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  • Giovedì 22 dicembre 2022

Il nuovo caso di presunti abusi sessuali nella Chiesa

Diverse suore hanno accusato padre Marko Ivan Rupnik, gesuita sloveno e artista molto celebrato

Marko Rupnik (Ansa)
Marko Rupnik (Ansa)
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Un nuovo caso di presunti abusi sessuali sta interessando in questi giorni la Chiesa cattolica e in particolare la Compagnia di Gesù, l’ordine fondato nel 1543 da Ignazio di Loyola e di cui fa parte Papa Francesco: i gesuiti. Padre Marko Ivan Rupnik, 68 anni, teologo sloveno e artista molto celebrato, autore di mosaici in alcuni importanti palazzi vaticani, è accusato di aver abusato di diverse religiose. Rupnik è un importante esponente dei gesuiti, e nel 2021 gli furono affidati i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano: ad accusarlo, secondo il Corriere della Sera, sarebbero attualmente nove suore.

Le notizie sulla vicenda circolavano su alcuni siti che riportano notizie vaticane già da tempo. Il 5 dicembre era stata emessa una nota, voluta da Arturo Sosa, preposito generale della Compagnia di Gesù, cioè il “moderatore supremo”: secondo il diritto canonico, il capo di una società di vita apostolica quale è la Compagnia di Gesù. Nel caso dei gesuiti, il moderatore supremo viene anche chiamato generale o Papa nero. La nota ha confermato che nel 2021 il Dicastero per la Dottrina della Fede, un importante organo che ha anche funzioni disciplinari, aveva ricevuto una denuncia di abusi sessuali e psicologici ai danni di suore della comunità di Loyola a Lubiana (Slovenia), fondata alla fine degli anni Ottanta da una religiosa che aveva Rupnik come padre spirituale. Quella denuncia era stata però archiviata nell’ottobre del 2022 perché i fatti risalivano agli anni Ottanta ed eventuali reati erano quindi prescritti.

Subito dopo però erano emerse altre notizie su un fatto avvenuto tre anni prima della denuncia, poi confermato ufficialmente dalla Compagnia di Gesù. Come riporta il sito Vatican News, nel 2018 fu portata all’attenzione del delegato della curia per le case internazionali a Roma un’accusa contro padre Rupnik: quella di “assoluzione di un complice”. Nell’ambito del diritto canonico, è il reato commesso dal religioso che assolve una persona con cui ha partecipato a un peccato. La persona in questione è una suora: non è chiaro se sia tra quelle che poi hanno accusato Rupnik di abusi. Si tratta in ogni caso di uno dei reati più gravi per il diritto canonico che prevede una scomunica “latae sententiae” (di sentenza pronunciata), cioè automatica, immediata. 

L’indagine che seguì ritenne credibili le accuse: nel maggio del 2019 venne quindi inviato un dossier alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Un mese dopo la Compagnia di Gesù impose a Rupnik una serie di restrizioni, tuttora in vigore, tra cui il divieto di confessare e di accompagnare esercizi spirituali. Nel luglio dello stesso anno venne istituito un processo con giudici esterni alla Compagnia di Gesù.

Nel gennaio del 2020 i giudici, all’unanimità, conclusero che c’era stata in effetti l’assoluzione di un complice. A maggio dello stesso anno venne emesso un decreto di scomunica, che però venne revocata nello stesso mese. La revoca della scomunica non è di per sé un’anomalia: Sosa, interpellato dai giornalisti durante la conferenza stampa di fine anno tenuta il 14 dicembre, ha spiegato che «per togliere la scomunica la persona deve riconoscere il fatto e formalmente pentirsi. E Rupnik ha fatto così». In questo caso, però, tra scomunica e revoca della scomunica è trascorso meno di un mese. Arturo Sosa, rispondendo alla domanda se Papa Francesco fosse stato informato, ha detto: «In genere i capi dicastero riportano i casi al Papa. Posso immaginare che il prefetto abbia parlato col Santo Padre, ma non posso dire né sì né no».

