In Iran la repressione del regime non si è fermata
Ci sono indagini e sequestri contro i manifestanti ed è stato chiuso uno dei pochi giornali ad aver raccontato i massacri durante le proteste

Dopo aver fermato con uccisioni di massa le enormi proteste delle scorse settimane, il regime iraniano sta continuando a reprimere il dissenso. Il regime sta perseguitando gli oppositori anche per via giudiziaria, con arresti e confische, e sono state imposte ulteriori restrizioni ai media, che comunque non sono liberi. In tutto questo nel paese internet continua a essere bloccato, cosa che rende molto difficili le comunicazioni e limita la disponibilità delle informazioni su quello che sta succedendo.
Durante le proteste di inizio gennaio, le più grandi da quelle della rivoluzione islamica del 1979, il procuratore generale iraniano aveva chiesto di confiscare i beni dei manifestanti come ritorsione. Sta iniziando a succedere. La magistratura ha messo sotto indagine 25 persone note nel paese che avevano espresso sostegno alle proteste, ordinando in alcuni casi di sequestrare i loro beni. È stato ordinato anche il sequestro di una sessantina di bar, accusati di avere facilitato le proteste chiudendo.
Sono numeri contenuti rispetto a quelli delle persone uccise durante le proteste, ma emblematici delle intenzioni punitive del regime. Le uccisioni confermate sono tra le 3.428 e le 4.519, secondo le ultime stime delle ong iraniane che le calcolano dall’estero sulla base di testimonianze sul posto. Il numero reale è con tutta probabilità molto più alto e persino il regime ha ammesso che sono state «migliaia».
In Iran internet e il segnale telefonico sono bloccati dall’8 gennaio
Usando una retorica manipolatoria, il regime colpevolizza i manifestanti per autoassolversi: per esempio attribuisce a nemici esterni le uccisioni perpetrate dalle sue forze di sicurezza. Nel caso dei sequestri la magistratura sostiene che i beni servano per ripagare i danni causati dalle manifestazioni.
È lo stesso principio con cui sta prendendo di mira le persone famose, tra cui ci sono atleti e attori. «Chi ha invitato le persone a chiudere i negozi e ha sostenuto i facinorosi con messaggi e storie [sui social] è responsabile dei danni», ha sostenuto un deputato della commissione Affari interni del parlamento. Queste persone sono indagate per sostegno diretto o indiretto al terrorismo.
Alcuni degli attori avevano firmato una dichiarazione a favore delle proteste della Iranian House of Cinema, l’associazione di categoria del settore cinematografico. Il regista Jafar Panahi, vincitore della Palma d’oro al festival di Cannes dello scorso anno, ha denunciato l’uccisione del suo collega Javad Ganji e nuove intimidazioni: «Il regime sta cercando di cancellare il massacro dei manifestanti minacciando gli artisti e seppellendo la verità sotto la repressione giudiziaria». Per esempio i registi Majid Barzegar e Behtash Sanaeeha sono stati interrogati per ore.
La notizia della chiusura del giornale Ham-Mihan
Le ritorsioni contro il mondo culturale sono state accompagnate da nuove restrizioni ai media.
Lunedì le autorità hanno chiuso il quotidiano riformista Ham-Mihan, uno dei principali del paese, per un editoriale in cui le proteste delle scorse settimane venivano accostate a quelle del 1979 e per un articolo che documentava la situazione negli ospedali dove c’erano state incursioni delle forze di sicurezza del regime. Ham-Mihan era stato uno dei pochi media iraniani a raccontare delle uccisioni, in un paese dove la stampa è controllata.

La Guida suprema Ali Khamenei, il 17 gennaio (Iranian Leader Press Office/Anadolu via Getty Images)
Inoltre il regime sta cercando di creare nuovi ostacoli e forme di deterrenza alla comunicazione con l’esterno. Fare uscire informazioni è già difficilissimo a causa del blocco di internet, e lo scopo è occultare le prove dei massacri e controllare la narrazione.
La procura generale ha detto che verrà considerato un crimine avere contatti o condividere materiale con i media dell’opposizione attivi all’estero. Uno dei principali è Iran International, che ha sede nel Regno Unito: mandargli foto o video sarà equiparato a cooperare con un gruppo terroristico.
Grazie al lavoro di media come Iran International e l’agenzia HRANA, che raccolgono le testimonianze che riescono ad aggirare il blocco, stanno emergendo anche altre informazioni sulla repressione delle proteste: per esempio che in molti casi gli agenti delle forze di sicurezza sono andati a cercare i manifestanti casa per casa. Stanno circolando anche video che mostrano tracce di sangue rimaste visibili nelle strade, nei giorni successivi alle manifestazioni.
– Leggi anche: Quanto è solido il regime iraniano?



