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  • Lunedì 12 gennaio 2026

Inizia il processo per genocidio contro il Myanmar

La Corte internazionale di giustizia dovrà pronunciarsi sulle persecuzioni e sulle violenze sistematiche compiute contro la popolazione rohingya

Una donna rohingya nel campo profughi di Cox's Bazar, in Bangladesh, 23 novembre 2025 (AP Photo/Mahmud Hossain Opu)
Una donna rohingya nel campo profughi di Cox's Bazar, in Bangladesh, 23 novembre 2025 (AP Photo/Mahmud Hossain Opu)
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Il 12 gennaio presso la Corte internazionale di giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, sono cominciate le udienze del processo che dovrà stabilire se il Myanmar ha compiuto un genocidio nei confronti della popolazione rohingya. È un processo storico per varie ragioni, e molti esperti concordano sul fatto che potrebbe avere delle conseguenze che vanno al di là degli eventi che si propone di accertare, influenzando anche l’esito di altri processi internazionali con caratteristiche simili.

Il caso era stato presentato nel 2019 dal Gambia, un piccolo stato a maggioranza musulmana dell’Africa occidentale. I rohingya sono un gruppo etnico musulmano originario soprattutto dello stato di Rakhine, sulla costa occidentale del Myanmar, che invece è prevalentemente buddista. I rohingya sono stati sistematicamente discriminati e ostracizzati dalla vita pubblica birmana, tanto che dagli anni Ottanta sono privati anche del diritto alla cittadinanza.

Nel 2017 l’esercito birmano – che anche all’epoca aveva un peso politico eccezionale, nonostante formalmente il paese fosse guidato da un governo civile – avviò nei confronti dei rohingya una campagna di persecuzione violenta. Vennero commesse uccisioni indiscriminate, saccheggi e stupri di massa. Vennero incendiati interi villaggi, decine di migliaia di persone furono uccise, decine di migliaia di donne stuprate, e un numero stimato di oltre 700mila persone rohingya furono costrette a fuggire nel vicino Bangladesh, dove vivono tuttora in campi profughi in condizioni disastrose.

All’epoca la capa di fatto del governo civile birmano era Aung San Suu Kyi, una politica molto celebrata per la sua lotta per i diritti della popolazione birmana, e vincitrice del premio Nobel per la pace 1991. Nel caso dei rohingya però Suu Kyi è accusata di aver permesso la loro persecuzione da parte dell’esercito. Nel 2019 difese quella campagna anche di fronte alla Corte, sostenendo che fosse una risposta lecita all’insorgenza dei gruppi armati, e definendo le accuse di genocidio «un quadro incompleto e fuorviante della situazione nel Rakhine».

Nel 2020 la Corte emise delle misure cautelari provvisorie per tutelare i rohingya in attesa della fine del processo, ordinando al Myanmar di prevenire ulteriori atti di genocidio da parte dell’esercito. Dal colpo di stato del 2021 il Myanmar non ha più un governo civile, ma è guidato da una giunta militare che sta combattendo una sanguinosa guerra civile con vari gruppi armati dissidenti. Le Nazioni Unite hanno documentato che anche dopo il colpo di stato le persecuzioni contro i Rohingya sono proseguite.

Aung San Suu Kyi nel 2020 (AP Photo/Aung Shine Oo)

Sui fatti del 2017 è stata aperta un’inchiesta separata della Corte penale internazionale dove, diversamente dalla Corte internazionale di giustizia, possono trovarsi imputati anche gli individui accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nell’ambito di quell’indagine nel 2024 il procuratore capo della Corte penale internazionale Karim Khan ha chiesto un mandato di arresto internazionale per Min Aung Hlaing, capo dell’esercito birmano all’epoca dei fatti e oggi capo della giunta militare che governa il paese.

Quello che inizia lunedì presso la Corte internazionale di giustizia è il primo caso in cui i giudici arrivano a pronunciarsi nel merito di una controversia per genocidio intentata da uno stato non leso (il Gambia) contro un altro, in difesa dei diritti di una popolazione. Nicholas Koumjian, capo della Commissione d’indagine dell’ONU sul Myanmar, ha detto a Reuters che «è probabile che il caso stabilisca un importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere dimostrato». Il processo potrebbe durare anni.

Molti esperti concordano sul fatto che questo precedente potrebbe riguardare anche il caso attualmente in corso contro Israele per i crimini commessi nella Striscia di Gaza, intentato nel 2024 dal Sudafrica. In entrambi i casi, la circostanza più difficile da provare, ma anche quella necessaria per arrivare a una condanna, è quella dell’intento genocidario, ovvero il fatto che i crimini e le persecuzioni siano state compiute con la volontà specifica di distruggere, in tutto o in parte, un popolo.

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