Cosa si dice della serie tv sugli 883
Esce venerdì su Sky e racconta la genesi del gruppo pop italiano più rappresentativo degli anni Novanta

Venerdì 11 ottobre esce su Sky e Now il primo episodio di Hanno Ucciso L’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883: una serie tv di 8 puntate diretta da Sydney Sibilia, Francesco Ebbasta e Alice Filippi che racconta la storia di uno dei gruppi italiani più ascoltati degli anni Novanta, e che recentemente, grazie al generale successo dei prodotti culturali che fanno leva sulla nostalgia di quegli anni, è tornato all’attenzione con un fortunato tour di concerti del cantante Max Pezzali.
La serie è ambientata a Pavia alla fine degli anni Ottanta, e racconta l’incontro tra Max Pezzali (Elia Nuzzolo) e Mauro Repetto (Matteo Oscar Giuggioli), due compagni di scuola che decidono di mettersi a scrivere canzoni per raccontare la noia e la vacuità della vita di provincia che vivevano. I primi episodi sono incentrati sulla caratterizzazione dei personaggi: Pezzali viene presentato come uno studente introverso e solitario con una grande passione per la musica, mentre Repetto è un ragazzo loquace ed entusiasta che ama essere protagonista e stare in mezzo alla gente, e che durante l’estate lavora come animatore turistico.
La loro carriera cambia grazie all’incontro con il produttore discografico Claudio Cecchetto, interpretato da Roberto Zibetti, che dopo avere ascoltato le loro canzoni decide di produrli e aiutarli a diventare un gruppo di successo, pur ritenendoli inizialmente «impresentabili». La serie si sofferma anche su un temporaneo momento di scioglimento del gruppo e sulla sua consacrazione grazie al successo del secondo disco, Nord Sud Ovest Est, grazie al quale vinsero il Festivalbar.
Finora le recensioni di chi ha visto la serie in anteprima sono state molto positive, e hanno lodato in particolare la capacità di Sibilia (regista di Smetto quando voglio, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose e Mixed by Erry), Capaldo e Filippi di ricreare in maniera convincente quell’immaginario nostalgico e “lento” tipico degli anni Novanta.
Valentina Ariete di Movieplayer ha scritto che la serie «riporta a un tempo in cui tutto era importantissimo perché incerto e avvolto dal mistero: un territorio da esplorare. Che fosse una canzone da scrivere o la ragazza (e il ragazzo) che ti piaceva». Secondo Gabriele Lingiardi di Badtaste, la serie non è «un tradizionale biopic musicale, uno di quelli già visti mille volte», ma «una storia su ciò che fa la noia a degli adolescenti non troppo belli e nemmeno intelligenti, ma determinati a conquistare le ragazze e il lavoro dei sogni. Possibilmente facendo entrambe le cose insieme».
Ha apprezzato la serie anche Alessandro Apreda, blogger italiano esperto di cultura pop e conosciuto con lo pseudonimo di DocManhattan, secondo cui «Sydney Sibilia è in grado di farti appassionare a qualsiasi storia, purché a raccontarla siano i suoi protagonisti e questi siano degli eroi improbabilissimi, perennemente in equilibrio precario su una corda sottilissima tesa tra fallimento e trionfo».
Gli 883 furono probabilmente il gruppo più popolare degli anni Novanta in Italia. Cominciarono a farsi notare nel 1989, partecipando alla trasmissione 1, 2, 3 Jovanotti con lo pseudonimo di I Pop (un gioco di parole tra “hip hop” e musica pop), e nel 1991 al Festival di Castrocaro con “Non me la menare”, che diventò la prima canzone di Hanno ucciso l’uomo ragno, il primo disco della band, che uscì nel 1992 ed ebbe subito un successo enorme.
Il successo degli 883 fu dovuto in parte all’efficacia delle canzoni scritte da Pezzali e Repetto, che prediligevano parole semplici, raccontavano situazioni ordinarie e spaccati di vita quotidiana e contenevano sempre ritornelli orecchiabili e facili da ricordare. Ma gli 883 funzionarono anche per via della loro peculiare estetica, che era diversa da quella degli altri gruppi pop italiani del periodo: si muovevano sul palco in maniera molto impacciata, erano poco appariscenti e non avevano un grande carisma.
Anche il loro approccio ai concerti era abbastanza raffazzonato: solitamente Pezzali cantava rimanendo immobile al centro del palco, mentre Repetto ballava e si dimenava un po’ a caso. Quella loro aria così trasandata e “provinciale” li portò a ricevere un estesissimo affetto da parte di moltissimi fan, che li percepivano come un gruppo molto vicino. «Eravamo sfigati un po’ borderline, che si erano affacciati a quel decennio col sogno della musica e la consapevolezza che però fosse arrivato il momento di portare un pasto caldo in tavola», ha detto Pezzali parlando di quegli anni in un’intervista data a Rolling Stone.
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