(TIMOTHY A. CLARY/AFP/GettyImages)
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  • domenica 3 luglio 2016

Come andò a Stonewall

La storia degli scontri del 1969 da cui nacque il gay pride, iniziati dopo l'irruzione della polizia in un locale di New York

di Kerry Lauerman – The Washington Post
(TIMOTHY A. CLARY/AFP/GettyImages)

Se c’è una persona che può essere considerata la massima autorità sul tema degli storici scontri di Stonewall del 1969, quella persona è Thomas Lanigan-Schmidt, per due semplici ragioni: innanzitutto, Lanigan-Schmidt, un 68enne dalla barba bianca, è una delle poche persone ancora vive tra quelle che parteciparono agli scontri che diedero inizio al movimento moderno per i diritti dei gay. Come può spiegare lui stesso, molti di quei giovani manifestanti erano giovani di strada gay o transgender che non sono sopravvissuti alla vita brutale di quegli anni, e che quando ci sono riusciti, hanno dovuto affrontare l’AIDS una decina di anni dopo. La seconda ragione è che esistono prove che dimostrano che Lanigan-Schmidt c’era.

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Lanigan-Schmidt parla davanti allo Stonewall Inn durante le cerimonia per la nomina dello Stonewall a monumento nazionale degli Stati Uniti, il 27 giugno 2016 (BRYAN R. SMITH/AFP/Getty Images)

«Sono il ragazzo bianco magrolino con la maglietta a righe», ha detto Lanigan-Schmidt guardando la foto scattata da Fred McDarrah del settimanale americano Village Voice, che ritrae un gruppo di giovani di strada la seconda notte degli scontri. Degli altri ragazzi, Lanigan-Schmidt si ricorda solo i soprannomi: «Questa è Miss Boston o Miss New Orleans, non ricordo. poi Twiggy, Black Twiggy, Missy, Bésame, Drag Queen Chris». «Tutti ragazzi di strada», ha raccontato Lanigan-Schmidt, che oggi è un apprezzato artista, nello studio nel quartiere Hell’s Kitchen di New York dove vive dal 1975. «Nessuno di loro è ancora vivo, per quanto ne so».

Ora che lo Stonewall è stato nominato dal presidente Obama il primo monumento nazionale americano legato alla comunità LGBT, al National Park Service, l’agenzia statunitense che gestisce i parchi nazionali e i monumenti del paese, toccherà il poco invidiabile compito di capire come raccontare il ruolo avuto da quei ragazzi e da altre persone durante i sei giorni di disordini nel quartiere newyorchese di Greenwich Village. Non sarà semplice: Stonewall ha una storia che ha generato dibattiti autorevoli, cause legali e proteste, e dopo 47 anni sono ancora un argomento molto discusso.

Il mese scorso, nel corso di un dibattito pubblico a Greenwich Village sulla proposta di trasformare lo Stonewall in un monumento, David Carter – autore del libro del 2004 Stonewall: The Riots That Sparked the Gay Revolution, considerato da molti come il resoconto più esaustivo di quei tumulti – aveva chiesto al segretario degli Interni degli Stati Uniti Sally Jewell e al direttore del National Park Service Jonathan B. Jarvis di essere molto scrupolosi e accurati. «È importante che il movimento per i diritti civili della comunità LGBT venga incluso in maniera legittima e valida nella storia degli Stati Uniti e in quella dei diritti civili», aveva detto Carter, che è preoccupato all’idea che a prendere piede siano i miti che sono nati intorno alla vicenda e non i fatti dimostrati.

Sui contorni essenziali di quanto successo nelle prime ore del 28 giugno 1969, i pareri sono generalmente concordi: alcuni poliziotti fecero irruzione nello Stonewall Inn, la cui clientela era composta soprattutto da uomini gay, oltre ad alcuni transgender e lesbiche. All’epoca, le irruzioni della polizia nel locale erano frequenti, in un periodo in cui l’omosessualità era considerata diffusamente come un comportamento deviato ed era illegale in 49 stati americani. Quella sera, però, le cose non andarono come nei piani della polizia e molte persone si opposero all’arresto. In poco tempo fuori dal locale si riunì una folla. Dopo aver visto la polizia che picchiava alcuni clienti del locale, ci furono diversi urli – tra cui un «gay power» – e dalle urla si passò agli scontri fisici. La polizia rimase intrappolata nel locale insieme a un piccolo gruppo di clienti, mentre le proteste si allargavano e cresceva la rabbia. Vennero lanciate monetine, pietre e mattoni verso gli agenti. «Fu terrificante», ha raccontato al network americano PBS il vicecapo della Dipartimento di polizia di New York,  Seymour Pine, che guidò l’irruzione. «Fu come le situazioni in cui mi sono trovato quando ero nell’esercito». Sul posto arrivò un gruppo più numeroso di agenti in tenuta antisommossa, che permisero alla polizia e ai clienti intrappolati nel locale di uscire. La folla però aumentò fino a raggiungere migliaia di persone e lo scontro con la polizia continuò fino alle prime ore del mattino, e a intermittenza per altre cinque notti.

