Il surreale caso della traduzione mancante su Almasri che non mancava affatto

Nordio si era sempre lamentato che la Corte penale internazionale non avesse inviato una richiesta d'arresto in italiano: non era vero

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio alla Camera dei deputati, il 23 luglio 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio alla Camera dei deputati, il 23 luglio 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Caricamento player

Una delle ragioni con cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha sempre giustificato il suo ritardo nel rispondere alla richiesta d’arresto da parte della Corte penale internazionale (CPI) nei confronti del generale libico Almasri è la presunta documentazione lacunosa ricevuta dalla Corte stessa. In particolare, Nordio ha più volte lamentato la mancanza di una traduzione in italiano del mandato d’arresto, che lui ha dovuto inizialmente leggere in inglese, e dei molti allegati, alcuni in lingua araba. Nordio lo ha denunciato anche nella sua informativa alla Camera, il 5 febbraio scorso, con toni che generarono le proteste delle opposizioni e molte ironie.

Fin da subito era sembrato strano che il ministero della Giustizia non fosse riuscito ad analizzare una richiesta della Corte penale internazionale perché bisognava prima tradurla. Eppure, anche nel corso delle indagini condotte dal tribunale dei ministri, la difficoltà nel tradurre l’atto è stata utilizzata dai collaboratori di Nordio, e in particolare dalla sua capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, come una delle ragioni che hanno rallentato le procedure.

Almasri fu fermato dalla Polizia a Torino il 19 gennaio proprio in forza del mandato d’arresto della CPI, accusato di torture, omicidi, stupri e altri gravi reati. Due giorni dopo venne liberato e rimpatriato per volere del governo italiano. Nordio ha detto più volte che le cose andarono così in parte anche per la mancanza di questa traduzione: ora però si sa con certezza che questa versione è falsa.

– Leggi anche: La difesa di Nordio sul caso Almasri è sempre meno convincente

Lo conferma la relazione del tribunale dei ministri che ha indagato lo stesso Nordio in merito alla vicenda di Almasri. Tra i documenti inviati dalla CPI al governo italiano c’era infatti una traduzione di cortesia in italiano fin dal 18 gennaio, cioè da quando era stato condiviso il mandato in virtù del quale la Polizia arrestò Almasri poche ore dopo. Quella traduzione però si perse dopo l’inizio delle comunicazioni tra i funzionari del ministero della Giustizia e la capa di gabinetto Bartolozzi, e non venne dunque utilizzata nell’analisi del provvedimento.

Non è facile stabilire se si tratti di una banale svista, o piuttosto di una trovata strumentale adottata dal ministero della Giustizia per guadagnare tempo. È certo però che su questo Nordio abbia detto in parlamento una cosa falsa.

La richiesta di arresto fu inviata formalmente dalla CPI a mezzogiorno e dieci del 18 gennaio all’ambasciata italiana all’Aja, nei Paesi Bassi, città dove ha sede la Corte, come sempre avviene in questi casi. L’ambasciata la inoltrò al ministero della Giustizia tramite la piattaforma PRISMA, un sistema di comunicazione interno utilizzato dal ministero degli Esteri e della Giustizia, con un messaggio di accompagnamento redatto dal magistrato Alessandro Sutera Sardo, consigliere giuridico dell’ambasciata. Tra gli allegati contenuti nel messaggio c’era anche «una informale traduzione in lingua italiana».

Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro Nordio, in occasione della quarta edizione dell’evento “Parlate di mafia” organizzato dai gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia, il 18 luglio 2025 a Roma (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Il 18 gennaio era un sabato. Né quel giorno, né l’indomani, domenica, al ministero qualcuno aprì la mail. A riceverla fu Augusto Massari, il consigliere diplomatico di Nordio, unico al ministero autorizzato ad accedere a Prisma, nella tarda mattina del 20 gennaio. Massari, a sua volta, inviò tutto ad altri funzionari del ministero degli Esteri e alla capa di gabinetto Bartolozzi.

Tra i documenti allegati in questa e-mail mancava la traduzione in italiano: è qui che inizia l’affanno dei collaboratori di Nordio nel leggere gli atti in inglese e in arabo. Cristina Lucchini, direttrice dell’Ufficio responsabile della Cooperazione giudiziaria internazionale, chiese subito un intervento dell’ufficio traduzioni del ministero, non potendo sapere che una traduzione già c’era.

Martedì, poco prima della pausa pranzo, quando ormai stavano scadendo i termini di 48 ore previsti dalla legge, e oltre i quali Almasri non poteva essere trattenuto in carcere senza un provvedimento del ministro della Giustizia, la traduzione non era ancora completata. Nordio avrebbe potuto già confermare l’arresto di Almasri sulla base di un atto predispostogli da un suo funzionario, Luigi Birritteri, d’intesa col procuratore generale di Roma Giuseppe Amato, competente sul caso.

Ma sapendo che ancora non era pronta la traduzione, Bartolozzi aveva chiesto a Lucchini di attendere e di preparare una nuova bozza, del tutto identica a quella già pronta, ma con all’interno la specificazione che tra gli atti allegati era inclusa anche la traduzione.

Alle 4 del pomeriggio di quello stesso giorno il ministero della Giustizia diffuse una nota nella quale spiegava che «è pervenuta la richiesta della CPI di arresto» di Almasri e che, «considerato il complesso carteggio, il ministro sta valutando la trasmissione formale della richiesta della CPI al procuratore generale di Roma». Poco dopo, intorno alle 17:30, Bartolozzi ricevette finalmente da Lucchini la bozza con allegata anche la traduzione.

Servì a poco: l’aereo dei servizi segreti predisposto per rimpatriare Almasri era già pronto da ore all’aeroporto Caselle di Torino. Da lì decollò in serata per riportare il generale a Tripoli.