
Il Burundi è un paese piccolo, povero, con una storia in parte tragica e dal presente complicato: in Italia, per ignoranza, la parola Burundi (forse anche per il suo suono esotico) è diventata una specie di luogo comune per rappresentare un posto sperduto, poco sviluppato, in cui manca quasi tutto. Nel paese si è votato giovedì per rinnovare il parlamento: per i primi risultati bisognerà aspettare la prossima settimana, per quelli definitivi il 20 giugno. Non c’è stata comunque una grande attesa, per due ragioni.
La prima è che non si prevedevano sorprese: il partito al governo da vent’anni dovrebbe consolidare la sua posizione, anche perché ha progressivamente ridotto gli spazi democratici nel paese. La seconda è che in generale la stampa internazionale si occupa pochissimo del Burundi, e quando succede lo fa per motivi “negativi”: è uno dei paesi finiti nelle restrizioni del travel ban di Donald Trump; è coinvolto nella guerra contro il gruppo M23 nella Repubblica Democratica del Congo; ed è stabilmente in fondo alle classifiche mondiali sia per le libertà individuali che per il PIL pro capite.
Geograficamente, il Burundi è un paese dell’Africa orientale che si trova fra Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Tanzania. Non ha uno sbocco al mare, ma ha il lago Tanganica, il secondo più grande del continente. Dal 2019 la capitale è stata spostata a Gitega (era Bujumbura, che resta la città più popolosa). È stato abitato sin dall’antichità e ci sono testimonianze di un regno indipendente del Burundi dalla fine del Sedicesimo secolo, In seguito è stato colonizzato prima dalla Germania (1884-1916), poi dal Belgio (fino all’indipendenza del 1962).
Furono i colonizzatori europei a “unirlo” al Ruanda e a dividerne la popolazione in modo rigido in base alle etnie, favorendo la minoranza tutsi sulla maggioranza hutu. In precedenza le differenze erano solo socioeconomiche, perché gli hutu erano perlopiù agricoltori e i tutsi perlopiù allevatori. Ma scambi, convivenza pacifica e matrimoni misti erano la norma, come in Ruanda. Le imposizioni coloniali condizionarono negativamente il futuro del paese anche quando tornò indipendente.
Oggi gli hutu sono l’85 per cento della popolazione, i tutsi il 14 per cento, e un terzo gruppo, i twa, l’1 per cento. Gli hutu governano dalla fine della guerra civile, nel 2005.
La guerra iniziò nel 1993, quando si tennero le prime elezioni democratiche nel paese, dopo quasi trent’anni di governi militari gestiti dalle élite tutsi. Il motivo scatenante fu l’uccisione del presidente appena eletto, Melchior Ndadaye, di etnia hutu. Alcuni mesi dopo, mentre la guerra etnica era in corso, fu ucciso anche il suo successore Cyprien Ntaryamira, anche lui hutu.
Ntaryamira morì insieme al presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana, il 6 aprile del 1994. I due erano a bordo di un aereo che fu abbattuto da un razzo mentre stava rientrando da un incontro tra capi di Stato in Tanzania. In Ruanda quell’attentato diede inizio al genocidio e ai massacri sanguinosi e indiscriminati compiuti dalla popolazione hutu nei confronti della minoranza dei tutsi, ritenuta responsabile dell’uccisione dei due presidenti. Il genocidio si concluse a luglio, quando le milizie tutsi guidate da Paul Kagame deposero il governo degli hutu.
In Burundi non ci furono massacri indiscriminati, ma la guerra fu molto più lunga: negli anni fallirono mediazioni internazionali e governi di coabitazione di esponenti delle due etnie. La guerra causò oltre 300mila morti, milioni di sfollati e la distruzione di gran parte delle infrastrutture del Burundi. Il processo di pace iniziò nel 2000 ma gli scontri terminarono solo nel 2005, con l’organizzazione delle elezioni. Fu allora che venne cancellato un coprifuoco notturno che durava da 12 anni.