I casi che ufficialmente riguardano padre Rupnik sono quindi due. Il primo è quello per cui c’è stata scomunica, poi revocata. Il secondo riguarda i presunti abusi commessi nella Comunità di Loyola in Slovenia, in seguito alla quale fu fatta la denuncia che si concluse con la dichiarazione che i reati erano prescritti. La stessa Compagnia di Gesù ha pubblicato l’ordine cronologico dei fatti sul suo sito.

Il 14 dicembre, nella conferenza stampa di fine anno, Arturo Sosa ha detto:

Il caso in relazione a Marko Rupnik è un buon esempio del molto che dobbiamo ancora imparare, soprattutto sulla sofferenza delle persone. Questo caso, come altri, ci riempie di stupore e di dolore, ci porta a comprendere e a sintonizzarsi con la sofferenza delle persone coinvolte nell’una o l’altra forma. Ci pone davanti alla sfida di rispettare questo dolore nel medesimo tempo in cui si avviano, scrupolosamente, i procedimenti esigiti dalle leggi civili o canoniche e si comunica in una forma che non nasconde i fatti, mentre, illuminati dal Vangelo e da altre esperienze umane, si aprono cammini verso la guarigione delle ferite prodotte.

Da quando del caso Rupnik hanno iniziato a occuparsi i giornali sono emersi altri nuovi presunti abusi di cui sarebbe stato protagonista il teologo sloveno. Il sito silerenonpossum riporta le parole di una religiosa che sostiene di non essere stata ascoltata dopo la sua denuncia. Il quotidiano Domani ha invece intervistato una donna, ex religiosa della comunità di Loyola, che afferma di essere stata per nove anni vittima di violenza sessuale, psicologica e spirituale da parte di Rupnik. La donna dice che iniziò a frequentare Rupnik nel 1985 quando lei aveva 21 anni e il teologo dieci di più. Rupnik aveva tra l’altro allora un atelier dove dipingeva in piazza del Gesù, a Roma.

La prima volta mi ha baciato sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucaristia, perché con me poteva vivere il sesso come espressione dell’amore di Dio.

La donna ha spiegato a Domani che le presunte violenze non avvennero soltanto nella comunità in Slovenia, ma anche nel Centro Aletti, a Roma, dove padre Rupnik le avrebbe chiesto di avere rapporti a tre con un’altra sorella della comunità «perché la sessualità doveva essere secondo lui libera dal possesso, ad immagine della Trinità dove, diceva, il terzo raccoglieva il rapporto tra i due». La donna ha detto che negli anni Novanta nella comunità c’erano 41 sorelle, accusando padre Rupnik di aver abusato di venti di loro. La donna l’avrebbe anche minacciato di denuncia, ricevendo come risposta: «Chi vuoi che ti creda? È la tua parola contro la mia: se parli, ti faccio passare per matta».

A conclusione della sua intervista, l’ex religiosa della Compagnia di Gesù ha detto di aver scritto nel giugno del 2022 una lettera a tutti i maggiori responsabili della Compagnia riportando i fatti, sostenendo di non aver ricevuto alcuna risposta.

Due giorni fa sul sito della Compagnia di Gesù è stata pubblicata una nota firmata da padre Johan Verschueren, gesuita belga, delegato per le case internazionali dei gesuiti a Roma:

La mia maggiore preoccupazione in tutto questo è per coloro che hanno sofferto e invito chiunque voglia sporgere una nuova denuncia o chi voglia discutere di denunce già fatte a rivolgersi a me. Vi assicuro che sarete ascoltati con comprensione e con empatia.

Il gesuita spiega come fare a rivolgersi al “team referente” istituito a settembre e a cui la Compagnia di Gesù invita a inviare le denunce di abusi:

Quando qualcuno ci contatta tramite l’e-mail dedicata (teamreferente.dir@gmail.com), la richiesta viene immediatamente inoltrata al nostro team di risposta composto da psicologi, guide spirituali ed esperti legali. Una persona designata del team contatta poi il o la denunciante per raccogliere una testimonianza completa. Se i fatti lo giustificano, viene avviata un’indagine preliminare. In base al caso specifico, il team offre tutto l’aiuto e il sostegno necessari al o alla denunciante e consiglia riguardo alle fasi successive. Se è necessaria una procedura formale contro un gesuita, l’indagine formale si istruisce secondo le procedure del diritto canonico, o di quello civile o penale.