Perché proprio contro il Minnesota?
L'amministrazione Trump ha avviato l'operazione dell'ICE più grande di sempre in uno stato che è considerato un'eccezione per molte ragioni

Nelle ultime settimane il Minnesota è stato al centro dello scontro politico negli Stati Uniti, soprattutto dopo l’uccisione di Renee Nicole Good da parte dell’agente dell’ICE Jonathan Ross, lo scorso 7 gennaio. Le proteste contro l’agenzia anti-immigrazione erano cominciate prima, e non si sono fermate dopo. Ma anche le operazioni dell’ICE sono diventate sempre più frequenti, violente e aggressive. La situazione è particolarmente tesa, più che in ogni altro posto degli Stati Uniti.
Succede per una scelta deliberata dell’amministrazione del presidente Donald Trump, ma anche per alcune caratteristiche specifiche del Minnesota, e per alcuni eventi della sua storia recente, come l’uccisione di George Floyd da parte di un agente di polizia nel 2020 e le enormi proteste che seguirono.

Una protesta studentesca a Minneapolis, il 12 gennaio 2026 (AP Photo/Jen Golbeck)
Il Minnesota è nel Midwest, area del paese composta da stati che nonostante siano chiamati “medio-occidentali”, si trovano nella parte centro-orientale degli Stati Uniti. Confina con il Canada e ha un clima rigido, con inverni freddi e nevosi: ci vivono meno di 6 milioni di persone e più del 60 per cento è concentrato nelle cosiddette “Twin Cities”, la capitale Saint Paul e la città più grande, Minneapolis (che costituiscono un’unica grande area metropolitana). Intorno ci sono ampie aree agricole, con coltivazioni di mais e soia e allevamenti, ma anche qualche polo industriale.
I livelli di istruzione e gli standard sanitari sono superiori alla media statunitense, così come l’aspettativa di vita e la rete di assistenza e servizi sociali. Anche le tasse sono più alte della media, e finanziano un buon sistema scolastico e universitario pubblico. Politicamente, è un’eccezione nell’area del Midwest: i quattro stati con cui confina (North e South Dakota, Iowa, Wisconsin) hanno votato per Trump in almeno due delle ultime tre elezioni presidenziali, ma in Minnesota vince il candidato Democratico dal 1976. Nel 1984 Ronald Reagan vinse in 49 stati, cioè tutti tranne il Minnesota. Nello stato il Partito Democratico si chiama Partito Democratico-Agricolo-Laburista e il governatore è Tim Walz, eletto nel 2019 e nel 2024 scelto da Kamala Harris come suo candidato vicepresidente. Quest’anno ci saranno le elezioni nello stato e Walz ha annunciato che non si ricandiderà.

Il governatore Tim Walz e la moglie Gwen Walz durante una veglia funebre per Renee Good, il 9 gennaio 2026 (Kerem Yücel/Minnesota Public Radio via AP)
La tradizione progressista è consolidata nonostante il Minnesota sia uno stato demograficamente più omogeneo della media degli Stati Uniti: si riconosce come “bianco” più del 77 per cento dei suoi abitanti. L’immigrazione non è una questione particolarmente problematica: nello stato la percentuale di immigrati senza documenti è la metà rispetto alla media nazionale, con numeri lontanissimi da quelli del Texas, della California o dello stato di New York. Negli ultimi anni sono in crescita le minoranze latine, asiatiche e africane, in ragione della presenza di consistenti comunità messicana, hmong (o miao, un gruppo etnico della Cina meridionale e del sud-est asiatico) e somala, quest’ultima finita al centro degli attacchi di Trump.
La comunità somala è la più grande degli Stati Uniti. Sono circa 80mila le persone di origine somala residenti in Minnesota: il 58 per cento è nato negli Stati Uniti e l’87 di chi è nato all’estero ha ottenuto la cittadinanza americana. I primi immigrati dalla Somalia arrivarono alla fine degli anni Novanta, nella città di Marshall, in fuga dalla guerra civile e attirati dalle opportunità lavorative in un’azienda di macello e confezionamento della carne. Altri seguirono, creando una comunità piuttosto coesa e diventata nel tempo anche politicamente rilevante: la deputata Democratica Ilhan Omar è di origini somale e nel 2019 è stata una delle prime due donne musulmane elette al Congresso. Trump è particolarmente accanito anche nei suoi confronti e la attacca spesso.

