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  • Lunedì 5 gennaio 2026

Trump sta minacciando anche altri paesi

Dopo il Venezuela ha usato toni aggressivi e intimidatori verso Groenlandia, Cuba e Colombia, alludendo al fatto che potrebbero essere i prossimi

Donald Trump sull'Air Force One, il 4 gennaio 2026
Donald Trump sull'Air Force One, il 4 gennaio 2026 (AP Photo/Alex Brandon)
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Da quando gli Stati Uniti hanno catturato Nicolás Maduro, lo scorso sabato, Donald Trump e la sua amministrazione hanno cominciato a minacciare vari altri paesi dicendo che potrebbero essere i prossimi a subire un intervento militare. Le principali minacce sono state rivolte alla Groenlandia, a Cuba e alla Colombia: Trump ha usato toni aggressivi e intimidatori irrituali per un presidente, ma non inediti per lui.

Ha detto per esempio che gli Stati Uniti hanno «assolutamente bisogno» della Groenlandia, un’enorme isola che fa parte del Regno di Danimarca con grandi autonomie e un proprio governo. Da mesi Trump sostiene che la Groenlandia dovrebbe diventare un territorio statunitense, principalmente per via delle ingenti riserve di metalli rari. Aveva già minacciato di occuparla con la forza e in questi giorni ha presentato il suo controllo come una questione di sicurezza nazionale. «È così strategica ora. È circondata dalle navi russe e cinesi», ha detto, accusando la Danimarca di non essere in grado di proteggerla.

Queste dichiarazioni hanno aperto un nuovo scontro diplomatico con la Danimarca, alimentato anche da alcuni post e affermazioni fatte sui social da alleati di Trump. Domenica Katie Miller, la moglie di uno dei principali consiglieri di Trump (Stephen Miller), ha pubblicato una cartina della Groenlandia campita con i colori della bandiera degli Stati Uniti e la didascalia in inglese «Presto».

La prima ministra danese, Mette Frederiksen, ha risposto che il discorso «non ha senso» e che «gli Stati Uniti non hanno diritto di annettere nessuna delle tre nazioni» del Regno (la terza sono le isole Fær Øer). Il governo danese ha ricordato i recenti investimenti che ha fatto nella difesa. Il primo ministro groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, ha aggiunto che «non c’è ragione di panico. La nostra nazione non è in vendita e il nostro futuro non è deciso dai post sui social».

Trump ha minacciato anche Cuba. Già sabato, durante la prima conferenza dopo l’attacco in Venezuela, aveva paragonato la situazione di Cuba a quella del Venezuela: la retorica era che fossero entrambi «paesi falliti» di cui gli Stati Uniti vogliono aiutare la popolazione.

Le minacce più esplicite a Cuba però sono arrivate dal segretario di Stato Marco Rubio: domenica ha detto che il regime cubano è «in un mare di guai», quando gli hanno chiesto durante un’intervista in tv se Cuba fosse il prossimo obiettivo. Rubio ha motivato l’affermazione dicendo che Cuba spalleggiava Maduro: «Erano i cubani a sorvegliare Maduro. Non aveva guardie del corpo venezuelane».

È vero che Cuba gestiva il servizio di protezione di Maduro e il governo cubano ha detto che l’attacco degli Stati Uniti ha ucciso 32 suoi agenti. Sabato, durante la conferenza stampa, Rubio era stato ancora più minaccioso, dicendo che «se vivessi all’Avana (la capitale di Cuba) e facessi parte del governo, sarei preoccupato». Cuba è governata da un regime comunista attualmente guidato dal presidente Miguel Díaz-Canel.

Trump è stato ancora più intimidatorio con il presidente colombiano Gustavo Petro (di sinistra), di fatto minacciando di deporlo. Trump ha rapporti pessimi con Petro – si può dire che ne avesse di peggiori solo con Maduro – nonostante la Colombia sia stata per decenni il principale alleato degli Stati Uniti in America Latina e un importante alleato nella lotta al narcotraffico.

Domenica Trump ha sostenuto che la Colombia sia «governata da un pazzo a cui piace produrre cocaina e venderla negli Stati Uniti», ma che non sarà a lungo così. Quando i giornalisti gli hanno domandato se intendesse che ci sarà un’operazione degli Stati Uniti in Colombia, ha detto che la cosa gli «suona bene».

Trump ha accusato Petro di essere un narcotrafficante: sono accuse simili a quelle fatte contro Maduro, che poi sono state usate come pretesto per giustificare l’attacco al Venezuela. A ottobre il governo degli Stati Uniti aveva sanzionato Petro e alcuni suoi familiari, accusando il suo governo di essere coinvolto nel traffico di cocaina (di cui la Colombia è la massima produttrice mondiale).

Petro è stato tra i leader che hanno criticato più duramente l’attacco in Venezuela e sabato Trump lo aveva accusato, senza fornire prove, di possedere direttamente stabilimenti per la produzione di cocaina. Anche lì Trump lo aveva minacciato, dicendo che dovrebbe stare attento.

Molte di queste accuse sono state fatte da Trump mentre rientrava a Washington in aereo dalla Florida. Ha parlato anche del futuro Venezuela, di cui aveva prospettato un «controllo statunitense» su cui è rimasto vago: ha detto che gli Stati Uniti lavoreranno con la nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez, che era la vice di Maduro, ma ha minacciato anche lei, dicendo che «se non si comporteranno bene, faremo un altro attacco». Gli Stati Uniti si aspettano dal governo venezuelano enormi concessioni sulle riserve petrolifere del paese.

Le minacce di Trump ai paesi dell’America Latina vanno viste nel contesto ideologico della sua amministrazione, che ha rispolverato un principio ottocentesco noto come “dottrina Monroe” per teorizzare il ripristino della supremazia statunitense sul continente. Il messaggio che l’amministrazione sta facendo passare, insomma, è che non è finita qui.

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