Alla COP sul clima di Baku si parlerà soprattutto di soldi
Quelli che i paesi più ricchi si impegneranno a prestare o donare ai paesi in via di sviluppo: bisogna decidere quanti saranno e chi esattamente ce li metterà
di Ludovica Lugli

Lunedì a Baku, la capitale dell’Azerbaijan, è cominciata la 29esima conferenza delle Nazioni Unite per il contrasto al cambiamento climatico, in breve COP29, che da programma durerà fino al 22 novembre. L’incontro sarà dedicato principalmente alla cosiddetta “finanza climatica”, cioè agli aiuti economici con cui i paesi più ricchi e storicamente responsabili per le emissioni di gas serra si sono impegnati a sostenere quelli meno sviluppati dal punto di vista economico.
«Mettiamo da parte l’idea che la finanza climatica sia beneficenza», ha detto Simon Stiell, il segretario esecutivo della “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” (UNFCCC), il trattato internazionale in virtù del quale si organizzano le COP sul clima, durante l’evento di apertura a Baku: «Un nuovo ambizioso obiettivo di finanza climatica è interamente nell’interesse personale di ogni nazione, comprese quelle più grandi e ricche».
Nel gergo delle COP ciò di cui si discuterà in Azerbaijan è il “Nuovo obiettivo finanziario per il clima”, o NCQG, dall’acronimo in inglese. Nel 2009, durante la COP15 di Copenaghen, i paesi più ricchi dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada, il Giappone, l’Islanda, la Norvegia, la Nuova Zelanda e la Svizzera si impegnarono a mettere insieme 100 miliardi di dollari (più di 91 miliardi di euro) all’anno entro il 2020 per sostenere le iniziative per la riduzione delle emissioni (la cosiddetta “mitigazione”) e i progetti di adattamento al cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo. Con l’accordo di Parigi del 2015 quest’impegno fu prorogato per altri cinque anni e ora deve essere rinnovato.
I paesi delle Nazioni Unite devono stabilire quanti soldi dovranno essere impegnati nei prossimi anni, e con quali tempistiche, ma non solo. Dovranno decidere in quale misura saranno resi disponibili dagli stati e in che parte invece da banche multilaterali di sviluppo come la Banca Mondiale o enti privati, in quale formato verranno concessi, se come donazioni a fondo perduto oppure, come si è fatto finora nella maggior parte dei casi, come prestiti con interessi, e in che modo potranno essere utilizzati. Quelli messi a disposizione finora sono stati usati prevalentemente per progetti di mitigazione, come la realizzazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, e in misura minore per iniziative di adattamento: non era stato stabilito come avrebbero dovuto essere distribuiti.
Ora i paesi in via di sviluppo vorrebbero che una parte dei nuovi fondi fosse indirizzata anche per rimediare ai danni del cambiamento climatico, come quelli causati da alluvioni estreme e siccità. Ma i paesi più ricchi ritengono che i finanziamenti per “le perdite e i danni”, come si dice sempre nel gergo della diplomazia climatica, debbano essere gestiti in maniera separata. L’istituzione di un fondo per raccoglierli, dopo anni di discussioni, è stata uno degli obiettivi raggiunti dalla COP28 di Dubai, nel 2023.
A Baku si cercherà anche di trovare un accordo su quali siano i paesi che, nel 2024, dovrebbero sostenere le iniziative per il clima nei paesi meno sviluppati economicamente. Quelli che l’hanno fatto finora erano quelli che nel 1992, quando venne prodotta la UNFCCC, facevano parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).
Negli ultimi anni l’Unione Europea e l’amministrazione del presidente statunitense Joe Biden hanno cercato di ottenere che altri paesi, che dagli anni Novanta hanno avuto un grande sviluppo economico, si aggiungano a quelli che sostengono le iniziative per il clima nel mondo. In particolare avrebbero voluto un coinvolgimento della Cina, che oggi è il primo paese per emissioni di gas serra nell’atmosfera.
Le trattative per gli accordi sul clima ricevono attenzione in occasione delle COP, quando vengono prese le decisioni in modo ufficiale, ma vanno avanti costantemente nel corso dell’anno e quelle degli ultimi mesi hanno mostrato che i paesi del mondo sono molto divisi su come dovrà essere impostato il “Nuovo obiettivo finanziario per il clima”.
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Nel 2009 l’obiettivo di 100 miliardi di dollari venne fissato un po’ arbitrariamente e da allora si è dimostrato largamente insufficiente (e non solo perché è stato raggiunto interamente per la prima volta solo nel 2022). Sono state fatte varie stime per provare a capire di quanti soldi avrebbero bisogno i paesi in via di sviluppo, ma variano molto a seconda di cosa viene considerato e probabilmente del punto di vista adottato. L’unica cosa su cui sembrano concordare è l’ordine di grandezza: quello di migliaia di miliardi di dollari all’anno.
Una vera e propria valutazione ufficiale delle Nazioni Unite non esiste, ma la cosa che ci si avvicina di più, fatta dalla Commissione permanente sulla finanza dell’UNFCCC dopo aver raccolto dai paesi in via di sviluppo le loro stime nazionali, parla di 5-9mila miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Ma per la stessa Commissione è «significativamente» incompleta.
Non è semplice concordare su una cifra anche perché i diversi gruppi di paesi hanno diverse opinioni su cosa dovrebbe comprendere. I paesi in via di sviluppo vorrebbero che il nuovo obiettivo riguardasse principalmente fondi pubblici messi a disposizione dai paesi ricchi, che invece vorrebbero un maggiore coinvolgimento di enti privati per non gravare sui propri bilanci nazionali. Non essendo riusciti negli anni passati a raggiungere l’obiettivo relativamente modesto di 100 miliardi di dollari, ritengono che le richieste dei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere più «realistiche».
L’amministrazione di Biden ha sottolineato che secondo gli accordi i paesi sviluppati non si sono impegnati a sopperire interamente alle necessità dei paesi in via di sviluppo, ma solo a tenerle in considerazione. Un’altra posizione dei paesi più ricchi è che non si possa fissare una cifra fino a quando non si sarà stabilito quali paesi esattamente dovranno contribuire. Anche su questo tema sono state fatte diverse analisi su quali altri paesi potrebbero essere coinvolti in aggiunta ai 23 che avevano economie più sviluppate nel 1992. A seconda dei criteri presi in considerazione, come il PIL, la responsabilità storica in termini di emissioni di gas serra, ma anche le emissioni pro capite e il reddito medio, le valutazioni variano.
Secondo alcune i paesi produttori di petrolio con alto PIL pro capite come gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Kuwait dovrebbero contribuire, così come paesi la cui popolazione ha un reddito medio alto come Israele, la Corea del Sud e Singapore. Poi c’è la Cina, che però rispetto agli altri paesi sviluppati è molto indietro sia per quanto riguarda le emissioni storiche pro capite che il reddito medio.
Una proposta per superare le divisioni su questo tema è strutturare il “Nuovo obiettivo finanziario per il clima” suddividendolo in base a diverse finalità e tipologie di contribuenti.
In tutto ciò la recente elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti influenzerà probabilmente le trattative in corso alla COP perché il futuro presidente statunitense ha notoriamente posizioni negazioniste sulle cause del riscaldamento globale e non crede nella cooperazione internazionale in questo ambito. Durante la sua prima amministrazione, dal 2017 al 2021, ritirò gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi e ha promesso che tornerà a farlo nel suo secondo mandato.
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