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  • Domenica 31 marzo 2024

L’inizio della dittatura in Brasile, sessant’anni fa

Breve storia del colpo di stato che instaurò per 21 anni un governo militare, durante il quale furono perseguitate e fatte sparire migliaia di persone

Militari in marcia verso Rio de Janeiro durante il colpo di stato del 31 marzo 1964 (AP Photo)
Militari in marcia verso Rio de Janeiro durante il colpo di stato del 31 marzo 1964 (AP Photo)
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Tra il 31 marzo e il primo aprile di sessant’anni fa le forze armate del Brasile, con il sostegno di alcuni governatori e degli Stati Uniti, organizzarono un colpo di stato che mise fine al governo del presidente João Goulart, accusato da loro di essere al servizio del comunismo. Quel giorno alcuni generali instaurarono una dittatura che durò 21 anni, che si caratterizzò per l’avvicendamento di cinque governi militari e che perseguitò e fece sparire migliaia di persone: centinaia di oppositori politici e più di 8mila abitanti indigeni dell’Amazzonia.

Il colpo di stato del 1964 fu progettato da civili e militari che si unirono per destituire il presidente Goulart. Tre anni prima Goulart era stato scelto come vicepresidente da Jânio Quadros, eletto alle presidenziali del 1960 con quasi il 50 per cento dei voti. Ma le dichiarazioni di Quadros di simpatia verso Fidel Castro a Cuba, la promessa di replicare la riforma agraria cubana anche in Brasile, la decisione di decorare il rivoluzionario e guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara e l’intenzione di riprendere i rapporti con l’Unione Sovietica suscitarono la diffidenza degli stessi partiti che l’avevano sostenuto. Di fronte a una crescente opposizione Quadros, dopo poco più di duecento giorni di governo, si dimise.

Questo aprì una profonda crisi politica. In teoria spettava al vicepresidente João Goulart assumere la guida del governo, ma al momento dell’abbandono di Quadros, Goulart si trovava in Cina dove aveva incontrato Mao Zedong. In sua assenza crebbe l’ostilità delle forze armate brasiliane e anche di quei partiti politici, appoggiati da banchieri, latifondisti e dalle classi medie urbane, che vedevano in Goulart una nuova minaccia comunista a causa della sua vicinanza a lavoratori e sindacati.

Si cercò dunque di impedire il suo insediamento e fu imposto al Congresso di abbandonare il presidenzialismo e di trasformare in parlamentare il sistema politico brasiliano.

João Goulart firma come nuovo presidente del Brasile, Brasilia, 8 settembre 1961 (AP Photo)

Per aggirare il veto al suo insediamento e ottenere il riconoscimento del Congresso, Goulart accettò una modifica costituzionale che riduceva le prerogative del presidente della Repubblica e che prevedeva l’istituzione di un primo ministro. La crisi economica e l’instabilità politica permisero però al presidente Goulart di indire un referendum. Nel gennaio del 1963 oltre l’80 per cento dei votanti disse “no” al parlamentarismo e il presidenzialismo fu restaurato. Goulart, tornato ad avere pieni poteri e appoggiato dall’opinione pubblica, avviò una riforma agraria e una riforma dell’istruzione, difese i diritti sindacali dei lavoratori e in un celebre discorso del 13 marzo 1964, durante una manifestazione di circa 100mila persone annunciò la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere e si impegnò a portare avanti una serie di riforme contro la povertà e le disuguaglianze.

Il mondo, intanto, era in piena Guerra fredda. Goulart fu considerato sempre più una minaccia per gli Stati Uniti, che portavano avanti una politica molto aggressiva in tutto il continente: alla fine di marzo il governo del presidente statunitense Lyndon Johnson ordinò di posizionare navi e aerei lungo la costa brasiliana, pronti se necessario a intervenire.

Tra il 31 marzo e il primo aprile del 1964 i carri armati dell’esercito brasiliano, guidati da una parte delle forze armate e con il sostegno di alcuni governatori, cominciarono a dirigersi verso Brasilia e Rio de Janeiro. Militari legittimisti e ribelli si prepararono allo scontro. All’inizio le forze armate rimaste fedeli al governo erano maggioritarie, ma poi cominciarono gradualmente e sempre di più ad aderire al golpe. La situazione si ribaltò dunque a svantaggio di Goulart che decise di non reagire. Fu deposto e fuggì in Uruguay.

