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Come far durare i propositi di inizio anno

L’aspirazione a cambiare abitudini a cominciare dal 1° gennaio ha origini antiche ma presenta un alto rischio di fallimento: meglio cominciare subito

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Secondo una massima di Lord Henry Wotton, personaggio del romanzo di Oscar Wilde Il ritratto di Dorian Gray, «i buoni propositi sono inutili tentativi di interferire nelle leggi scientifiche. Nascono dalla pura vanità e il loro risultato è un nulla assoluto». Il periodo tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, come noto, è da molte persone considerato un tempo adatto all’elaborazione di buoni intenti e, auspicabilmente, all’introduzione di pratiche e abitudini utili a interrompere precedenti comportamenti viziosi o poco salutari: fare più attività fisica, rendere più sana la propria alimentazione o smettere di fumare, per esempio.

Sembrerebbe dar ragione a Lord Henry il fatto che una cospicua parte di quei buoni propositi, specialmente quando riguardano l’esercizio fisico, sia destinata al fallimento in breve tempo. Stando a una ricerca condotta dalla società proprietaria della famosa app per sportivi Strava sull’attività fisica di 31,5 milioni di persone in tutto il mondo, una diffusa e significativa diminuzione delle motivazioni si verifica già a partire dal 12 gennaio, descritto come “il giorno della resa”.

La difficoltà di seguire e mantenere per un periodo prolungato di tempo abitudini adeguate alle proprie buone intenzioni di inizio anno è abbastanza nota da indurre spesso alcune persone a chiedersi se non ci sia un problema di tempistica, al di là delle motivazioni: se l’inizio dell’anno, in altre parole, sia davvero oppure no un buon momento per cambiare abitudini o introdurne di nuove. Come sintetizzato dal New York Times all’inizio del 2021, in un momento storico reso ulteriormente difficile dalle complicazioni e dalle restrizioni legate alla pandemia, gennaio è «il cimitero dei buoni propositi di inizio anno».

Da un lato, gennaio è un momento in cui si è più facilmente inclini a ripensare all’anno appena trascorso e riflettere su cosa sarebbe eventualmente opportuno cambiare delle proprie abitudini. Dall’altro lato ci sono alcune difficoltà nel portare avanti i buoni propositi in questo momento dell’anno. Come affermato da Judy Grisel, neuroscienziata comportamentale e docente di psicologia alla Bucknell University, in Pennsylvania, gli esseri umani sono programmati per far fronte allo stress attraverso un sistema di fuga e ricompensa. E, idealmente, quella fuga dovrebbe esprimersi attraverso un movimento, come una passeggiata o una corsa.

Invece a gennaio, specialmente nell’emisfero settentrionale, quando le giornate sono ancora corte e anche le regioni normalmente più calde sono più buie e fredde, capita che quella fuga dalle situazioni stressanti finisca per coincidere con prendere qualcosa da bere in un posto al caldo o rimanere in casa seduti davanti alla televisione o a scorrere i social sullo smartphone. «Penso che faccia parte del problema di gennaio. È così buio e freddo che non vogliamo muoverci, ed è probabilmente il momento più difficile per cambiare», disse Grisel.

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Una delle ragioni per cui l’inizio dell’anno è in genere associato alle intenzioni di cambiare i propri comportamenti è il collegamento abbastanza intuitivo tra i buoni propositi e gli eccessi del periodo delle feste. Quei propositi assumono una sorta di valore catartico dopo giornate contraddistinte in molti casi da un’alimentazione diversa da quella abituale e da un’attività fisica ridotta. Ma la tradizione dei propositi per il nuovo anno, come raccontò l’Economist in un articolo nel 2018, è probabilmente molto più antica dell’istituzione della festa cristiana del Natale e persino della collocazione del nuovo anno nel mezzo dell’inverno.

Circa 4 mila anni fa, la civiltà babilonese fu la prima a lasciare tracce di festività legate alla celebrazione del nuovo anno. A scandire il tempo in quei calendari semitici erano le varie fasi delle stagioni e dei lavori agricoli, e ogni nuovo anno cominciava intorno all’equinozio di primavera. Per celebrare il rinnovamento delle stagioni e della vita, si teneva una festa (Akītu) che durava 12 giorni, durante i quali le persone per ingraziarsi gli dei promettevano di ripagare i loro debiti e restituire gli oggetti presi in prestito. Qualcosa di simile avveniva anche presso gli antichi egizi, quando a fronte dei sacrifici fatti all’inizio dell’anno alla divinità Hapy, incarnazione della fecondità legata all’inondazione annuale del Nilo, le persone chiedevano fortuna, raccolti abbondanti e successi militari.

