempi, intertempi e risultati. Qualcuno si porta il computer, in zona mista; altri si fanno bastare carta e penna.

Gli appunti durante una gara, l’8 febbraio a Livigno (Il Post)
Nelle zone miste è difficile che le interviste siano tra un solo giornalista e un solo atleta. L’intervistato in genere è uno, gli intervistatori però sono spessissimo di più, e quasi sempre c’è un addetto stampa che accompagna l’atleta e registra a sua volta (per avere dichiarazioni da usare, e per eventualmente controllare la conformità di quel che sarà pubblicato da altri). Non è infrequente che l’addetto stampa si presenti munito di vassoio, su cui i giornalisti appoggiano i telefoni da cui registreranno domande e risposte. Si è tutti accanto e non esiste il concetto di esclusiva. È parte del motivo per cui succede che una stessa dichiarazione finisca in più articoli, magari un po’ riaggiustata tra uno e l’altro.
Il vantaggio è di avere risposte “a caldo”, pochi minuti dopo la gara. Lo svantaggio è che non sono lunghe interviste in poltrona, da podcast: è difficile, tranne qualche eccezione (possibile solo con atleti meno ambiti), che si parli per più una manciata di minuti. Ed è complicato riuscire a fare più di un paio di domande, perché poi ci sono altri che ne fanno altre, cercando di inserirsi nei brevi silenzi dopo la fine di una risposta.
È buona norma, in genere, partire con qualche domanda sulla gara, ma capita anche di divagare un po’, chiedere qualcosa su argomenti più ampi. È una questione di bilanciare furbizia e gentilezza. A una snowboarder di 52 anni appena eliminata dalle sue quinte Olimpiadi può essere consigliabile evitare di chiedere subito-subito «com’è gareggiare a 52 anni!?».
Un atleta che ha appena perso l’occasione sportiva della vita è, in genere, meno loquace di uno felice per una medaglia inaspettata. Ma dipende molto dal carattere, dai contesti, dai momenti: oltre che dai rapporti tra intervistato e intervistatore. Se ci si conosce c’è più confidenza; se non ci si conosce, dipende dal modo in cui ci si pone.
Maurizio Bormolini, forte snowboarder di Livigno, tra i favoriti per una medaglia nella gara olimpica – per lui “di casa” – dello slalom gigante parallelo, è stato eliminato agli ottavi di finale, per tre centesimi di secondo. Pochi minuti dopo era lì, gentilissimo e super paziente, a rispondere alle domande in modo preciso e per nulla banale.
Lo sciatore svizzero Marco Odermatt, tra i principali favoriti per l’oro nella discesa libera di Bormio, dopo essere arrivato quarto ha risposto ai giornalisti, non solo svizzeri, ma era evidente che non avesse tutta questa voglia di parlare. Anche perché, specie per un atleta noto quanto lui, può capitare di dover rispondere più volte, magari prima in tedesco e poi in inglese, a domande che stringi-stringi sono spesso quasi tutte variazioni sul tema «come ti senti?» e «cosa non ha funzionato oggi?». Ci sono anche domande diverse, spunti originali, ma difficilmente qualcuno non fa le domande qui sopra.

La zona mista di Livigno, l’8 febbraio (Il Post)
Tra giornalisti in zona mista si chiacchiera, ci si confronta. E ci si aiuta: può capitare, per esempio, che qualcuno meno avvezzo a quello specifico sport chieda informazioni su un atleta, o che magari ne chieda il nome dopo averci parlato. Non è una cosa da manuale del buon giornalista, e non è forse la via più veloce per vincere un premio Pulitzer; ma è una cosa che succede, specie a chi segue tanti sport diversi.
Anche qui è questione di gentilezze, simpatie e relazioni. Una dritta su una buona domanda, da cui possa nascere un articolo interessante, è un favore che si fa o una dritta che si riceve, specie se a un collega o una collega di un altro paese, o dello stesso paese ma interessato a contenuti non in diretta concorrenza.
Di converso, è ovviamente un grande vantaggio conoscere bene un atleta: averne la fiducia, saperne dettagli e passioni, intuirne gli stati d’animo. In quel caso dopo le domande e le risposte registrate, se il contesto lo permette, può scapparci una rapida chiacchiera “off the record”.
Dalla zona mista gli atleti sono obbligati a passare, ma non a fermarsi. Se il rodimento è troppo, o se ci sono altre urgenze (per esempio una conferenza stampa che incombe) non ci si ferma per le domande, o ci si ferma per pochissimo tempo.
In un contesto come quello di queste Olimpiadi – diffuse, con 116 eventi di 16 sport diversi – non tutte le zone miste sono uguali. E le interazioni possono essere varie: a Milano Cortina ci sono circa tremila atleti, e più o meno altrettanti accreditati tra giornalisti e fotografi.
Dipende anche dalla disciplina: in sport in cui si gareggia in gruppo (come in certe gare di biathlon o sci di fondo) atleti e atlete arrivano quasi in blocco anche in zona mista. Nello slalom gigante parallelo arrivano scaglionati (con la “a”, non con la “o”) perché man mano che vengono eliminati (dagli ottavi di finale alle semifinali) passano per la zona mista. Diversi giornalisti italiani, per esempio, non hanno guardato la finale maschile (tra un atleta austriaco e uno coreano), perché stavano nel frattempo intervistando lo snowboarder altoatesino Roland Fischnaller, eliminato ai quarti di finale.



