Tutti vogliono un pezzo di Artico
Trump non è il solo ad avere un'ossessione per i territori del nord, che sono sempre più contesi: c'entra il riscaldamento globale
di Eugenio Cau

Per capire buona parte delle dispute degli ultimi mesi attorno alla Groenlandia, bisogna inclinare il mappamondo verso il Polo Nord. Guardare il mappamondo da nord consente di capire che alcune delle aree più importanti del mondo (la Russia, gli Stati Uniti e il Canada, l’Europa del nord) si affacciano tutte sullo stesso grande mare: il mar Glaciale artico, detto anche oceano Artico.
L’Artico è in gran parte ricoperto da un mare ghiacciato, che fino a relativamente poco tempo fa era di fatto inaccessibile a causa dell’estensione dei ghiacci. Ora che i ghiacci si stanno lentamente sciogliendo a causa del cambiamento climatico, sta diventando sempre più accessibile, conteso e importante. La Groenlandia, lo si vede dalla mappa, è in mezzo a tutto questo.
Per decenni la competizione per l’Artico era stata praticamente nulla. Un detto molto noto tra chi si occupa della regione era: «High North, Low Tension», che significa: «Nord estremo, bassa tensione». Gli esperti hanno spesso parlato anche di «eccezionalismo artico», per indicare il fatto che, mentre nel resto del mondo i paesi competono tra loro a livello economico e militare, nell’Artico hanno sempre mantenuto un eccezionale (appunto) spirito di collaborazione e cooperazione.

Proteste contro gli Stati Uniti a Nuuk, in Groenlandia, 17 gennaio 2026 (AP Photo/Evgeniy Maloletka)
Il simbolo dell’eccezionalismo è stato a lungo il Consiglio Artico, un organo internazionale che riunisce tutti i paesi che si affacciano sull’Artico: Canada, Danimarca (tramite la Groenlandia), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti (tramite l’Alaska), Svezia. A questi si aggiungono alcuni paesi «osservatori», tra cui c’è anche l’Italia.
Per decenni i membri del Consiglio Artico si sono coordinati su sfruttamento delle risorse, rotte commerciali, studi ambientali con un’invidiabile concordia, anche quando nel resto del mondo gli stessi paesi si trovavano in disaccordo o in conflitto. Soltanto nel 2022, dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, i rapporti sono peggiorati.
La concordia tra i paesi artici era possibile anche perché l’interesse nei confronti della regione era limitato alla ricerca scientifica e in alcune aree alla pesca, a causa della sua inaccessibilità. Da poco più di vent’anni, però, il riscaldamento globale ha cambiato tutto.
– Ascolta Globo: La Groenlandia è molto più importante di quello che pensate
I commerci
Lo scioglimento dei ghiacci sta gradualmente aprendo nuove rotte marittime che hanno il potenziale di cambiare i commerci mondiali. Questo potenziale è stato noto per secoli: a lungo gli esploratori hanno cercato il leggendario “passaggio a nord-ovest”, cioè una rotta che collegasse gli oceani Atlantico e Pacifico passando dal nord del Canada, così come il “passaggio a nord-est”, a nord della Russia. Entrambe queste rotte sono state trovate e percorse tra Ottocento e Novecento, ma a lungo sono state antieconomiche e difficilmente praticabili.

Una mappa delle rotte artiche (Consiglio Artico – Wikimedia)
Ma ora che i ghiacci si stanno ritirando, le rotte artiche stanno diventando via via più accessibili. E rispetto alle rotte tradizionali hanno un vantaggio enorme: possono essere molto più brevi.
Facciamo un esempio: una nave portacontainer che parte da Shanghai, in Cina, per arrivare a Rotterdam, nei Paesi Bassi, deve percorrere circa 10.500 miglia nautiche (quasi 20 mila chilometri) per fare la rotta tradizionale, quella che passa per l’oceano Indiano e per il canale di Suez. Se il canale di Suez per qualche ragione è impraticabile, la portacontainer deve circumnavigare l’Africa, e a quel punto le miglia nautiche diventano quasi 14 mila. Ma se la nave passa da nord, sfiorando le coste della Russia, le miglia nautiche si riducono a circa 8.000. È un miglioramento del 24 per cento circa, che è eccezionale per un business dai margini di profitto limitati come quello delle spedizioni marittime.
Lo sfruttamento di queste rotte commerciali è soltanto agli inizi. Il ritiro dei ghiacci è per ora parziale, e il livello dei traffici è marginale: nel 2024 sono transitate lungo la cosiddetta Northern Sea Route, quella a nord della Russia, 38 milioni di tonnellate di merci. Per il canale di Suez ne sono passate oltre 450 milioni di tonnellate (il 2024 peraltro è stato un anno di crisi per Suez, in precedenza ci passava più di un milione di tonnellate di merci).
Le risorse
Una delle ragioni per cui Trump è interessato alla Groenlandia è la sua ricchezza di terre rare, una categoria di elementi essenziale per moltissime produzioni industriali, dagli smartphone alle automobili ai sottomarini militari. In realtà lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico sta rendendo accessibili molte altre risorse potenzialmente lucrose, dai minerali agli idrocarburi. Si stima che nell’Artico ci sia circa il 13 per cento delle riserve mondiali non ancora scoperte di petrolio e il 30 per cento di quelle di gas naturale.
Poiché l’Artico non è un continente ma un mare ghiacciato, il controllo delle sue risorse è regolato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che prevede (semplificando molto) che ciascuno stato possa sfruttare le risorse marittime entro le proprie acque territoriali ed entro la propria zona economica esclusiva.
Le rivendicazioni territoriali sono diventate così sempre più frequenti. In particolare i paesi artici cercano di estendere il più possibile il riconoscimento della propria “piattaforma continentale”, cioè la parte di fondale che rimane di pertinenza di quello stato.