Nonostante avessero spostato l’inizio dell’anno dall’equinozio di primavera a metà dell’inverno, tramite l’introduzione di un calendario riformato nel 46 a.C., anche i romani rafforzarono l’abitudine dei buoni propositi ma in un senso diverso. Le festività del capodanno includevano il culto di Giano, il dio dell’inizio e della fine (da cui prende il nome il mese di gennaio), e segnavano l’inizio del mandato dei consoli neoeletti: questo spostò progressivamente l’attenzione dai cicli agrari, fondamento dei precedenti calendari, ai cicli legati alle attività civiche e politiche.

I propositi del nuovo anno legati all’intenzione di rimettersi in forma fanno invece parte di tendenze molto più recenti. Negli Stati Uniti, come verosimilmente in molti altri paesi occidentali, una diffusione significativa della cultura dell’esercizio fisico presso un’estesa parte della popolazione si verificò soprattutto a partire dal secondo dopoguerra. In precedenza, come spiegato dalla storica americana Natalia Mehlman Petrzela, la scarsità di cibo rendeva di fatto un non problema per molte persone quello di bruciare le poche calorie che riuscivano ad assumere. Inoltre, erano soltanto le persone più facoltose quelle in grado di permettersi le attrezzature per fare determinati esercizi fisici specifici.

Secondo Petrzela, l’incessante ottimismo con cui ogni anno le persone rinnovano i loro buoni propositi potrebbe in un certo senso riflettere anche un ideale americano, «la credenza profondamente radicata nella capacità individuale di farsi da sé». Credenza di cui il body building sarebbe un’espressione abbastanza eloquente: «Esistono molte forme di miglioramento personale, ma la palestra rende questo impegno molto visibile».

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Gennaio è notoriamente anche il momento in cui nelle palestre, come ha scritto recentemente il New York Times, si notano facce nuove che non si vedranno mai più per il resto dell’anno. Molti propositi falliscono perché sembrano buoni propositi ma non sono giusti per noi, per una serie di ragioni. Potrebbero, per esempio, essere troppo generici o troppo irrealistici, oppure essere tagliati sulla base di modelli sociali inadatti al nostro caso.

Il New York Times ha inoltre riferito dei benefici tratti da molte persone, soprattutto quelle delle generazioni più giovani, nel non aspettare il primo giorno di gennaio per rivedere le loro abitudini. Piccoli cambiamenti incrementali ma duraturi, anziché stravolgimenti radicali e repentini delle proprie abitudini, sono ritenuti una “strategia” più efficace. Se per una serie di ragioni capita di non poter conseguire l’obiettivo di giornata che ci si è fissati, è inoltre consigliabile essere sempre pronti a riformulare quell’obiettivo anziché rinunciarvi completamente. Se salta la corsa, per esempio, meglio fare almeno una passeggiata dopo cena.

Una delle ragioni per cui molte persone non raggiungono i loro obiettivi è la loro tendenza alla procrastinazione. L’inizio dell’anno o l’inizio della settimana, in questo senso, sono spesso non il momento più opportuno per cominciare qualcosa bensì il modo più semplice di assecondare quell’inclinazione a procrastinare gli impegni. «Quando mi ritrovo a dire che lo farò domani o un po’ più in là durante la settimana, sto soltanto dicendo a me stesso: “In verità, hai tempo per farlo adesso”», ha detto al New York Times uno studente della Southern New Hampshire University.

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Considerare i giorni prima di Capodanno come un periodo in cui provare nuove abitudini, anziché attendere il 1° gennaio per introdurle, presenta peraltro il vantaggio di cominciare l’anno nuovo sapendo di aver già fatto dei progressi e di essere sulla buona strada.

Tra gli altri suggerimenti condivisi dal New York Times con i suoi lettori e lettrici per migliorare i propositi del nuovo anno c’è quello di prefissare obiettivi specifici e misurabili, che abbiano scadenze temporali e che siano realistici. Per intendersi: non vanno bene né “dimagrire” o “scrivere un libro”, troppo generici, né “perdere 10 chili entro marzo” o “scrivere un best seller”, troppo difficili da realizzare e quindi scarsamente motivanti, anche perché non offrono gratificazioni (la ricompensa, secondo Grisel) sul breve termine.

A molte persone capita di elaborare i propositi di inizio anno con un approccio sbagliato: da tutto o niente. «Vanno da zero a cento senza alcun riscaldamento e senza contatto con la realtà», scrive il New York Times. Se una persona non corre da anni, decidere di correre cinque giorni alla settimana è ovviamente un obiettivo difficile da raggiungere e molto probabilmente un obiettivo sbagliato, molto esposto al rischio di fallimento. Ed è anche questa la ragione per cui conviene cominciare nelle settimane prima di capodanno: in modo da valutare le proprie reazioni alla nuova attività, metabolizzare subito eventuali delusioni ed elaborare propositi più appropriati e adatti alle proprie condizioni.

Infine, per avviare cambiamenti stabili può anche essere di aiuto mettere ordine non soltanto nelle proprie routine ma anche letteralmente negli ambienti e negli spazi abitativi stessi, facendo spazio ed eliminando gli oggetti non indispensabili (l’attività nota con il termine inglese decluttering).