• di Vincenzo Latronico
  • Storie/Idee
  • Venerdì 29 aprile 2022

Dove ci saluteremo se non sui binari?

«La lettera smarrita; il telefono che squilla con nessuno in casa; il manoscritto che prende fuoco; la mappa che non si trova e si è nel bosco, ed è sera. Moltissime figure canoniche delle narrazioni del passato sono state rese obsolete dalla tecnologia»

John Belushi in uno dei molti addii sul treno del film "Chiamami aquila" (1981).
John Belushi in uno dei molti addii sul treno del film "Chiamami aquila" (1981).
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Una persona parte, una resta. Non sanno se si rivedranno mai.
Sono una madre e il figlio che parte in guerra, un padre e la figlia che emigra; sono due sposi separati dalla fatalità o due amanti che tornano a matrimoni senza gioia. Sono in una stazione ferroviaria, al binario: chi a bordo, chi no. Si guardano attraverso il finestrino, e il volto incorniciato comincia a muoversi, prima lentamente, poi sempre più veloce. La persona che resta ha un ripensamento o un guizzo di nostalgia; e all’ultimo decide di non perdere il contatto di sguardi e inseguire il viso dietro al vetro, camminando, correndo lungo il binario con la testa girata, a perdifiato, sino a che il convoglio è troppo veloce o la banchina è finita e l’unica cosa che può fare è fermarsi, trafelata, osservando l’ultimo vagone che rimpicciolisce in lontananza. Poi sparisce anche quello.
Questa immagine – che è un’immagine che conoscono tutti – oggi non ha più senso.

Ricordo quando nelle stazioni italiane sono apparsi i primi cancelli (“gate”, il nome ufficiale, è in inglese perché suona meno ostile). Vivevo a Torino ma avevo affetti e lavori a Milano, da cui tornavo spesso con l’ultimo regionale della sera. Da un giorno all’altro dei caselli di controllo – all’epoca ancora pannelli temporanei – hanno tagliato lo spazio del grande atrio della Stazione Centrale che in francese chiamano “dei passi perduti”. Per accedere alla sezione coi binari occorreva mostrare un biglietto a dei funzionari che le giacche identificavano come “protezione aziendale”.

Il lessico rivelava immediatamente l’operazione per quella che era: non un tentativo di fermare i viaggiatori senza biglietto (per passare il controllo bastava comprarne uno da due euro per un regionale e poi si poteva salire su una Freccia), ma l’ennesimo passo della guerra contro i poveri che sta cambiando il volto delle nostre città. Un altro effetto dell’introduzione dei cancelli – molto meno grave e significativo, e però non riesco a non pensarci con una certa malinconia – è che la scena che ho descritto sopra, l’addio al binario, è destinata a perdere di senso. Oggi ancora ce n’è memoria, e ancora avviene nelle stazioni più piccole; ma alla lunga è destinata a risultare incongrua, come se oggi vedessimo in TV qualcuno che insegue il volto al finestrino di un Boeing.

Con questo cambiamento non si perde solo un’icona per privilegiati nostalgici. Si perde un simbolo potentissimo della narrazione visiva: perché ora la persona che resta sarà bloccata ai cancelli, non potrà inseguire il treno che parte. Si perde una figura dell’addio.

Non è la prima, non sarà l’ultima: la lettera smarrita; il telefono che squilla con nessuno in casa; il manoscritto che prende fuoco; la mappa che non si trova e si è nel bosco, ed è sera. Moltissime figure canoniche delle narrazioni del passato sono state rese obsolete dalla tecnologia. Sono figure che non a caso riassumono in sé momenti di grande tensione drammatica, perché la tensione drammatica ha spesso a che fare con una distanza incolmabile, con un’inconoscibilità. La rete colma le distanze, rende tutto conoscibile.

Ma oltre alle figure, le storie stesse – quelle archetipiche, narrate da che si ha memoria – stanno sparendo dall’orizzonte delle possibilità. Gli amanti separati dal destino possono videochiamarsi. Il navigatore disorientato dalla tempesta e il viandante smarrito nel bosco possono orientarsi col GPS. Il conte di Montecristo viene smascherato dal riconoscimento facciale non appena qualcuno mette sui social un suo scatto rubato all’Opéra, o forse il timbro della sua voce viene riconosciuto dall’assistente vocale di una macchina autoguidata. È un processo in corso da parecchio: non è un caso se da quasi un secolo le storie di avventure nell’ignoto si sono trasferite nello spazio, la frontiera non mappata. Non è un caso se, già da un po’, molte storie d’amore (persino quelle di un’autrice come Sally Rooney, che del mondo pre-Internet non ha memoria anagrafica) si svolgono in un vago 2010 in cui i social esistono ma non con l’onnipresenza di oggi. Le storie archetipiche si basano, appunto, su archetipi, sedimentati nell’arco di secoli. Il mondo – o perlomeno qualche aspetto del mondo – cambia ormai ogni decennio.

Da un po’ di tempo mi interrogo su quali storie, invece, si stiano aprendo: quali possibilità narrative – quali figure di intensità drammatica – siano disponibili oggi grazie alle mutate tecnologie. L’impostura è una di queste – e non a caso abbondano le storie di truffatori su Instagram o su Tinder; romanzi come Fake Accounts di Lauren Oyler, e Il profilo dell’altra di Irene Graziosi tematizzano le discrepanze fra l’immagine proiettata sui social e quella reale, propria e altrui. Un altro aspetto nuovo delle nostre vite – l’ambigua segretezza dei messaggi privati che uno legge in pubblico – è stato sfruttato magistralmente da un film come Perfetti sconosciuti. Un’immagine che già comincia a diffondersi in film e romanzi, perché già si è sedimentata nella coscienza collettiva, è quella della persona che si sveglia e accende lo smartphone che esplode di notifiche. Prima ancora di aprirle, dal solo trillare impazzito sa – e con lei sa chi legge, chi vede – che qualcosa è diventato virale e non è una buona notizia.

Sono solo pochi esempi: ce ne sono molti altri, e non faranno che aumentare. La rete sta invecchiando: e come il mondo di La storia infinita, col tempo una sua porzione sempre più vasta viene inghiottita dal nulla. Corruzione del codice, obsolescenza programmata, problemi di retrocompatibilità, disconnessione dei server: ogni giorno qualcosa si disintegra, comunità e mondi, reti sociali, decenni di forum e listserv e BBS: milioni e milioni di parole prima ubique e incorruttibili, poi svanite per sempre. Già si sta diffondendo un tipo di narrazione che tematizza proprio l’improvvisa irreperibilità di qualcuno ritenuto un amico o un compagno, non appena la comunità su cui lo si frequentava viene messa offline. È di questi giorni la notizia che Twitter, la comunità in cui dalla Germania frequento gran parte dei miei contatti italiani, ha cambiato proprietà, e il dissenso verso la nuova gestione potrebbe causare un esodo di utenti verso mille server disgiunti, sul modello di social decentralizzati come Discord o Mastodon – dove vari amici e amiche già stanno migrando. Le inconoscibilità torneranno, le distanze incolmabili sono già qui.

Vincenzo Latronico
Vincenzo Latronico

Vincenzo Latronico traduce e scrive romanzi. Ne ha pubblicati quattro con Bompiani, l'ultimo a marzo 2022: Le perfezioni.

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