Nuuk in Groenlandia, aprile 2025 (Juliette Pavy/Bloomberg)
La militarizzazione
C’è sempre stato un forte interesse militare nei confronti dell’Artico: durante la Guerra fredda, in caso di attacco tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, la via più diretta in linea d’aria per i missili balistici sarebbe passata sopra l’Artico, e più precisamente proprio sopra la Groenlandia.
Per questo per tutta la Guerra fredda gli Stati Uniti ebbero una presenza militare in Groenlandia, con stazioni radar imponenti, 17 basi militari e fino a 15 mila soldati (oggi è rimasta soltanto la base militare di Pituffik, che ospita circa 150 soldati). La presenza militare statunitense era però soprattutto legata ad attività di sorveglianza e allerta: la Groenlandia serviva come avamposto contro missili e altre minacce sovietiche che potessero provenire dall’Artico. Da circa una ventina d’anni invece stiamo assistendo a fenomeni di militarizzazione molto più estesi.
Il paese più attivo è la Russia, anche per ragioni geografiche: controlla circa il 52 per cento delle coste che si affacciano sull’oceano Artico, e un quinto del suo territorio si trova a nord del Circolo polare artico.
La Russia possiede 41 navi rompighiaccio, che le consentono grande mobilità nell’Artico; di queste, sette sono a propulsione nucleare. Per fare un paragone, gli Stati Uniti ne hanno due, anche se ne stanno costruendo di nuove. La Russia ha inoltre piazzato un gran numero di sistemi missilistici avanzati lungo le sue coste artiche, e conduce esercitazioni militari frequenti.
Alcune di queste esercitazioni sono fatte assieme alla Marina cinese: la Cina, pur essendo piuttosto lontana dall’oceano Artico, si è sempre definita un paese «semi Artico», per evidenziare il suo interesse verso le rotte commerciali e le risorse del nord.

Un soldato russo in Siberia, 2019 (AP Photo/Vladimir Isachenkov)
Da questo punto di vista, quando Trump ha detto che la Groenlandia «è ricoperta dappertutto da navi russe e cinesi» stava evidentemente esagerando. È vero, tuttavia, che la presenza militare russa e cinese nella regione è in aumento.
Questo vale però un po’ per tutti i paesi: perfino l’Italia proprio questo mese ha annunciato la sua “Strategia per l’Artico”.
Le popolazioni indigene
Tutto questo – le nuove rotte commerciali, lo sfruttamento delle risorse, la militarizzazione – avviene molto spesso senza il consenso o a discapito delle popolazioni indigene che vivono nell’Artico. Le popolazioni artiche più importanti sono: gli Inuit (che vivono in Canada, Groenlandia, e in alcune parti della Siberia); gli Yupik e gli Aleuti (Alaska); gli Jakuti, i Nenets e i Komi (Russia); e i Sami (Scandinavia).
Ciascuna di queste popolazioni vive in condizioni e con diritti anche molto diversi tra loro, ma tutte fino al recente passato hanno subìto discriminazioni e violenze. In Groenlandia per esempio la dominazione coloniale danese (che durò fino al 1979; ora è vigente uno stato di autogoverno, anche se l’isola rimane della Danimarca) separò sistematicamente i bambini inuit dalle proprie famiglie e forzò sistemi di contraccezione sulle donne inuit, tra le altre cose.
Oggi lo sviluppo dell’Artico continua a minacciare il modo di vita di molte comunità indigene. La militarizzazione e lo sfruttamento delle risorse molto spesso frammentano i territori e distruggono ecosistemi fondamentali. Di frequente inoltre le decisioni sull’installazione di basi militari, luoghi di estrazione petrolifera o basi missilistiche vengono prese senza consultare le comunità locali.