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Uno scontro tra dei giovani e alcuni poliziotti a Greenwich Village, dopo una marcia a favore dei gay, nell’agosto del 1970 (AP Photo)

In breve tempo prese slancio un movimento per i diritti dei gay. «La sensazione che le cose stessero cambiando iniziò quella stessa notte», ha raccontato Lanigan-Schmidt. Sui dettagli di cosa sia successo esattamente quella notte, però, è nato un acceso dibattito. Il film dell’anno scorso che racconta una versione romanzata degli eventi – Stonewall, diretto da Roland Emmerich – è riuscito ad attirare le critiche di quasi tutti i gruppi principali nella comunità LGBT. Il protagonista è un adolescente biondo dalla faccia pulita, che nel film dà il via agli scontri. Il film è stato distrutto dalla critica (la giornalista del Washington Post Ann Hornaday lo ha efinito «tanto piatto in modo deplorevole quanto imperdonabilmente non autentico»), mentre gli attivisti lo hanno accusato di aver usato solo attori bianchi, minimizzando il ruolo di attiviste transgender come Marsha P. Johnson (che era nera) e Sylvia Rivera (di origini portoricane e venezuelane).

Nel suo libro del 1997 The Gay Metropolis, il giornalista americano Charles Kaiser ha avanzato l’ipotesi che fu il funerale dell’attrice e cantante americana icona dalla cultura gay Judy Garland – che si era svolto la prima notte degli scontri nel quartiere di Upper East Side, a Manhattan – a dare ai suoi ammiratori in lutto nel locale l’ispirazione per opporsi alle prevaricazioni della polizia. Kaiser ha sottolineato come la sua sia una teoria e non un fatto dimostrato, ma ha anche detto che ancora oggi alcune persone la trovano «sicuramente plausibile». Lanigan-Schmidt, però, non è tra questi. «Ci sono persone che mettono in relazione il funerale di Garland con gli eventi di Stonewall, e non c’è modo di far loro capire che non sono collegati. Che la pensino come vogliono», ha detto Lanigan-Schmidt. «Non fu quello a dare inizio agli scontri, credetemi». Nel suo libro, anche Carter mette in dubbio la teoria, e scrive che «non esistono resoconti degli scontri fatti all’epoca da testimoni oculari» che citano Garland come ispirazione o causa della ribellione. Secondo sia Carter che Lanigan-Schmidt, è più probabile che i giovani di strada protagonisti degli scontri ascoltassero musica rock e R&B invece che Garland.

Un’altra icona dello Stonewall è stata Williamson Henderson, che ha fondato l’Associazione dei veterani dello Stonewall. Il gruppo è una presenza fissa dell’annuale Gay Pride di New York, dove sfila in una Cadillac blu del 1969 che Henderson dice di aver guidato per andare allo Stonewall la notte degli scontri. Henderson ha detto di essere stato arrestato dalla polizia di New York la prima notte degli scontri, e che la sua auto fu requisita. Anche la versione di Henderson ha generato scetticismo, almeno fino al 2000, quando il giornalista Duncan Osborne del tabloid LGNY pubblicò un articolo che criticava Hendrson e la sua associazione, sostenendo che potrebbe non essere stato nemmeno presente allo Stonewall durante gli scontri e che nei registri ufficiali non compaiono informazioni su auto rimosse quella notte (nemmeno Carter ha trovato prove a sostegno della versione di Henderson). Henderson sporse denuncia per diffamazione, ma la causa fu respinta. Oggi liquida le critiche dicendo che «ci sono dubbi su molte persone».

