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  • Lunedì 5 dicembre 2022

I palloni che potrebbero cambiare il calcio

Sono quelli usati ai Mondiali, contengono dei sensori e rappresentano un nuovo e importante passo per lo sviluppo della tecnologia nello sport

Il pallone ufficiale dei Mondiali di calcio in Qatar (Laurence Griffiths/Getty Images)
Il pallone ufficiale dei Mondiali di calcio in Qatar (Laurence Griffiths/Getty Images)
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Nel 1930 Argentina e Uruguay si presentarono alla finale dei primi Mondiali di calcio della storia ognuna con un suo pallone, e ci volle un po’ prima che si accordassero per giocare un tempo con uno e un tempo con l’altro. Il primo tempo, giocato col pallone argentino, finì con l’Argentina in vantaggio 2-1. Nel secondo tempo, giocato invece con il pallone uruguaiano, l’Uruguay ribaltò il risultato e finì per vincere 4-2.

Col tempo molte cose sono cambiate. Sono infatti più di cinquant’anni che per ogni nuova edizione dei Mondiali Adidas realizza un nuovo pallone, di volta in volta presentato come migliore da chi lo fa e quasi sempre criticato da qualcuno che deve usarlo. Successe nel 1970 con il Telstar, pensato anzitutto per essere ben visibile anche in bianco e nero, nel 1978 con il famoso Tango, nel 1990 con l’Etrusco Unico e in anni più recenti con i vari Jabulani, Brazuca e Telstar 18, i palloni dei Mondiali in Sudafrica, Brasile e Russia.

Il pallone dei Mondiali in Qatar, sempre realizzato da Adidas, si chiama Al Rihla, che in arabo significa “il viaggio”. Come sempre, ci sono state critiche e celebrazioni, ma anche analisi tecniche indipendenti che lo hanno presentato come veloce e affidabile, oltre che parecchio simile ai precedenti. La novità, però, è che di Al Rihla si è parlato soprattutto per la tecnologia che contiene, e per come nel tempo potrà cambiare il gioco del calcio.

(Stuart Franklin/Getty Images)

Al Rihla ha una superficie esterna in poliuretano, con 20 pannelli termolegati tra loro così che non ci siano cuciture e attriti particolari. Il suo pezzo forte sta però all’interno, dove ci sono due sensori che tengono traccia in tempo reale della posizione del pallone, e quindi anche di dove, quanto, come e con quale velocità si sposta per il campo.

(Adidas)

I sensori sono alimentati da una batteria che si ricarica a induzione. Ogni pallone ha un’autonomia di circa sei ore e per ricaricarlo del tutto basta invece un’ora.

(Adidas)

I sensori sono stati progettati e realizzati da KINEXON, un’azienda tedesca specializzata nel cosiddetto “Internet of Things” e, per quanto riguarda lo sport, nel tracciamento tecnologico delle prestazioni. Operano in simultanea e pesano in tutto 14 grammi.

Il primo è un sensore UWB (cioè, ultra wide band, a banda ultralarga) che serve a fornire in tempo reale, e con precisione parecchio maggiore rispetto a un sensore bluetooth o GPS, la posizione del pallone. L’altro è invece un sensore IMU, acronimo di “inertial measurement unit” o “unità di misura inerziale”.

Maximilian Schmidt, co-fondatore e direttore generale di KINEXON, ha spiegato così la funzione di ognuno: «La banda ultralarga serve a dare la posizione di un oggetto, l’unità di misura inerziale fornisce invece il movimento granulare nelle tre dimensioni». È grazie a questo secondo sensore che si è potuto stabilire che Cristiano Ronaldo non aveva nemmeno sfiorato la palla del primo gol di Portogallo-Uruguay.

Per comunicare le sue posizioni, il pallone manda in tempo reale appositi segnali a un LPS, un sistema di posizionamento locale, che funziona a sua volta grazie a un sistema di antenne installate attorno al campo da calcio. In ogni istante della partita i sensori permettono quindi di sapere dov’è la palla. In questo caso, visto che il sistema rileva 500 posizioni al secondo, un istante è pari a un cinquecentesimo di secondo.

