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  • sabato 3 Dicembre 2022

Per lo sci di fondo sono tempi difficili

Arriva da anni già complicati, fatica a trovare una sua direzione, e ora deve fare i conti con la crisi climatica e l'assenza dei russi

di Gabriele Gargantini
(Clive Mason/Getty Images)
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Per lo sci di fondo non è un bel periodo. Arriva da anni complicati, di progressiva perdita di interesse e rilevanza mediatica, e si fa inoltre fatica a trovare un altro sport su cui tre fattori esterni come pandemia, crisi climatica e guerra in Ucraina abbiano avuto un impatto peggiore. Tutto questo all’inizio di una stagione agonistica che, così come per ogni altro sport invernale, è anche l’inizio di un nuovo ciclo olimpico, dopo le Olimpiadi di Pechino del febbraio di quest’anno e in vista di Milano-Cortina 2026.

Come gli altri sport che entrano nel loro vivo tra dicembre e gennaio, sono ormai tre stagioni che la Coppa del Mondo di sci di fondo cancella diverse tappe, riducendo il calendario e finendo col rinunciare a svolgere gare in Nord America — dove spesso si chiudeva la stagione — per restare tra i paesi nordici e quelli dell’arco alpino.

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La pandemia ha aggiunto quindi nuove criticità a un calendario che sempre più spesso deve fare i conti con l’eventualità che nei luoghi di gara la neve possa non esserci, o che addirittura possano mancare le condizioni per predisporre e mantenere quella artificiale.

– Leggi anche: Lo sci di fondo sulla neve conservata d’estate

Quest’anno la Coppa del Mondo di sci di fondo è strutturata, sia a livello maschile che a livello femminile, in 23 gare organizzate in 15 località di otto paesi: Finlandia, Norvegia, Svizzera, Germania, Francia, Svezia, Estonia e Italia. In Italia ci saranno gare in Val di Fiemme, a Dobbiaco e, per la prima volta, a Livigno, che organizzerà quelle che si sarebbero dovute svolgere a gennaio nel quartiere City Life di Milano, poi però cancellate per l’aumento dei costi energetici.

Per lo sci di fondo professionistico l’invasione russa in Ucraina ha comportato la totale esclusione da ogni evento di Coppa del Mondo di atleti russi e bielorussi. È successo anche in altri sport, e ancora prima certe federazioni sportive russe erano state escluse per questioni di doping. Nel fondo però la loro assenza ha più rilevanza. La Russia era infatti il paese da cui arrivavano molti atleti di primissimo livello: alle Olimpiadi di Pechino la metà degli ori assegnati nel fondo sono andati alla Russia; è russo Aleksander Bolshunov, vincitore della Coppa del Mondo maschile nel 2020 e nel 2021; ed è russa anche Natalya Nepryayeva, che nel 2022 ha vinto quella femminile.

A livello puramente sportivo la decisione della FIS — la Federazione internazionale sci e snowboard — sull’esclusione della Russia dalle sue gare ha penalizzato quindi lo sci di fondo molto più che altri sport di neve o di ghiaccio, aggiungendo criticità e togliendo competitività a uno sport già da tempo presentato da più parti come in grande crisi.

Il fondista britannico Andrew Musgrave, da anni tra i migliori 20-30 al mondo, ha detto a FasterSkier che «per lo sci di fondo la situazione è drammatica» e ha aggiunto: «Non voglio vincere una medaglia e pensare di averla vinta solo perché non c’era Bolshunov».

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Un altro fattore che continua a far discutere riguarda i rilevanti cambiamenti, decisi a giugno e in vigore da questa stagione, delle distanze e dei punteggi assegnati nelle gare. A qualcuno piacciono, altri ne hanno parlato con toni catastrofici.

Senza andare troppo per le lunghe, il fondo contiene al suo interno diversi tipi di gare, che variano in base a distanza, struttura della gara e tecnica di sci utilizzata. Si va per esempio dalle rapidissime gare sprint a quelle lunghe 50 chilometri; dalle gare individuali a quelle a staffetta; da quella a cronometro alle “mass start”, con partenza in linea, tutti nello stesso momento, come in genere succede nelle maratone olimpiche o nel ciclismo.

A tutto questo si aggiunge il fatto che le gare possono essere in tecnica classica, in skating, oppure in modalità skiathlon, nella quale si alternano la tecnica classica (in cui gli sci sono paralleli nei “binari”) a quella skating (più dinamica, veloce e moderna).

Nello sci di fondo ci sono atleti con predilezione per un certo tipo di stile o distanza, ma non è come nell’atletica, dove un centometrista, un quattrocentista o un mezzofondista fanno sport diversi: chi fa fondo, spesso, alterna gare molto diverse.

Fino all’anno scorso, e ancora fino a Pechino, le distanze di gara erano diverse per maschi e femmine. Oltre alle gare sprint, a livello maschile ci si confrontava sui 15, sui 30 e sui 50 chilometri. A livello femminile le distanze erano di 10, 15 e 30 chilometri.

Dalla Coppa del Mondo di quest’anno sia maschi che femmine si confronteranno invece sulle stesse distanze, che saranno quasi sempre di 10 e 20 chilometri e solo talvolta di 50. Significa, in breve, che gli uomini tenderanno a confrontarsi su distanze minori rispetto a quelle a cui sono abituati e che le donne le vedranno invece aumentare.

