Un carcere che ha fatto la storia del Venezuela
L'Helicoide di Caracas fu progettato come un centro commerciale avveniristico, ma tra crisi e dittature è diventato un luogo di tortura

Alcuni dei prigionieri politici liberati in queste settimane in Venezuela erano detenuti all’Helicoide, il carcere di Caracas noto da anni come luogo di abusi e torture. Non è il carcere in cui è stato detenuto Alberto Trentini (che era al Rodeo 1, come Mario Burlò), ma è il più famigerato degli istituti di detenzione usati dal regime. È anche un edificio molto riconoscibile, costruito in stile brutalista come una grossa elica su una collina di Caracas. Non era stato pensato come un carcere, ma come un centro commerciale avveniristico, in cui i clienti avrebbero potuto guidare fino ai maggiori negozi: una sorta di drive-through che negli anni Cinquanta doveva rappresentare le ambizioni del Venezuela e al tempo stesso omaggiare la principale risorsa del paese, il petrolio.
Quel progetto non si è mai concretizzato e le successive vite dell’Helicoide sono state decisamente più oscure. Oggi è il simbolo di una repressione diventata sempre più pervasiva e violenta. Una decina di giorni fa il presidente statunitense Donald Trump ha detto che la nuova presidente Delcy Rodríguez gli avrebbe assicurato che vuole chiudere il carcere, ma al momento non ci sono segnali in questo senso. Gli ultimi prigionieri politici liberati dalla struttura hanno invece confermato le terribili condizioni di detenzione, e la presenza di stanze della tortura.

El Helicoide, centro detentivo e sede dei servizi di intelligence venezuelani, il 9 gennaio 2026 (AP Photo/Ariana Cubillos)
I lavori di costruzione dell’Helicoide iniziarono nella seconda metà degli anni Cinquanta, per volontà del dittatore Marcos Pérez Jiménez, che aveva preso il potere con un colpo di stato nel 1948: il suo regime anticomunista e violento fu sostenuto dagli Stati Uniti. L’Helicoide fu creato sulla Rocca Tarpea di Caracas, nel quartiere popolare di San Agustín, già allora destinazione di una migrazione interna e oggi fra i più pericolosi e problematici della città.
Il progetto era stato studiato da tre architetti, guidati da Jorge Romero Gutiérrez, uno dei primi laureati della locale facoltà di Architettura. Prevedeva costruzioni a elica che si affacciassero su 4 chilometri di strada e che componessero un moderno centro commerciale con 300 negozi, otto cinema, un hotel di lusso e un club privato. In corso d’opera fu aggiunto anche un eliporto. In totale doveva occupare 100mila metri quadrati, per un costo previsto di 10 milioni di dollari di allora (90 milioni odierni), e con tecnologia all’avanguardia per i tempi, come telecamere a circuito chiuso, ascensori superveloci provenienti dall’Austria e in cima una cupola geodetica (una porzione di sfera), costruita per riflettere la luce solare.
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Il regime di Pérez Jiménez cadde nel 1958, dopo pochi anni dall’inizio dei lavori, e il progetto incontrò problemi di finanziamento, non più garantito dalla dittatura. La ditta proprietaria e gli investitori nei negozi iniziarono una contesa legale che bloccò i lavori. Sembrava comunque una pausa temporanea, anche perché il progetto aveva assunto una grande rilevanza anche all’estero: nel 1961 fu oggetto di un’esposizione al MoMA di New York (il museo più importante al mondo dedicato all’arte moderna e contemporanea), Pablo Neruda lo elogiò pubblicamente e Salvador Dalì si offrì di decorarne gli interni.

Un modellino del progetto originario (Fondo Correio da Manhã, Arquivo Nacional, Wikimedia Commons)
Invece proprio nel 1961 la ditta costruttrice dichiarò fallimento e l’Helicoide rimase abbandonato per oltre un decennio. Non mancava molto alla fine dei lavori: non c’era la cupola, che sarebbe stata completata negli anni Ottanta, gli ascensori erano arrivati ma non furono montati. Scomparvero, come molte delle strutture interne prelevabili e rivendibili, oggetto di furti. Nel 1975 la struttura diventò di proprietà dello stato, dal 1979 fu oggetto di quella che venne definita “Grande occupazione”: circa 10mila persone senza casa occuparono le strutture dell’Helicoide, vivendo per tre anni in condizioni molto complesse nella struttura lasciata incompleta.

Un’altra vista della struttura, nel 2018 (AP Photo/Fernando Llano)
Dal 1982 lo stato venezuelano ne riprese possesso, completò la cupola, installò all’interno prima uffici amministrativi, poi la direzione di alcune agenzie di sicurezza, tra cui i servizi di intelligence. Iniziò a essere un luogo importante per il governo del Venezuela, tanto che nel 1992 venne bombardato durante il secondo dei due tentativi di colpo di stato di quell’anno (entrambi falliti).
L’edificio venne riparato e continuò a ospitare l’agenzia nazionale di intelligence, che si trasformò in Servizio Boliviariano di Intelligence Nazionale (SEBIN): a partire dal 2010, sotto la presidenza di Hugo Chávez, i piani interrati iniziarono a essere usati come prigioni. Già nel 2012 la Corte interamericana dei diritti umani condannò il Venezuela per condizioni «inumane e degradanti» dentro il carcere, e dal 2014 con la presidenza di Nicolás Maduro il numero dei detenuti aumentò progressivamente.

Una pianta di parte del carcere, ricostruita in base alle testimonianze di ex prigionieri (Independent International Fact-Finding Mission on the Bolivarian Republic of Venezuela, Public domain, via Wikimedia Commons)
Le testimonianze di chi riesce a uscirne raccontano di condizioni igieniche terribili, sovraffollamento, violenze sessuali contro le prigioniere donne, torture psicologiche e fisiche con cavi elettrici e soffocamenti. I vecchi negozi sono stati trasformati in celle di 4 metri per 4 in cui devono convivere fino a 20 persone, e altre più piccole in cui i prigionieri sono in un continuo isolamento. L’Helicoide è considerato uno dei principali luoghi di tortura dell’intero continente americano.
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