Mentre KINEXON si è occupata della tecnologia, Adidas ha studiato un sistema per permettere che i sensori restino sempre fermi nel centro esatto del pallone, perché se si spostassero, magari dopo un calcio violento, influirebbero sulla traiettoria del tiro e fornirebbero inoltre informazioni imprecise.

Ai Mondiali la tecnologia all’interno dei palloni Al Rihla si integra spesso con le informazioni fornite dal sistema di telecamere sparse attorno al campo e che, anziché servire a fini televisivi, hanno lo scopo di tenere traccia – con un livello di dettaglio pari a un cinquantesimo di secondo – di ogni movimento del pallone e dei giocatori. Sono le telecamere che hanno permesso di stabilire che l’ormai piuttosto famoso pallone di Giappone-Spagna non era uscito dal campo, ed è anche il sistema che permette di applicare il precisissimo, secondo alcuni troppo preciso, fuorigioco semi-automatico.

(Lars Baron/Getty Images)

I fuorigioco infinitesimali, un pallone in campo per pochi millimetri o un gol in più o in meno assegnato a Cristiano Ronaldo sono già qualcosa. Ed è piuttosto futuristica anche l’esperienza di realtà aumentata che tramite l’app ufficiale della FIFA già può avere chi assiste dal vivo a una partita di questi Mondiali. Il tracciamento tecnologico può aprire però a possibilità ben maggiori e parecchio più impattanti per il futuro del calcio.

Il primo passo perché questo succeda è che i palloni tecnologici si diffondano anche in competizioni continentali e nazionali, e che allo stesso tempo si diffondano anche sensori o chip all’interno delle scarpe o delle magliette dei calciatori (come già capita). Si otterrebbe così una grande quantità di informazioni su ogni azione di ogni partita di un certo livello.

Da un lato, questo permetterebbe di offrire in tempo reale statistiche sempre più avanzate e graficamente integrate con le riprese della partita: in altre parole, la tecnologia cambierebbe il racconto del calcio, non solo a livello televisivo.

Dall’altro lato la tecnologia permetterebbe alle squadre di eseguire analisi più accurate di quel che succede durante le loro partite. Nella migliore delle ipotesi, una corretta lettura di tutti i nuovi dati disponibili potrebbe permettere di capire meglio, in modo più analitico, certe dinamiche, e magari aprire a nuove e al momento imprevedibili evoluzioni tattiche: in altre parole, la tecnologia cambierebbe il gioco del calcio.

In piccola parte, peraltro, già lo sta facendo: ora che il fuorigioco è diventato un fatto pressoché oggettivo e semi-autmatico, può per esempio diventare un po’ meno azzardato, da parte di chi difende, giocare con una difesa molto alta, con lo scopo di indurre in fuorigioco gli attaccanti avversari nella consapevolezza che basterebbe farceli finire anche solo di un’unghia perché la tecnologia se ne accorga. È successo, per esempio, nella partita che l’Arabia Saudita ha vinto a sorpresa contro l’Argentina, alla quale nel corso del primo tempo sono stati annullati tre gol per fuorigioco.

Tutto si amplificherebbe ancora di più se al tracciamento dovesse aggiungersi poi la possibilità – per ora non proprio dietro l’angolo, ma comunque tutt’altro che impossibile – di vedere una partita dal punto di vista dell’arbitro, dei giocatori o perfino del pallone, magari attraverso appositi visori o con la possibilità di rigiocare digitalmente determinate azioni o intere partite, di volta in volta da diverse prospettive.

(AP Photo/Moises Castillo)

A inizio 2022 la FIFA chiese a oltre novanta direttori tecnici di tutto il mondo di rispondere a un questionario su come si immaginavano il calcio nel 2026, l’anno dei prossimi Mondiali. Oltre l’80 per cento di loro si disse convinto, per esempio, che entro il 2026 le strumentazioni tecnologiche per il miglioramento del gioco saranno un «fattore di costo centrale» per le squadre di calcio. Emerse anche che gli intervistati ritenevano molto probabile e tendenzialmente auspicabile che la tecnologia e le analisi dei dati avrebbero avuto impatto sullo stile di gioco dei calciatori. C’erano invece posizioni tra loro molto diverse su quanto il calcio fosse o dovesse essere considerato un’arte o una scienza.

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