Fabio Cimaglia/LaPresse

Come ricorderemo Mattarella

È stato un presidente mite e di poche parole, che si è costruito un notevole consenso popolare pur attraversando momenti tesi e burrascosi

di Mario Macchioni
Fabio Cimaglia/LaPresse

Nell’ultimo discorso di fine anno tenuto pochi giorni fa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha riflettuto sui sette anni del suo mandato, definendoli «anni impegnativi, complessi, densi di emozioni». Tra le altre cose, Mattarella ha indicato quelli che secondo lui sono i doveri principali che ogni presidente deve osservare dopo essere stato eletto: «spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale» e «salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione» in modo da trasmetterli «integri» a chi verrà dopo.

Mattarella ha riconosciuto che non sta a lui giudicare quanto abbia mantenuto i due impegni, ma il fatto che abbia scelto di sottolineare proprio questi e non altri è significativo. È un segno del fatto che Mattarella ritiene di aver interpretato il ruolo di presidente cercando di far emergere la sua personalità il meno possibile, cosa che gli viene spesso riconosciuta: tenendo un profilo basso anche quando il sistema politico attraversava momenti particolarmente delicati, e anche quando l’attenzione mediatica era tutta incentrata su di lui. È stato insomma un presidente di poche parole, almeno pubblicamente.

Questa sua caratteristica, unita a una comunicazione misurata ma spontanea ed efficace, gli ha fatto ottenere un consenso popolare piuttosto alto, proveniente da quasi tutte le aree politiche. Ma non è detto che in futuro ci ricorderemo di Mattarella solo per la mitezza e il riserbo, dato che il suo settennato ha avuto più dimensioni e ha attraversato tra le altre cose cinque governi e una pandemia globale. Inoltre, malgrado il «carisma passivo» che gli è stato spesso attribuito per via della sua tendenza a restare in disparte, Mattarella è stato in realtà più volte al centro delle vicende politiche, e spesso da protagonista attivo.

Sergio Mattarella il 10 novembre 2021 (ANSA/Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Prima di diventare presidente della Repubblica, Mattarella aveva avuto una carriera politica relativamente di secondo piano ma concreta e di spessore, in linea con il modo in cui poi ha interpretato il ruolo di capo dello Stato. Nel 1990 per esempio aveva firmato, da ministro dell’Istruzione, un’importante riforma della scuola elementare che rimase in vigore per quasi vent’anni. Si dimise poi insieme ad altri componenti del governo per contestare l’introduzione della legge Mammì sulle emittenti private, che favoriva le reti Fininvest di Silvio Berlusconi. Mattarella parlò della vicenda nel 2003 con il quotidiano Europa, a cui disse:

«Io non obbedii. È stata l’unica volta in 21 anni di parlamentare che ho votato a scrutinio segreto contro una direttiva del gruppo. E sono sicuro di non essere stato il solo. Eppure avvenne una cosa strana: i voti arrivarono lo stesso, esattamente quelli che mancavano. Arrivarono da destra e da sinistra: l’ho detto, la Fininvest aveva molti e trasversali amici».

Nella cosiddetta Seconda Repubblica, Mattarella fu relatore della legge elettorale che sarebbe stata alla base delle successive tre elezioni politiche (1994, 1996 e 2001), quella chiamata “Mattarellum” dal politologo Giovanni Sartori, considerata in generale una buona legge soprattutto rispetto a quelle venute dopo. Mentre da ministro della Difesa, tra il 2000 e il 2001, abolì di fatto la leva militare obbligatoria con una riforma definita da Mattarella stesso «il dividendo della pace dopo cinquant’anni».

