Non sappiamo davvero quanto vada male l’economia in Cina
Il governo ha smesso di diffondere moltissimi dati, quasi sempre quando sono diventati negativi: è difficile capire quanto sia grave la situazione

Negli ultimi anni la Cina ha smesso di rendere pubblici molti dati sulla propria economia: sono scomparse decine di indicatori normalmente utilizzati per capire come va l’economia di un paese, come il valore dei terreni, il tasso di disoccupazione giovanile e l’entità degli investimenti stranieri. Non ci sono mai state vere spiegazioni per le interruzioni dei dati, decise quasi sempre quando i numeri sono diventati negativi; e anche i dati che sono ancora pubblici, a partire da quello sulla crescita del PIL, sono considerati dagli economisti sempre meno credibili e perlopiù “aggiustati” per esigenze politiche.
L’economia cinese, infatti, si trova in una fase di crisi e rallentamento ormai da alcuni anni: dopo la pandemia – col fallimento dei vaccini nazionali e i lunghi e rigidissimi lockdown – i consumi interni sono rimasti deboli, il PIL cresce meno delle attese e il settore immobiliare è praticamente affondato. A questo si aggiunge ora la guerra commerciale con gli Stati Uniti, che secondo le prime parziali notizie sta già causando licenziamenti e chiusure. È sempre più complesso però sapere quanto va male l’economia cinese, per la scomparsa o la poca credibilità dei dati, come ha spiegato un’analisi del Wall Street Journal.
I dati mancanti riguardano settori particolarmente importanti. Nell’agosto del 2023 per esempio l’Ufficio nazionale di statistica interruppe la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione giovanile nei centri urbani, dopo che questa aveva raggiunto il 21,3 per cento, un livello mai registrato prima. Il dato rifletteva una realtà emersa anche dai social network e da timide proteste degli studenti, che non ricevevano offerte di lavoro dopo la fine degli studi. Il governo cinese sostenne che era sbagliato il modo di conteggiarli e poi dopo alcuni mesi pubblicò dati diversi, inferiori, eliminando chi ancora non aveva finito gli studi (una scelta che gli economisti definirono totalmente scorretta, perché escludeva chi comunque cercava lavoro). Quelle statistiche hanno poi smesso del tutto di essere pubblicate.

Il distretto finanziario di Pechino (AP Photo/Andy Wong)
Dall’inizio del 2023 non sono più disponibili dati sul valore medio dei terreni, un indicatore della situazione del mercato immobiliare: durante gli anni della grande crescita del decennio scorso il valore aumentò enormemente, in quella che prese le dimensioni di una bolla speculativa. Le aziende costruttrici li compravano a caro prezzo dallo Stato e dalle autorità locali, che ne avevano largamente finanziato lo sviluppo rendendo l’edilizia uno dei principali fattori trainanti dell’economia.
Durante e dopo la pandemia molte di quelle aziende fallirono, il dato dei valori dei terreni calò del 48 per cento nel 2022 e poi scomparve definitivamente nel 2023. Oggi moltissime case sono vuote e impossibili da vendere, a meno di realizzare enormi perdite; chi le ha acquistate le ha pagate un prezzo molto più alto del loro valore attuale e non vuole svenderle, e l’atrofizzazione del mercato contribuisce a far scendere la domanda e quindi i prezzi.
Anche le percentuali di occupazione delle case sono sconosciute: una ricerca del centro studi cinese Beike li indicò come molto bassi, notevolmente inferiori a quelli degli altri paesi sviluppati, fornendo la rappresentazione statistica di una evidente sovrapproduzione di palazzi, case e grattacieli, che rimanevano vuoti e invenduti. La ricerca fu poi ritirata e non ce ne sono state altre.
Nell’aprile del 2024, poi, i capitali stranieri investiti nelle borse cinesi si sono ridotti di 2 miliardi di dollari in poche settimane: da allora è stata interrotta la pubblicazione in tempo reale di investimenti e disinvestimenti di operatori stranieri sulle borse cinesi.
Oltre a questi, negli ultimi anni sono spariti molti altri dati: tra questi, il numero dei nuovi investitori in borsa, i bilanci degli operatori delle autostrade del paese, la produzione della salsa di soia o il numero dei bagni nelle scuole elementari. Per alcuni è difficile capire il motivo della “censura”, per altri l’interruzione è arrivata quando gli indicatori contraddicevano le versioni ufficiali del governo: è il caso dei dati sulle cremazioni in epoca Covid (che si pensa siano molte più dei morti dichiarati) o delle vaccinazioni obbligatorie per la tubercolosi per i bambini, che sembravano indicare un calo della natalità superiore a quello ufficiale.
Dal 2023 poi l’agenzia Wind Information – una società cinese di software e dati finanziari – ha reso altre informazioni inaccessibili dall’estero: è il caso dei risultati delle aste per i terreni, delle strutture societarie o delle dimensioni del mercato interno degli acquisti online. Questi divieti sono aggirabili, ma rendono il reperimento delle informazioni molto più complesso.

Il presidente cinese Xi Jinping all’arrivo in Malesia nell’aprile del 2025 (Farhan Abdullah/Malaysia’s Department of Information via AP)
Ottenere dati credibili sull’economia cinese comunque non è un problema nuovo. Anche il dato macroeconomico più generale, quello del PIL della Cina, è da sempre considerato una misurazione dall’attendibilità limitata, perché fortemente influenzata dalla politica. Nel 2024, nonostante vari segnali di crisi da altri indicatori, la crescita del PIL ha centrato in pieno le previsioni del regime cinese, attestandosi ufficialmente al 5 per cento. Secondo le stime della grossa banca d’affari Goldman Sachs, basate sulle dimensioni delle importazioni, sarebbe stata invece più vicina al 3,7 per cento. Altri istituti e centri di ricerca riducono ulteriormente quel dato, fino al 2,5 per cento circa.
Negli anni gli economisti hanno cercato modi alternativi e meno manipolabili dal governo per valutare la salute dell’economia: consumi elettrici, dimensioni del traffico ferroviario, richiesta di nuovi prestiti, incassi dei film nei cinema, dati satellitari sull’intensità dell’illuminazione notturna, produzione delle fabbriche di cemento o mappature online delle attività commerciali.
Il governo cinese ha enormi interessi nel rappresentare in modo positivo la propria economia, e può fare più o meno quello che vuole perché non esistono enti, aziende o società davvero indipendenti dal Partito comunista e dal governo. A livello interno la promessa di una più diffusa e continua prosperità economica per i suoi cittadini è alla base del mantenimento della stabilità sociale; all’estero l’immagine di forza economica permette di attrarre investitori stranieri, ma anche di collocarsi in posizione di relativa forza nelle dispute come quella sui dazi intrapresa dagli Stati Uniti con l’amministrazione di Donald Trump, e che il governo cinese ha detto di voler combattere «fino alla fine».
– Ascolta anche: Globo: Stati Uniti e Cina «fino alla fine», con Alicia García Herrero