Persone in fuga in piazza a Rio de Janeiro durante gli scontri tra militari rimasti fedeli al governo e golpisti, 1 aprile 1964 (AP Photo)

Il 3 aprile del 1964 il presidente del Congresso dichiarò vacante la presidenza e il 15 aprile il maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco divenne presidente.

Castelo Branco vietò gli scioperi, censurò i media e mise fuorilegge tutti i partiti politici creando al loro posto un partito governativo, l’Aliança renovadora nacional (ARENA) e uno fantoccio di opposizione, il Movimento Democrático Brasileiro (MDB). La nuova Costituzione concesse inoltre al presidente poteri straordinari ed ebbe inizio la repressione.

In politica estera, il regime sostenne il colonialismo portoghese in Africa, sviluppò relazioni commerciali con il Sudafrica dell’apartheid e portò avanti un progetto economico di modernizzazione ed espansione accettando prestiti dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Truppe militari verso Rio de Janeiro, 2 aprile 1964 (AP Photo/Erno Schneider)

Dopo Castelo Branco (1964-1967) si succedettero alla presidenza della Repubblica i militari Artur da Costa e Silva (1967-1969), Emílio Garrastazu Médici (1969-1974) ed Ernesto Beckmann Geisel (1974-1979), mentre il Brasile attraversò un periodo di sviluppo economico molto veloce ma squilibrato perché dipendente dall’estero e dall’afflusso di capitali stranieri, soprattutto statunitensi. Furono realizzate alcune grandi opere: la diga idroelettrica di Itaipú sul fiume Paraná al confine con il Paraguay, il ponte Rio-Niterói e una lunga strada che attraversava l’Amazzonia.

L’Amazzonia fu al centro dei progetti economico-politici della dittatura. I generali cominciarono a fare propaganda per la deforestazione, a creare organi governativi per lo sviluppo dell’area, a garantire finanziamenti e incentivi fiscali per chi volesse trasferire i propri allevamenti nella regione, definita dalla dittatura «il più grande pascolo del mondo», e a espropriare gli indios delle loro terre, allontanandoli forzatamente, diffondendo volontariamente malattie, arrestandoli, uccidendoli o sfruttandoli, in condizioni analoghe a quelle degli schiavi, per la costruzione di strade o nelle miniere.

Nel 2014 la Commissione nazionale per la verità del Brasile (in portoghese Comissão Nacional da Verdade) concluse e rese pubblico un rapporto relativo ai crimini commessi durante la dittatura in cui c’è scritto che più di 8mila indios furono uccisi durante la dittatura. Il rapporto ha stabilito anche che le violazioni dei diritti umani in quel periodo e l’eliminazione degli oppositori non furono atti isolati o “eccessi di zelo” di alcuni soldati, come era stato sostenuto fino a quel momento nella ricostruzione ufficiale dei fatti, ma pratiche sistematiche concepite e organizzate dal governo militare.

Come in Argentina durante la dittatura iniziata nel 1976, anche in Brasile esistevano delle strutture all’interno delle quali i militari del regime, addestrati negli Stati Uniti e nel Regno Unito, torturavano indiscriminatamente i prigionieri.

Alla fine degli anni Settanta la sinistra iniziò a riorganizzarsi politicamente e nacque il Partito dei Lavoratori di Luiz Inácio Lula da Silva, che oggi è presidente del Brasile. All’inizio degli anni Ottanta gli effetti del boom economico che per quasi un decennio avevano mantenuto la crescita nazionale costantemente al di sopra del 5 per cento annuo cominciarono a esaurirsi, lasciando spazio a crisi di occupazione, disuguaglianze sempre più marcate e manifestazioni a favore del ritorno alla democrazia. Nell’agosto del 1979 il nuovo presidente João Figueiredo promulgò una legge di amnistia per i reati politici, sciolse ARENA e MDB (i due partiti creati dal regime dopo il golpe del 1964) e consentì la formazione di nuovi partiti politici.

– Leggi anche: Sócrates e l’esperimento della Democrazia corinthiana

Nel 1985 si tornò all’elezione diretta del presidente della Repubblica (Tancredo Neves divenne il primo presidente non militare dopo più di 20 anni), il diritto di voto fu esteso agli analfabeti e tutti i partiti furono legalizzati. Nel 1986 fu eletto il nuovo Congresso, che assunse anche la funzione di Assemblea costituente. La nuova Costituzione fu promulgata nel 1988.