La deputata Democratica Ilhan Omar durante una protesta per Renee Good a Minneapolis, il 10 gennaio (AP Photo/John Locher)
La storia recente del Minnesota è stata fortemente segnata dall’omicidio di George Floyd, uomo afroamericano che il 25 maggio del 2020 fu ucciso da un agente di polizia bianco a Minneapolis. Floyd era stato arrestato perché sospettato di aver usato un biglietto da 20 dollari falso, morì soffocato davanti a decine di passanti, e il video di quell’omicidio – l’agente fu poi condannato a 21 anni di carcere – circolò moltissimo sui social media, scuotendo l’opinione pubblica statunitense e internazionale. Quell’omicidio creò un enorme movimento di proteste pacifiche, noto come Black Lives Matter, che si estese a tutti gli Stati Uniti e anche all’estero. Ci furono anche assalti, incendi, devastazioni e saccheggi da parte di gruppi più piccoli e radicali.
A Minneapolis fu particolarmente animato il dibattito sul razzismo sistemico e sull’uso della forza da parte della polizia; nacque e prese forza uno degli slogan più controversi di quel movimento, “Defund the police” (Ridurre i fondi alla polizia). Una parte del consiglio comunale propose di smantellare il dipartimento di polizia e sostituirlo con un nuovo modello di sicurezza pubblica: si arrivò anche a un referendum cittadino, largamente respinto. Fino alla fine del 2021 i fondi alla polizia furono effettivamente ridotti e le dimissioni da parte degli agenti furono numerose. Il dipartimento di polizia di Minneapolis, che prima del 2020 superava i 900 agenti, è sceso fino a circa 550 e solo di recente è risalito fino a 600: numeri bassi per una città di circa 400mila abitanti e con molta più criminalità e violenza di un’analoga città europea.
Da allora la destra statunitense e le televisioni più conservatrici, come Fox News, descrivono Minneapolis come una città “fuori controllo” e l’hanno fatta diventare un simbolo della cattiva gestione Democratica delle questioni legate alla sicurezza.

Donald Trump durante una conferenza stampa del 20 gennaio 2026 a Washington (AP Photo/Mark Schiefelbein)
In questo contesto dallo scorso dicembre i Repubblicani e l’amministrazione Trump hanno portato al centro del dibattito politico nazionale un grosso scandalo legato alla comunità somala e al Partito Democratico.
Da qualche anno è emersa una frode gigantesca attorno a un programma dell’amministrazione Biden per finanziare pasti per bambini di famiglie povere: un’organizzazione non profit riceveva moltissimi soldi e li distribuiva a decine di altre, che dichiaravano di usarli per distribuire migliaia di pasti al giorno. I pasti erano in realtà inesistenti, e le inchieste hanno trovato situazioni simili per servizi di psicoterapia e formazione professionale, con un totale di oltre un miliardo di dollari rubati. Delle 86 persone incriminate per la frode, 78 sono di origine somala.
La cosa era nota da tempo, ma se n’è tornato a parlare molto negli ultimi mesi dopo che alcuni famosi attivisti e giornalisti di destra l’hanno riproposta sui loro canali social. Da allora la questione è finita al centro delle notizie, anche nazionali, e della propaganda online. Trump ha attaccato la comunità somala e la Somalia con frasi razziste, e l’amministrazione da dicembre ha lanciato quella che ha definito come «la più vasta operazione anti-immigrazione di sempre». I primi obiettivi degli oltre 2.000 agenti dell’ICE erano le persone delle comunità somala (che però come abbiamo visto sono in gran parte cittadini americani, e non possono essere espulse), poi l’agenzia ha ampliato le proprie attività, fermando chiunque avesse un accento straniero, un aspetto latino, o semplicemente non appartenesse alla maggioranza bianca: sono stati fermati anche alcuni nativi americani, per cui l’ipotesi di immigrazione illegale è particolarmente irragionevole.

Agenti federali delle agenzie che si occupano di immigrazione all’esterno del Bishop Henry Whipple Federal Building, a Minneapolis, il 15 gennaio 2026 (AP Photo/John Locher)
Lo scandalo legato ai fondi pubblici e la notorietà dei leader Democratici locali, uniti al fatto che la popolazione dello stato è contenuta e quindi più gestibile, hanno reso il Minnesota l’obiettivo ideale della retorica e delle politiche aggressive dell’amministrazione Trump. Le proteste della popolazione hanno ampliato gli obiettivi della repressione: non più solo gli immigrati, ma anche i progressisti, definiti da politici di destra e forze dell’ordine «anarchici e terroristi interni».



