maratona new york 2016
New York (Drew Angerer/Getty Images)

Correre a lungo è un po’ come essere fatti

Quella successiva sensazione di benessere e rilassatezza non c'entra con le endorfine ma con gli endocannabinoidi, dice un nuovo studio

maratona new york 2016
New York (Drew Angerer/Getty Images)

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Amburgo-Eppendorf e dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza, in Germania, ha fornito una serie di prove ritenute piuttosto solide a una tesi sempre più diffusa che riconduce agli endocannabinoidi – e non alle endorfine – la sensazione di rilassatezza e benessere che molte persone provano dopo lunghe sessioni di corsa. Gli endocannabinoidi sono sostanze prodotte dal corpo e che si legano agli stessi recettori del THC (il componente psicoattivo della marijuana) e di altri cannabinoidi.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Psychoneuroendocrinology, e si ritiene che i suoi risultati possano contribuire ad ampliare la comprensione di come la corsa influenzi gli stati mentali, e che possano inoltre orientare future ricerche in direzione dello studio di eventuali fenomeni di assuefazione.

Molte persone che praticano la corsa, anche al livello non agonistico, riferiscono spesso di provare una sensazione di euforia, rilassatezza e buon umore, e una generale attenuazione di eventuali stati d’ansia. Questa condizione – abitualmente sintetizzata con l’espressione anglosassone runner’s high (“sballo del corridore”) – si verifica circa mezz’ora dopo la fine dell’attività. Fin dagli anni Ottanta la ricerca scientifica sugli effetti dell’esercizio fisico ha cominciato ad attribuire questa sensazione di piacere all’aumento dei livelli ematici di endorfine, sostanze che aiutano ad alleviare il dolore.

Gli scienziati conclusero in sostanza che la corsa comportava l’attivazione del sistema oppioide, il sistema neurochimico che permette alla morfina e agli altri oppioidi di interagire con recettori specifici presenti sulle membrane cellulari. Ma l’evoluzione degli strumenti e dei metodi di studio del cervello dei corridori ha messo in dubbio alcune convinzioni precedenti.

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Nello studio pubblicato su Psychoneuroendocrinology i ricercatori hanno reclutato 63 persone volontarie, maschi e femmine, tutte abituate a correre. Hanno eseguito prima di tutto una serie di test sulle condizioni fisiche e sugli stati emotivi delle persone. Quindi hanno fatto gli esami del sangue a ciascuna di loro e somministrato naloxone a una metà delle persone, selezionate a caso, e un placebo all’altra metà. Il naloxone è un farmaco che blocca l’assorbimento degli oppioidi: l’obiettivo dei ricercatori era di escludere il ruolo delle endorfine nello “sballo del corridore”.

Ai volontari è stato richiesto di correre per 45 minuti e, in un altro giorno, di camminare per lo stesso lasso di tempo. Alla fine di ogni sessione i ricercatori ripetevano i prelievi di sangue e i test psicologici sulle persone, chiedendo loro se pensavano di aver provato la sensazione piacevole associata alla corsa prolungata. Molti tra loro hanno risposto di sì, senza differenze significative nelle risposte tra il gruppo naloxone e il gruppo placebo. Tutti hanno inoltre mostrato un aumento di endocannabinoidi nel sangue alla fine della corsa, che coincidevano con i cambiamenti nei loro stati emotivi. In sostanza la loro sensazione di benessere non sembrava condizionata dalla disattivazione del loro sistema oppioide.

Già da diversi anni tra gli scienziati che studiano gli effetti della corsa sugli stati mentali è progressivamente emerso un certo scetticismo riguardo al ruolo delle endorfine, la cui struttura molecolare, si è scoperto, impedisce loro di attraversare la barriera ematoencefalica, un sistema di protezione dei tessuti nervosi dalle sostanze presenti nel sangue che ne lascia passare solo alcune. Per quanto il sangue dei corridori dopo l’attività fisica possa contenerne di più del solito, un legame diretto tra le endorfine e l’alterazione degli stati mentali è stato via via ritenuto improbabile.

Diversi studi condotti sugli animali hanno peraltro indebolito l’ipotesi che a produrre le endorfine durante l’esercizio sia il cervello stesso. Si è invece progressivamente rafforzata l’ipotesi di un coinvolgimento del sistema endocannabinoide. Gli endocannabinoidi sono piccole molecole di comunicazione cellulare che prendono questo nome per il fatto di utilizzare gli stessi recettori a cui si lega il THC, il principale costituente psicotropo comunemente associato all’effetto della marijuana.

È il funzionamento del sistema endocannabinoide, in definitiva, a produrre la sensazione di benessere provata da chi fa uso di marijuana. Tra gli endocannabinoidi, che a differenza delle endorfine possono attraversare la barriera emato-encefalica, l’anandamide è uno di quelli noti da più tempo.

La presenza di endocannabinoidi prodotti dal nostro corpo – responsabili dei cambiamenti negli stati mentali e degli effetti analgesici, sedativi e ansiolitici – aumenta durante le attività piacevoli e anche durante l’esercizio fisico, come sostenuto da diversi studi degli ultimi anni.

In uno dei più citati, pubblicato nel 2012 sulla rivista scientifica Journal of Experimental Biology, i ricercatori condussero un esperimento su tre diversi mammiferi. Scoprirono che la produzione di endocannabinoidi aumentava durante la corsa sia nei cani che negli esseri umani, mammiferi dotati di ossatura e muscolatura adatte alla corsa sulle lunghe distanze. Nella terza specie di mammifero utilizzata per l’esperimento – i furetti, la cui struttura è adatta a scattare e sgattaiolare, ma non a correre a lungo – la produzione di endocannabinoidi non avveniva.

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Uno studio successivo, condotto dallo stesso gruppo dell’Università di Amburgo-Eppendorf autore dello studio recente, apportò nel 2015 alcune solide prove a sostegno dell’ipotesi che le endorfine non abbiano un ruolo centrale nello “sballo del corridore”. I ricercatori bloccarono l’assorbimento di endorfine e quello di endocannabinoidi in diversi gruppi di topi. Quelli a cui era stato “disattivato” il sistema endocannabinoide concludevano le loro corse con gli stessi livelli di ansia e irritabilità registrati prima di correre. I topi del gruppo a cui era stato bloccato l’assorbimento di endorfine – ma non quello di endocannabinoidi – mostravano invece calma e rilassatezza alla fine della corsa. I risultati suggerirono che il sistema oppioide fosse meno coinvolto di quello endocannabinoide nella produzione delle sensazioni di piacere dopo l’attività fisica prolungata.

Le ragioni dell’esistenza dello “sballo del corridore” – qualunque ne sia la causa, se gli endocannabinoidi o le endorfine – non sono chiare. Tra gli scienziati è piuttosto diffusa una risposta che fa riferimento al nostro passato evolutivo e a tempi in cui gli esseri umani correvano per sfuggire a un pericolo o a un predatore, circostanza in cui un’attenuazione delle sensazioni di dolore potrebbe trovare senso e utilità per la sopravvivenza.