A Disney interessano più i parchi divertimento che i film
Da qualche tempo sono diventati il suo settore più redditizio, e con il nuovo amministratore delegato lo saranno ancora di più

La nomina di Josh D’Amaro come nuovo amministratore delegato di Walt Disney al posto di Bob Iger, la persona che aveva guidato l’azienda per gran parte degli ultimi vent’anni, era stata ampiamente prevista da addetti ai lavori e riviste di settore, che l’hanno interpretata come una scelta conservativa, prudente e in continuità con la visione del suo predecessore. D’Amaro ha 55 anni, lavora in Disney dal 1998 ed è il responsabile della sezione “experiences”, quella che si occupa degli hotel, delle navi da crociera e dei parchi divertimento gestiti dalla società. Da qualche anno questa voce rappresenta la maggior parte dei guadagni di Disney, il 60 per cento.
Ben Fritz del Wall Street Journal, un giornalista molto informato sulle cose che succedono dentro Disney, ha scritto che D’Amaro è riuscito a convincere l’azienda «a puntare con decisione su parchi e crociere», e che durante il suo mandato si concentrerà principalmente sullo sviluppo di questi settori. Al contrario è probabile che darà meno importanza all’ideazione di nuove proprietà intellettuali, un ambito in cui Disney è in difficoltà da qualche anno.

Bob Iger (a sinistra) e Josh D’Amaro nel 2023 (David Paul Morris/Bloomberg)
Fritz ha descritto D’Amaro come una figura manageriale atipica, almeno per un’azienda come la Disney. Ha pochi contatti nell’industria cinematografica («a Hollywood lo conoscono veramente in pochi», ha scritto), ma è molto apprezzato dal consiglio d’amministrazione, soprattutto per il suo grande senso degli affari.
L’ex dirigente Disney Jim MacPhee ha detto che «il termine migliore per descrivere ciò che fa Josh [D’Amaro] è “ottimizzazione”: si concentra su come estrarre il massimo valore dalle attività che gestisce». Negli ultimi sei anni, D’Amaro ha aumentato i profitti dell’azienda attraverso strategie molto pragmatiche.
Per esempio, ha alzato il prezzo dei biglietti d’ingresso dei parchi statunitensi nei giorni di maggiore affluenza (come fine settimana e festivi) e quello di alcuni servizi, come i pass che permettono di saltare la fila. Allo stesso tempo però, per non rendere i parchi inaccessibili per la classe media, ha mantenuto invariato il prezzo base nei periodi di bassa stagione: il biglietto più economico costa 104 dollari, e dal 2019 non è mai stato aumentato.
Fritz ha ricordato anche che, nel 2022, D’Amaro mostrò a Iger un grafico che dimostrava che Disney guadagnava sempre meno dai film e dagli abbonamenti a Disney+ e sempre più da parchi, crociere e hotel. Quell’anno la divisone “experience” diventò la voce d’entrate più importante per l’azienda, superando per la prima volta i profitti derivanti da film, serie tv e cartoni animati.
Da allora Disney ha messo sempre più risorse a disposizione di D’Amaro e dei cosiddetti Imagineers, gli “ingegneri dell’immaginazione” che si occupano di progettare i parchi Disney e le attrazioni che contengono.
Già nel 2024 Disney aveva annunciato investimenti per 60 miliardi di dollari nella costruzione di nuovi resort, e si è impegnata a raddoppiare la flotta delle proprie navi da crociera entro il 2031. A maggio è stato anche approvato il progetto di un nuovo parco ad Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti, che servirà ad espandere la presenza dell’azienda in Medio Oriente: sarà il 13esimo dell’azienda (dopo quelli in California, a Tokyo, Parigi e Shanghai, tra gli altri) e verrà costruito a Yas, un’isola artificiale dove ci sono già altre strutture di questo tipo.
– Leggi anche: La “guerra” dei parchi divertimento
L’altra candidata per la nomina di CEO era Dana Walden, che era proprio la presidente della divisione “entertainment”. È la figura che, tra le altre cose, si occupa di approvare le nuove produzioni televisive e di strutturare l’offerta della piattaforma di streaming Disney+. Alla fine però Walden ha assunto un’altra carica, quella di presidente e “chief creative officer” (cioè responsabile di tutto il comparto creativo dell’azienda).
Negli scorsi mesi l’indiscrezione secondo cui Walden fosse vicina a diventare la prima amministratrice delegata nella storia della Disney era circolata con una certa insistenza. Storicamente però è noto che Disney tende a valorizzare dirigenti che hanno costruito la maggior parte della propria carriera all’interno del gruppo. Già nel 2020 Iger era stato sostituito da Bob Chapek, un dirigente che come D’Amaro veniva da un’esperienza di molti anni nella divisione “experiences”. Chapek fu poi sostituito dopo soli due anni, e fu nuovamente nominato Iger.

Dana Walden agli Emmy 2025 (Selcuk Acar/Getty Images)
Walden era entrata in Disney nel 2019, dopo che la società aveva acquisito 21st Century Fox, per cui aveva lavorato nei 25 anni precedenti. «All’interno dell’azienda l’idea che conti l’esperienza maturata in Disney, e solo lì dentro, è estremamente diffusa. Lo si percepisce dal fatto che Walden, pur essendo una figura centrale da quasi un decennio, viene ancora percepita come una outsider», ha scritto la newsletter specializzata in industria del cinema The Ankler.
Ma Walden era sfavorita anche per un altro motivo: nominarla avrebbe significato investire la maggior parte nelle risorse nello sviluppo di nuove proprietà intellettuali, e quindi far prevalere una visione più incline al rischio di impresa.
Creare da zero nuovi franchise in grado di appassionare il pubblico è molto difficile, e negli ultimi quindici anni le operazioni di questo tipo sono andate più male che bene. Al netto di poche eccezioni come Rapunzel, Frozen, Oceania e Inside Out, i film Disney più recenti non sono riusciti a creare franchise di enorme successo, paragonabili a quelli del passato. Anzi, più che creare nuovi personaggi e nuovi universi narrativi, Disney si è concentrata sullo sfruttamento di quelli vecchi, riportando al cinema molti dei suoi cartoni animati più noti in versione “live action”, cioè con attori in carne e ossa.
Per questo The Ankler ha definito la nomina di D’Amaro un «referendum sul rischio», aggiungendo che il consiglio di amministrazione, scegliendolo al posto di Walden, ha dimostrato che «alla fine Disney farà ciò che voleva davvero: riaffermare la supremazia dei parchi su tutto il resto».
– Leggi anche: Disney ha cambiato idea sull’intelligenza artificiale



