Il Pride è diventato troppo istituzionale?

Alcuni gruppi per i diritti LGBTQ+ sono sempre più disturbati dalla presenza di grandi sponsor e autorità, e ritengono si sia persa la componente politica

Milano Pride 2023 (ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
Milano Pride 2023 (ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
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In molti paesi del mondo giugno è il mese del Pride, cioè delle manifestazioni promosse dai movimenti che si occupano dei diritti della comunità LGBTQIA+: persone gay, lesbiche, bisessuali, trans, queer, intersessuali, asessuali e che non si riconoscono nei ruoli di genere tradizionalmente intesi. Come in gran parte del mondo, anche in Italia solitamente ogni grande città ha il proprio Pride: il programma quest’anno ne prevede decine, da Aosta a Siracusa, e i più grandi, quelli di Milano e Roma, hanno radunato decine di migliaia di persone.

Da un po’ di anni però nelle principali città italiane hanno cominciato a nascere cortei “alternativi”, o “antagonisti”, organizzati da gruppi che, pur occupandosi di diritti delle persone LGBTQ+ e riconoscendo l’importanza delle parate del Pride, si pongono in modo critico nei confronti di quello che queste manifestazioni sono diventate, prendendone le distanze. Tra questi ci sono per esempio Marciona a Milano, Priot a Roma e Free-k Pride a Torino. Tra gli aspetti più criticati del Pride ci sono lo spazio che viene dato ad aziende sponsor, a politici e a gruppi lontani dalle istanze originarie dei movimenti, oltre che un’impostazione sempre più simile a quella di un grande evento commerciale più che a una manifestazione politica.

In Italia l’organizzazione dietro alle parate del Pride varia da città a città: generalizzando molto si può dire che solitamente queste manifestazioni vengono organizzate da grandi associazioni nazionali che da anni si occupano di diritti LGBTQ+. La prima e quella che ancora oggi è più presente è Arcigay, a cui poi si sono aggiunte Agedo, Famiglie Arcobaleno e altre. A Roma, dove nel 1994 si svolse il primo Pride nazionale, storicamente l’organizzazione della parata viene invece coordinata dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.

Oltre a queste associazioni più strutturate e con una lunga storia, in Italia esistono oggi molti altri gruppi più piccoli e capillari, spesso con strutture meno rigide e gerarchiche, e con un approccio più politico e radicale di quello delle associazioni più grosse. Nel caso del Pride, la critica che viene mossa spesso da questi gruppi alle associazioni organizzatrici è che l’abbiano trasformato in una manifestazione orientata a ottenere un sostegno pubblico e istituzionale più ampio e trasversale possibile, anche a costo di andare contro alcune delle idee con cui il Pride è nato nel 1970, dopo quelli che sono passati alla storia come gli scontri di Stonewall.

Una delle cose più criticate è l’abitudine ormai sdoganata dagli organizzatori dei Pride di chiedere contributi ad aziende sponsor, che finanziano l’evento e le attività del mese del Pride in cambio di visibilità. Innanzitutto perché molte di queste aziende decidono di sponsorizzare il Pride all’interno di una strategia che viene definita di “rainbow washing”, cioè per costruirsi un’immagine progressista e aperta nei confronti delle minoranze di genere, ma senza fare niente di concreto per queste minoranze, e anzi spesso portando avanti pratiche aziendali nettamente in contrasto con i valori del Pride.

A questo si aggiunge che molte attiviste e attivisti sono in disaccordo col fatto stesso che gli spazi del Pride, guadagnati con fatica dalle persone della comunità LGBTQ+ quando la parata era vista come qualcosa di osceno e deprecabile, siano ora venduti alle aziende per esporre i loro loghi. In questa prospettiva è come se gli organizzatori del Pride vendessero alle aziende l’attenzione dei propri partecipanti, che però sono lì per protestare contro discriminazioni e rivendicare diritti e non per farsi vendere qualcosa.

«Molti Pride oggi vanno nella direzione di un format sempre più televisivo, che è una cosa diversa da quella di cui abbiamo bisogno», spiega Renato Busarello del laboratorio bolognese Smaschieramenti. Nella storia del Pride l’aspetto spettacolare delle parate, considerate a lungo eccessive, provocatorie e addirittura oscene, è sempre stato fondamentale, perché l’obiettivo era rivendicare ed esporre ciò che un tempo la società voleva che restasse invisibile. «Questo aspetto continua a essere importante, ma noi balliamo perché vogliamo fare la rivoluzione ballando, non perché siamo contenti: viviamo molto male questo momento storico e abbiamo questioni politiche urgenti. Inoltre, quando una manifestazione diventa un evento, uno show, poi deve difendere la propria estetica: servono soldi e sponsor per il palco, e la critica politica per cui il Pride nasce diventa una minaccia per la sua riuscita».

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A Bologna, dopo anni di convivenza tra il Pride ufficiale e un Pride alternativo, nel 2021 i gruppi dietro i due eventi si sono uniti in un’assemblea che ora organizza la parata cittadina sotto il nome di Rivolta Pride. «Prima c’erano le associazioni principali che decidevano tutto», racconta Busarello. «Noi partecipavamo, ma la forma organizzativa era già data. Abbiamo chiesto che si tornasse a essere un’assemblea politica, dove le soggettività insieme decidono su cosa puntare, come gestire la piazza, e l’abbiamo ottenuto». Rivolta Pride non ha sponsor né patrocini: «siamo indipendenti, abbiamo il rispetto delle istituzioni e non disconosciamo il rapporto con loro, ma quello del Pride è un momento di totale autonomia: non c’è passerella politica, non c’è il sindaco sul palco».