A lungo docente di diritto parlamentare prima di entrare in politica, Mattarella nel 2011 venne eletto giudice della Corte Costituzionale. Due anni dopo, l’allora segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani lo indicò come candidato alla successione di Giorgio Napolitano al Quirinale, ipotesi sgradita a Berlusconi proprio per via della vecchia questione della legge Mammì. In quell’occasione il Parlamento non riuscì a trovare una soluzione condivisa e venne rieletto Napolitano, ma il nome di Mattarella uscì fuori di nuovo due anni dopo, stavolta indicato da Matteo Renzi. Anche allora Berlusconi cercò di opporsi, ma l’operazione per eleggere Mattarella riuscì lo stesso al quarto scrutinio.

In sette anni, Mattarella ha nominato quattro diversi governi, di cui tre solamente nell’ultima legislatura e sostenuti da maggioranze radicalmente diverse tra loro: prima la coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega, poi quella tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, e infine quella attuale, con dentro quasi tutti. Durante questi passaggi, Mattarella ha dimostrato da un lato di saper valutare con sensibilità i diversi momenti politici, trovando di volta in volta soluzioni diverse, dall’altro di essere in grado di esercitare il suo ruolo anche con decisione, mantenendo alcuni punti fermi.

Nel caso del primo governo Conte la situazione politica era abbastanza caotica. Il 4 marzo 2018 c’erano state le elezioni, che avevano avuto come esito una netta vittoria del Movimento 5 Stelle e un inaspettato successo della Lega di Salvini. Tuttavia, a causa di un sistema politico diviso in tre grandi poli, nessuno era in grado di governare da solo: né il centrodestra, né il Movimento 5 Stelle, né il centrosinistra. Nelle prime settimane dopo il voto il PD rese chiaro di voler stare all’opposizione, perciò l’unica alternativa era che il Movimento trovasse un accordo con il centrodestra per governare, un’ipotesi però difficile da mettere in pratica per una lunga serie di antiche diffidenze, veti reciproci e divergenze interne.

Quando iniziarono le consultazioni, Mattarella si prese tutto il tempo necessario per far dialogare i partiti e trovare una soluzione politica allo stallo, che ritenne preferibile rispetto a un governo tecnico probabilmente più facile da costituire, ma altrettanto probabilmente più debole e impopolare. Dopo due mandati esplorativi e trattative durate quasi tre mesi, Lega e Movimento 5 Stelle riuscirono infine ad accordarsi per formare un governo, indicando come presidente un nome terzo – l’allora sconosciuto Giuseppe Conte – e una squadra di ministri. Come da prassi, Mattarella si riservò la possibilità di porre veti sulle nomine dei ministeri più rilevanti: Economia, Giustizia, Difesa, Interno ed Esteri. E come accaduto in passato con altri presidenti, Mattarella esercitò questa opzione, chiedendo alle forze politiche di cambiare la loro scelta all’Economia.

Lega e Movimento avevano indicato Paolo Savona, un economista che in passato aveva teorizzato l’uscita dell’Italia dall’euro. Per quanto desideroso di formare un governo politico che rispettasse l’esito delle elezioni, Mattarella decise che la nomina di Savona avrebbe rappresentato un rischio per l’economia del paese che rendeva necessario il suo veto, anche a costo di compromettere un lavoro durato settimane. Chiese un’alternativa a Savona, che non arrivò, e quindi tutte le trattative sembrarono saltare. In quell’occasione, Mattarella tenne un discorso in cui espose le sue ragioni, soprattutto economiche ma anche politiche, indicative della sua interpretazione del ruolo di capo dello Stato:

«È mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri – che mi affida la Costituzione – essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani. […] Non faccio le affermazioni di questa sera a cuor leggero. Anche perché ho fatto tutto il possibile per far nascere un governo politico. Nel fare queste affermazioni antepongo, a qualunque altro aspetto, la difesa della Costituzione e dell’interesse della nostra comunità nazionale».