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Tra chi ha criticato di più le nuove regole c’è il commentatore televisivo Francesco Paone, secondo il quale le nuove distanze sono «l’ennesima svalutazione di una disciplina già oltremodo svilita», prese peraltro «a spregio della tradizione e di una storia lunga ormai quasi settant’anni» e in virtù di «una logica perversa e totalmente asimmetrica, che cambierà totalmente i connotati dello sci di fondo». Un’altra critica è che, visto l’interesse televisivo in netto calo, allungare le gare femminili forse non servirà a nulla.

C’è però chi considera le nuove distanze un passo nella giusta direzione, perché mettono maschi e femmine nelle stesse condizioni e perché snelliscono un calendario che tra distanze, tecniche e tipi di gara già era parecchio complicato.

Le nuove regole sui punteggi tolgono invece importanza alle vittorie e ne danno di più ai piazzamenti. I favorevoli dicono che così si premierà la costanza e si renderanno le gare più avvincenti. I contrari sostengono che così si rischia che a vincere la Coppa del Mondo possano essere i più presenti e non necessariamente i più forti. Secondo Paone, è, in poche parole, un sistema che favorirà «i muli da soma a discapito dei purosangue».

Non è comunque la prima volta che lo sci di fondo – che è presente fin dalle prime Olimpiadi invernali, organizzate nel 1924 a Chamonix – cambia regole o distanze. Già allora si disputò peraltro una gara di fondo sulla distanza di 50 chilometri: una prova lunga e sfinente, che per le Olimpiadi invernali è quanto di più vicino possibile, in termini di tempi e fatica, alla maratona. Per questo, e per il fatto che – anche su altre distanze – non è insolito vedere fondisti arrivare stremati al traguardo, il fondo si era imposto come uno sport intenso e di fatica, peraltro piuttosto semplice da seguire.

(AP Photo/Aaron Favila)

La crisi della disciplina ha radici profonde. In conseguenza dei cicli che riguardano ogni sport, per una progressiva perdita di competitività dei paesi alpini (e un generale dominio russo e dei paesi nordici), per una serie di scelte gestionali tendenzialmente ritenute non proprio lungimiranti, e anche per la crescente concorrenza del biathlon, che abbina lo sci di fondo al tiro a segno con carabina. Anche grazie a quanto fatto dalla IBU — una federazione internazionale fondata nel 1993 e unicamente dedicata al biathlon – negli anni la disciplina è riuscita a guadagnarsi una rilevanza sempre maggiore, ed è tendenzialmente considerata più peculiare, avvincente e televisiva dello sci di fondo.

(Clive Rose/Getty Images)

Oltre a chi vorrebbe che lo sci di fondo provasse a replicare quanto fatto dal biathlon c’è chi, con una posizione ancora più drastica, propone cambiamenti maggiori, spesso tirando in ballo paragoni con il ciclismo, che a sua volta ha molti problemi ma che senz’altro è molto più seguito del fondo. C’è chi parla, per esempio, della necessità di valutare l’introduzione di squadre private al posto delle nazionali, o della possibilità di aggiungere eventi “a tappe”, come già succede nel Tour of Ski, che esiste dal 2007.

La situazione è però confusa, con molte posizioni spesso in evidente contrasto tra loro. Federico Pellegrino, da anni il miglior fondista italiano, si è detto per esempio favorevole sia alla modifica dei punteggi – «qualcosa doveva cambiare e qualcosa sta cambiando» – che a quella delle distanze: «Sarà interessante, si rimette tanto in discussione e si mettono sul piatto tanti schemi fissi». Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, Pellegrino ha detto però che secondo lui il fondo «paga scelte scellerate e l’idea irrealizzabile di trasformarlo nel ciclismo sulla neve».

Tra tante questioni aperte e dibattute, la stagione di Coppa del Mondo è iniziata intanto a Kusamo, nel nord della Finlandia, peraltro a pochi chilometri dal confine russo. Le tre gare maschili le ha vinte il norvegese Johannes Klaebo, già vincitore di cinque ori olimpici. Klaebo ha vinto sia a tecnica classica che in skating, nella gara sprint così come sui 10 e sui 20 chilometri. Vista l’assenza di Bolshunov, potrebbe non avere avversari in grado di tenergli testa. In queste tre gare, l’unico non norvegese sul podio è stato Pellegrino, terzo nella 20 chilometri.

(Markku Ulander/Lehtikuva via AP)

A livello femminile, nella prima stagione dopo il ritiro della norvegese Therese Johaug — vincitrice di oltre venti medaglie olimpiche e mondiali — le prime tre gare sono state vinte da atlete svedesi, che ci si aspetta possano dominare, insieme con la statunitense Jessie Diggins, gran parte della Coppa del Mondo di questa stagione.

Il dominio norvegese da una parte, e svedese dall’altro, di certo non aiuta a rendere più avvincente uno sport per molti versi già sofferente, che il sito Fondo Italia ha definito «un baraccone che si trascina ormai da anni, sempre più scarico e poco motivato», e di cui il fondista francese Lucas Chanavat ha detto: «Sembra essere in via di estinzione».

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