Stando a un’altra storia circolata spesso sugli scontri, le violenze davanti allo Stonewall sarebbero state provocate dal duro trattamento riservato dalla polizia a una cliente lesbica del locale, che era stata portata fuori in manette. Secondo diversi resoconti la donna avrebbe reagito aggressivamente dopo essere stata colpita con un manganello da un agente. «Diede loro quello che si meritavano», ha raccontato un testimone a Carter. Molti racconti di quella notte, compresi quelli di due giornalisti di Village Voice che erano presenti, attribuiscono a questo episodio l’inizio delle violenze da parte della folla. Ma chi è questa donna misteriosa? Non è mai stata identificata, ma secondo molte persone, tra cui alcuni attivisti della comunità LGBT e lo stesso Kaiser nel suo libro,  potrebbe essere Stormé DeLarverie, una performer lesbica molto conosciuta all’epoca. «Il poliziotto mi colpì, e io reagii», raccontò DeLarverie a Kaiser, che però negò di essere stata la causa dell’inizio degli scontri. DeLarverie aveva 48 anni e nessuna delle notizie dell’epoca fecero riferimento al fatto che la donna aggredita fosse di mezza età o di etnia mista. Anche Carter scarta la possibilità nel suo libro, dove in una nota a piè di pagina tra le altre cose scrive che DeLarverie era troppo conosciuta nella comunità gay per non essere riconosciuta durante uno scontro così centrale.

Per Lanigan-Schmidt, tuttavia, le discussioni su chi fosse davvero presente quella notte non sono importanti: lui è semplicemente contento di quanto siano cambiate le cose da allora. La sua sembra una storia tipica di quel periodo: è cresciuto sapendo di essere gay e sentendosi emarginato nella sua città – Elizabeth, in New Jersey – e all’interno della sua famiglia cattolica. «Da piccolo, avevo un libro di citazioni cattoliche. Era un libro molto sovversivo, in realtà: c’erano più citazioni di Oscar Wilde che di chiunque altro. Così chiesi a mio padre, abbastanza innocentemente, chi fosse», ha raccontato Lanigan-Schmidt. «Con gli occhi infuocati mi risposte: “Era un omosessuale!”. Non riuscivo a capire come mai mio padre fosse così arrabbiato». Lanigan-Schmidt era alla ricerca disperata di una via di fuga, e a 18 anni prese un treno per New York. Non guardò mai indietro e fu coinvolto quasi immediatamente nella scena di strada di Greenwich Village. Faceva l’elemosina e lavorava come corriere per pagarsi un appartamento e iniziare a lavorare sulla sua arte, sculture realizzate con tecniche miste e materiali di scarto recuperati per strada. Nel 2012 il  Museum of Modern Art ha allestito una retrospettiva delle sue opere, Tender Love Among the Junk (“Amore tenero tra la spazzatura”), nel suo centro di arte contemporanea MoMA PS1, lodando Lanigan-Schmidt per aver esplorato «la sessualità gay, la lotta di classe e la religione» attraverso l’uso «di un’opulenza fatta da elementi di scarso valore, oggetti di casa e articoli provenienti dai negozi che vendono tutto a un dollaro». Il suo appartamento è pieno di cose ed è ordinato allo stesso tempo: ci sono piccoli parti delle sue opere sistemate tra rotoli di stagnola, campioni di tessuto e lustrini. La sua casa ha lo scintillio cupo di una versione grunge della caverna di Aladdin.

Lanigan-Schmidt ha la sua teoria sul perché l’irruzione allo Stonewall abbia causato tanta rabbia. «Era l’unico posto dove potessimo ballare dei lenti insieme», ha raccontato. Questo da solo bastava a rendere «lo Stonewall un posto sacro» per Lanigan-Schmidt, che pensa fosse lo stesso anche per altre persone. Quando quella notte la polizia provò a portare via tutto questo, fu troppo. Lanigan-Schmidt non si interessa troppo di chi abbia partecipato o meno alla rivolta. «Per me è impossibile saperlo», ha detto, «non sono in grado di dire chi non fosse là perché semplicemente c’erano troppe persone». Per lui è più importante il simbolismo «delle persone che si sono riunite e hanno reso quell’azione un capolavoro». Il fatto che lo Stonewall sia diventato un monumento nazionale per Lanigan-Schmidt è ancora una cosa quasi inimmaginabile. «È come quando leggendo il libro delle citazioni cattoliche trovai il nome di Oscar Wilde», ha detto. Solo che in questo caso  «chiunque guardi l’elenco dei parchi nazionali americani vedrà il nome dello Stonewall».

© 2016 – The Washington Post

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