A quel punto erano passati quasi tre mesi, e la possibilità di trovare una nuova e diversa soluzione politica era poco plausibile. La decisione di Mattarella provocò una certa indignazione, in particolare tra i politici del Movimento che si videro sfumare davanti la possibilità di andare per la prima volta al governo. Di Maio disse addirittura di voler mettere il presidente in stato di accusa, in quello che fu giudicato un maldestro tentativo – privo di fondamenta giuridiche – di guadagnare consenso dalla situazione. Successivamente lo stesso Di Maio ha rinnegato questo episodio giudicandolo un errore, e oggi si esprime sempre in maniera rispettosa e piuttosto celebrativa nei confronti di Mattarella.

Nonostante le tensioni e le indignazioni, alla fine Mattarella ebbe la meglio e la sua strategia pagò. Dopo giorni in cui sembrò che l’economista Carlo Cottarelli avrebbe guidato un governo neutrale (una sorta di “governo del presidente”), la crisi rientrò: il M5S e la Lega decisero che preferivano governare che impuntarsi su Savona, e accettarono le condizioni del presidente. Spostarono Savona al secondario ministero degli Affari europei scegliendo il più rassicurante e moderato Giovanni Tria. Il governo Conte giurò il primo giugno 2018, e presto quel momento di altissima tensione tra i partiti della maggioranza e Mattarella fu sostanzialmente dimenticato.

Mattarella il 2 febbraio 2021 (EPA/ALESSANDRO DI MEO / POOL)

Mattarella, infatti, ha rappresentato negli ultimi anni l’istituzione a cui ciclicamente i diversi partiti e leader politici – anche quelli che inizialmente si mostravano più critici – si sono appoggiati per risolvere le crisi e per trovare una qualche forma di stabilità e governabilità, tema peraltro brevemente affrontato nell’ultimo discorso di fine anno, in cui ha dedicato «un pensiero riconoscente» ai presidenti del Consiglio che si sono succeduti. «La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio», ha detto Mattarella.

Il caso di Savona fu il primo in cui ci si accorse che il Mattarella presidente della Repubblica era in grado di contraddire la sua apparenza pacata. Lo fece nuovamente anche in seguito, ma in momenti di rara gravità come le prime fasi della pandemia e come la crisi del secondo governo Conte, un anno fa.

A far cadere il governo fu Matteo Renzi, che ritirò il suo sostegno facendogli mancare i numeri, dopo che peraltro aveva contribuito in maniera decisiva a formarlo nell’estate 2019, facilitando un’alleanza tra PD e Movimento 5 Stelle. La situazione in questo caso era però molto diversa: il paese stava attraversando una fase delicata della pandemia da coronavirus, e in Parlamento le possibili combinazioni per formare una nuova maggioranza erano praticamente finite. Mattarella dovette quindi ancora una volta trovare una soluzione. Ritenne che le elezioni anticipate fossero una prospettiva troppo rischiosa dal punto di vista sanitario e sociale, con la campagna di vaccinazione da avviare e il piano per ricevere i finanziamenti del Recovery Fund da mandare all’Unione Europea.

Serviva insomma avere un governo nel pieno delle sue funzioni da subito, anche se il Parlamento non era in grado di esprimere da solo un’altra maggioranza (sarebbe stata la terza in tre anni).

L’unica alternativa era chiamare una personalità esterna, abbastanza autorevole da tenere insieme partiti litigiosi, in perenne e aperto contrasto. Mattarella la individuò in Mario Draghi, ipotesi peraltro in circolazione da tempo, annunciando di voler nominare un governo «di alto profilo» con un discorso in cui si rivolse direttamente ai partiti: «Avverto pertanto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento, perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica». Da un certo punto di vista, usò il capitale politico e il credito accumulato negli anni precedenti con i partiti di tutto l’arco parlamentare per chiedere loro un gesto di responsabilità. Fu facilitato, del resto, dalla riluttanza della maggior parte dei partiti ad andare a votare, cosa che avrebbe fatto perdere il posto anticipatamente a una buona parte dei parlamentari.