Partecipanti al voto di giovedì 5 giugno (AP Photo/Berthier Mugiraneza)
Uno dei gruppi che combatté per gli hutu nella guerra civile, il “Consiglio nazionale per la difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia” (CNDD-FDD), si trasformò in partito e cominciò a dominare la politica del Burundi.
Il suo capo, Pierre Nkurunziza, fu presidente per tre mandati, fra il 2005 e il 2020. Nkurunziza era stato accusato di crimini di guerra, ma trattò per l’immunità e poi vinse più volte le elezioni nonostante i dubbi sulla regolarità del processo democratico. È morto nel 2020 per un infarto. Gli è succeduto Évariste Ndayishimiye, che appartiene allo stesso partito e resterà in carica fino al 2027.

Il presidente Évariste Ndayishimiye durante una visita in Serbia a marzo (AP Photo/Darko Vojinovic)
Con Ndayishimiye lo spazio per il dissenso si è ulteriormente ristretto, e varie organizzazioni umanitarie hanno denunciato violenze e sparizioni politicamente motivate di oppositori e giornalisti. Nel 2023 il principale partito di opposizione, il Consiglio nazionale della Libertà, è stato prima sospeso e poi reso inoffensivo da una specie di golpe interno: mentre il suo leader Agathon Rwasa era all’estero è stato sostituito con un ex ministro legato al partito di maggioranza. Rwasa a queste elezioni non ha potuto candidarsi.
Il partito CNDD-FDD ha una divisione giovanile, gli Imbonerakure, che da circa dieci anni agisce praticamente come una milizia paramilitare: secondo varie denunce si sono resi responsabili di pestaggi, minacce, torture e arresti arbitrari verso oppositori politici e membri delle minoranze. Nelle loro azioni sono stati spesso appoggiati da polizia e forze armate e comunque difesi dal governo. Il movimento ha circa 50mila membri, attirati da uno stipendio sicuro e vantaggi sociali.

Sostenitori e Imbonerakure all’inaugurazione della presidenza di Évariste Ndayishimiye, nel 2020 (AP Photo/Berthier Mugiraneza)
Rispetto al vicino Ruanda, governato in modo altrettanto autoritario dal presidente Paul Kagame, il Burundi è notevolmente più povero. C’entrano una minore capacità di sfruttare le risorse naturali, che sono poche, una maggiore instabilità politica, una profonda crisi monetaria e una costante carenza di valuta straniera necessaria per comprare beni dall’estero, come medicine o carburanti (che quindi sono scarsi e spesso introvabili).
La situazione già complessa è ulteriormente peggiorata nell’ultimo anno, con l’inflazione che ha superato il 40 per cento su base annua. Circa il 70 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà; lo stipendio medio annuo è inferiore ai 200 euro; l’economia è basata principalmente su un’agricoltura di sussistenza; caffè e tè sono i tradizionali prodotti da esportazione, a cui si è aggiunto recentemente l’avocado.

Casse di avocado nella provincia di Kayanza (AP Photo/Brian Inganga)
Povertà, corruzione e carenze infrastrutturali (sono messi male anche il sistema sanitario e quello scolastico) stanno causando crescenti proteste, ma anche una forte emigrazione, perlopiù verso i paesi vicini. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, i burundesi emigrati sono circa 400mila, quasi il 3 per cento del totale.
I rapporti con il Ruanda sono piuttosto conflittuali: il Burundi sostiene la Repubblica Democratica del Congo nella guerra contro i ribelli dell’M23, gruppo paramilitare che invece è finanziato e armato dal Ruanda (seppur non apertamente). Truppe del Burundi sono attivamente coinvolte nei combattimenti nelle regioni di confine. A livello internazionale negli ultimi anni il governo del Burundi si è avvicinato a quello russo. Alle Nazioni Unite ha annunciato la sua «neutralità» sulla guerra in corso in Ucraina e non ha votato le risoluzioni di condanna per l’invasione russa.