La stessa cosa non succede, per esempio, a Milano, la città dove si svolge il Pride più partecipato d’Italia. Gli sponsor principali del Milano Pride di quest’anno, che è stato il 24 giugno, erano Coca-Cola, Deloitte (enorme multinazionale di servizi di consulenza e revisione), Indeed (piattaforma di annunci di lavoro) e PayPal (piattaforma di pagamenti elettronici), seguiti da decine di altre aziende con contribuiti minori come Generali, Idealista, UniCredit, Accenture, McKinsey & Company e Nestlé. E quindi banche, assicurazioni, multinazionali, società di consulenza finanziaria: tipi di aziende, insomma, che in altre manifestazioni teoricamente contigue al Pride e ispirate da valori simili – riconducibili alla sinistra più radicale e antisistema – vengono duramente contestate.

Gli sponsor del Pride di Milano non sono aumentati rispetto all’anno scorso, ma tra chi ha partecipato la sensazione è che quest’anno le aziende fossero molto più presenti e visibili con carri all’interno del corteo. Dal 2020 nel mese di giugno a Milano si svolge oltre a questo corteo anche quello più piccolo di Marciona, composto da persone e gruppi vari che non si riconoscono nella manifestazione ufficiale e ne contestano le modalità.

Milano Pride esiste dal 2001 ed è un progetto di CIG Arcigay Milano in coordinamento con altre associazioni e partner, e con l’aiuto di moltissimi volontari. Al corteo hanno partecipato decine di migliaia di persone, e l’evento conclusivo della giornata, all’Arco della Pace, è durato 7 ore. L’ufficio stampa di Milano Pride spiega che «una manifestazione così ha dei costi: gli sponsor sono aziende che ci contattano e a seconda del contributo e delle loro possibilità vengono collocate all’interno di una fascia che garantisce benefit di visibilità come il logo su un totem o sul sito». Aggiunge che con i soldi delle aziende «vengono sostenuti progetti culturali tutto l’anno. Abbiamo pagato avvocati per reati legati all’omotransfobia, progetti per donne senzatetto, per migranti e per attivisti ucraini».

In risposta alle critiche mosse dagli altri gruppi, Milano Pride ribadisce di essere «una manifestazione aperta e attraversabile da qualunque istanza», oltre che «il più ampia possibile e senza colore politico. Quello del Pride è un palco che fa politica oltre i partiti, che si allarga a diversi temi e con una pluralità di voci più ampia possibile».

È una definizione del Pride su cui non sono d’accordo i gruppi che quest’anno hanno contestato duramente la presenza della senatrice del Movimento 5 Stelle Alessandra Maiorino a Milano e Roma, non solo alle parate ma anche ad alcuni altri eventi del mese del Pride. Maiorino è stata infatti promotrice di una proposta di legge sul lavoro sessuale molto criticata dalle associazioni che si occupano di diritti delle sex worker, perché puntava a criminalizzare i clienti seguendo l’approccio cosiddetto “neo-abolizionista”, che si basa sul principio che la prostituzione sia una violenza dell’uomo contro la donna, e che la donna sia automaticamente una vittima dello sfruttamento sessuale.

«La sua proposta di legge sul sex work non fa che rafforzare lo stigma contro le persone che lo praticano, mettendo in pericolo soprattutto le persone migranti. E non ci si può dimenticare che alle proteste di Stonewall hanno partecipato anche molte persone che facevano sex work e che in generale la storia della compagine queer è da sempre intrecciata a quella di chi fa sex work», spiega Priot, il coordinamento di gruppi e persone che quest’anno ha organizzato una parata alternativa al Pride ufficiale di Roma nel quartiere di Centocelle, il primo giugno.

Priot fa notare come in generale il tema dei diritti di chi fa lavoro sessuale venga di fatto evitato dagli organizzatori del Pride in molte città, perché troppo controverso per associazioni che puntano a ricevere sponsorizzazioni dalle aziende e fondi regionali o comunali.

Un’altra questione emersa in queste settimane è quella che riguarda la partecipazione a diversi Pride dell’associazione Polis Aperta, che raccoglie persone LGBTQ+ appartenenti alle forze dell’ordine e alle forze armate italiane. Alcuni gruppi, tra cui quelli che hanno organizzato Priot, Marciona, Rivolta Pride e Free-k a Torino, hanno duramente contestato la presenza di Polis Aperta ai Pride. Nei loro comunicati citano i fatti di Stonewall, che nel 1969 posero le premesse per l’inaugurazione della parata del Pride dall’anno successivo: gli scontri nacquero una sera di giugno, quando alcuni poliziotti fecero irruzione nello Stonewall Inn, la cui clientela era composta soprattutto da uomini gay, oltre che da persone trans e donne lesbiche. All’epoca, le irruzioni e gli abusi della polizia nel locale erano frequenti, ma quella sera molte persone si opposero all’arresto e si arrivò allo scontro.

«La polizia non è mai stata dalla nostra parte, e ancora oggi questo è un grosso problema: appena poche settimane fa una donna trans è stata picchiata da un gruppo di poliziotti a Milano. Episodi come questo raccontano come la nostra storia non sia compatibile con la presenza delle forze dell’ordine», racconta Priot. «La storia del nostro movimento è una storia di violenza subita a cui cerchiamo di reagire a modo nostro. Le forze dell’ordine ci hanno sempre fatto violenza, è chiaro che non ci fa piacere che ci siano, soprattutto se partecipano rivendicando il loro far parte delle forze dell’ordine».