Non è una cosa che Mattarella ha fatto spesso. In generale infatti è stato cauto nello sfruttare la facoltà del presidente della Repubblica di mandare messaggi al Parlamento o al paese, caratteristica che fu notata fin dall’inizio. Già il 5 febbraio 2015 il quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda, scrisse: «Sono in molti a chiedere già a Mattarella, appena insediato, interventi censori o di sostegno ai provvedimenti messi in cantiere dal governo […]. Si pronuncerà a modo suo, facendo una prudente economia di parole […]».

Secondo Breda, che da cronista ha seguito cinque diversi presidenti della Repubblica, il misurato rispetto delle regole e il senso dello Stato di Mattarella derivano sia dalla sua esperienza politica – iniziata in maniera un po’ inaspettata per raccogliere l’eredità di suo fratello Piersanti, assassinato dalla mafia – sia dal periodo in cui fu giudice della Corte Costituzionale. «Non è che ci siano molti nomi spendibili come figure di garanzia, dopo di lui» dice Breda. «Anzi, ce ne sono molto pochi», motivo per cui i partiti politici in queste settimane stanno facendo fatica a mettersi d’accordo su chi eleggere al Quirinale, e nonostante i suoi costanti rifiuti stanno chiedendo a più riprese a Mattarella di rendersi disponibile per un secondo mandato.

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L’autorevolezza e il consenso di cui gode Mattarella, spiega Breda, sono frutto anche del suo carattere: «È uno che parla poco, che si esprime per gesti concreti, per esempio andando ai funerali, andando nelle città più colpite dalla pandemia». Non ha pronunciato grandi discorsi, o compiuto gesti plateali, ma «ha fatto molti atti simbolici» percepiti in maniera positiva dalle persone. Inoltre, sempre secondo Breda, la sua pacatezza è in così aperto contrasto con la loquacità degli altri leader politici che viene considerata una sorta di «antidoto» contro la continua esposizione mediatica del resto della politica.

Ma il gradimento di Mattarella non si spiega solamente con il suo carattere. C’entrano anche altri due fattori, almeno: il primo è il tradizionale rispetto di cui gode in questa epoca storica l’istituzione che rappresenta. Anche Carlo Azeglio Ciampi, per esempio, fu un presidente mite, e apprezzato per questo. Il consenso di Mattarella sarebbe quindi in linea con quello di altri presidenti, dice Breda: «Anche Napolitano, quando fece il governo Monti, venne celebrato allo stesso modo in cui lo è stato Mattarella quando ha nominato Draghi a Palazzo Chigi, cioè come il salvatore della patria in una circostanza di emergenza nazionale».

Il secondo aspetto che ha contribuito al consenso di Mattarella è la sapiente e in alcuni casi fortunata comunicazione che ha caratterizzato la sua presidenza. A gestirla è il giornalista e scrittore Giovanni Grasso, Consigliere per la stampa e la comunicazione del presidente, secondo cui la linea di un ufficio stampa come quello del Quirinale è in parte simile a quella di un giornale: «Per quanto puoi programmare la parte “fredda” [cioè non legata all’attualità, ndr], poi ogni giorno ci può essere qualcosa di inaspettato da gestire» dice Grasso. «Per cui non c’è un vero e proprio “piano comunicazione”, perché non stiamo parlando di un prodotto».

Il compito dell’ufficio stampa è quindi quello «di valorizzare le caratteristiche del presidente senza artifici», senza imporgli nulla, anche perché non è «una persona che si mette in posa». Proprio per questi motivi due tra i momenti della presidenza di Mattarella che verranno ricordati a lungo, cioè la foto della cerimonia all’Altare della Patria e l’ormai famosa battuta «non vado dal barbiere neanche io», pronunciata nel fuorionda di un discorso registrato durante il primo lockdown, nacquero in maniera piuttosto spontanea. Nel primo caso, racconta Grasso, Mattarella stesso decise di andare il 25 aprile 2020 in piazza Venezia, da solo, in pieno lockdown. Le foto di quell’occasione circolarono moltissimo e furono giudicate molto simboliche: «merito del mio fotografo», dice Grasso, che però ci tiene a sottolineare che «l’idea è stata del presidente».

Mattarella alla tomba del Milite Ignoto in piazza Venezia, nel 75° anniversario della Liberazione, 25 aprile 2020 (Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

La diffusione del video che conteneva errori e battute “fuorionda” di Mattarella avvenne in maniera ancora più fortuita. Era la fine di marzo 2020 e il presidente della Repubblica aveva deciso di parlare alla nazione in via straordinaria. Per sbaglio fu diffusa la versione non tagliata del messaggio, in cui comparivano alcune prove e ripetizioni, compresa una parte in cui Grasso chiedeva a Mattarella di sistemarsi i capelli. «Giovanni, non vado dal barbiere neanche io» rispose Mattarella con un tono compostamente spiritoso. Sui social la battuta venne subito commentata con estesa empatia, prima di venire riprodotta in meme e persino sui poster.

«Il paradosso è che ancora in molti pensano che la cosa del barbiere, sulla quale ormai ho uno stigma anche divertente, sia stata fatta apposta» dice Grasso. «Quando invece ovviamente non è così, purtroppo. Dico purtroppo perché se lo avessi fatto apposta sarei un genio della comunicazione».

Questo episodio, insieme anche ad altri, ha contribuito a rendere Mattarella un personaggio per certi versi pop, che negli anni è stato fatto oggetto di t-shirt, vignette e pagine celebrative sui social network. Un ruolo in questo lo ha avuto anche l’esultanza alla finale degli Europei di calcio dello scorso anno, quando Mattarella perse per un istante la sua compostezza al gol del pareggio dell’Italia contro l’Inghilterra. Il video di quell’esultanza fu tra i più visti e commentati sui social network, e contribuì a rafforzare l’immagine positiva di Mattarella per gran parte degli italiani, anche se in maniera molto meno iconica rispetto a quanto successe con Sandro Pertini ai Mondiali del 1982.

Come molti predecessori, Mattarella ha tenuto il riserbo sulla dimensione più privata del suo settennato. Ci vorrà tempo prima che emerga questo lato della presidenza di Mattarella, ma con presidenti del passato è capitato che l’apertura degli archivi o retroscena raccontati in seguito dessero loro una nuova dimensione, talvolta cambiando addirittura la percezione dell’intera presidenza.

È il caso per esempio di Antonio Segni, che ai suoi tempi era ritenuto un “presidente notaio”, cioè rispettoso dei confini istituzionali e semplice testimone degli accadimenti politici. Indagini storiche successive hanno fatto invece emergere una sua attitudine piuttosto interventista, esercitata con discrezione e in privato per indirizzare la politica di quegli anni. Segni era contrario alla formula di governo tentata all’inizio degli anni Sessanta, quella della coalizione di centrosinistra tra Democrazia Cristiana e socialisti, e in un’occasione cercò di ostacolarla anche con un colloquio privato avuto con Pietro Nenni, segretario del Partito Socialista.

Un altro presidente che preferì mantenere riservati i suoi scontri istituzionali è Ciampi, che nella personalità e nel modo di interpretare il suo ruolo può essere paragonato a Mattarella. Fu presidente tra il 1999 e il 2006, anni dominati dai governi Berlusconi, all’apice del suo consenso politico. La convivenza tra i due, seppure più pacifica rispetto a quella che Berlusconi aveva avuto con Oscar Luigi Scalfaro solo pochi anni prima, non fu facile, ma questo emerse solo diverso tempo dopo, motivo per cui all’epoca Ciampi veniva accusato di essere troppo accondiscendente nei confronti di Berlusconi.

«Gli scontri avvenivano soprattutto in materia di nomine» ha raccontato Ciampi dopo la fine del suo mandato, parlando con gli storici Giuseppe Mammarella e Paolo Cacace. «Il presidente del Consiglio riteneva che la sua controfirma indicasse una compartecipazione alle scelte, io invece sostenevo che era soltanto una convalida formale alla mia firma ma che la scelta spettasse a me e soltanto a me».

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