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I molti focolai di influenza aviaria nel nord-est

Ne sono stati rilevati più di 70 e hanno reso necessario l'abbattimento di centinaia di migliaia di polli

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Da più di un mese in Europa sono state rilevate decine di focolai di influenza aviaria, una malattia estremamente letale per il pollame e che in alcuni casi può passare agli esseri umani, con i rischi che ormai conosciamo dopo quasi due anni di pandemia (i virus influenzali sono diversi dai coronavirus). La situazione è molto difficile anche in Italia, soprattutto in Lombardia e in Veneto dove sono stati riscontrati più di 70 focolai, in altrettanti allevamenti per lo più industriali di polli e tacchini.

Casi e contenimento
Nella provincia di Verona, l’area più interessata, sono in corso varie attività di contenimento con l’abbattimento di centinaia di migliaia di animali. Il ministero della Salute ha da poco esteso una zona di restrizione (ZUR) rispetto ai confini stabiliti a inizio novembre, con l’obiettivo di provare a rallentare il diffondersi dell’epidemia.

Un focolaio in un allevamento comporta che in media si ammali il 90 per cento del pollame in poche settimane, rendendo necessaria l’uccisione degli animali e l’intera bonifica delle strutture, per ridurre il rischio di nuovi contagi.

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) – attivo in Veneto, Friuli Venezia Giulia e nelle province autonome di Trento e Bolzano – aggiorna periodicamente una mappa, con il censimento di tutti focolai di influenza aviaria rilevati.

La mappa più recente, mostrata qui sotto, indica i casi riscontrati negli allevamenti industriali e in quelli rurali, con segnalazioni anche per quanto riguarda la fauna selvatica. Nella mappa sono evidenti la concentrazione dei focolai nella provincia di Verona e i primi casi riscontrati al confine tra le province di Cremona e Brescia in Lombardia.

Il ministero della Salute ha diffuso indicazioni sulle attività di prevenzione e contenimento da svolgere negli allevamenti. I gestori devono segnalare alle ASL eventuali anomalie nel numero di polli o tacchini morti e devono effettuare test a campione, in modo da verificare se sia presente uno dei virus che causano l’influenza aviaria. È inoltre richiesto che nelle zone più a rischio il pollame sia mantenuto al coperto e che sia isolato fino al momento del trasporto nelle aree per la macellazione. Il personale deve inoltre adottare varie misure di sicurezza per evitare di trasferire il materiale virale dagli allevamenti verso l’esterno e viceversa.

Abbattimento
Secondo i dati finora analizzati dall’IZSVe, la maggior parte dei virus identificati appartengono al sottotipo H5N1, responsabile di forme di influenza aviaria ad alta patogenicità. Lo stesso sottotipo è stato rilevato in altri allevamenti in Europa, specialmente dell’est, insieme ad alcuni appartenenti al sottotipo H7.

La loro presenza ha reso necessario l’abbattimento di milioni di polli in diversi paesi europei con un sensibile danno economico, anche se sono previste compensazioni per gli allevatori. La pratica dell’abbattimento di massa è inevitabile perché nella maggior parte dei casi gli allevamenti sono di tipo intensivo, quindi tesi a massimizzare il più possibile la densità di animali negli spazi a loro riservati. Stando costantemente in strettissimo contatto, polli o tacchini si contagiano con estrema velocità, portando in pochi giorni a focolai che possono interessare centinaia di migliaia di esemplari.

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Mutazioni e diffusione
In generale, i virus influenzali mutano velocemente e se due diversi infettano contemporaneamente lo stesso organismo possono scambiarsi parte del materiale genetico, eludendo le difese immunitarie e accrescendo le loro possibilità di diffondersi.

Per molto tempo le epidemie da influenza aviaria negli uccelli erano state tutto sommato limitate, anche grazie alle attività di contenimento che si potevano attuare più facilmente negli allevamenti con una minore concentrazione di animali rispetto a oggi. Di solito avveniva che virus relativamente innocui dei sottotipi H5 o H7 passassero dagli uccelli selvatici al pollame, mutando poi in virus più letali. Era inoltre estremamente raro che questi virus iniziassero a circolare negli animali selvatici, con tutti i rischi che ne conseguono per la diffusione della malattia.

Le cose iniziarono a cambiare nella seconda metà degli anni Novanta, quando in Cina emersero le prime versioni del virus H5N1. Ci furono ritardi nella rilevazione dei casi e nella loro comunicazione alle autorità sanitarie, in un contesto con allevamenti industriali molto grandi. Negli anni seguenti versioni del virus si diffusero in altre parti dell’Asia e dell’Africa e ci furono anche episodi di trasmissione virale dagli animali agli operatori che lavoravano a stretto contatto con loro, suscitando preoccupazioni per il rischio di epidemie e pandemie da aviaria tra gli esseri umani.

Attività di controllo in un allevamento di polli a Hong Kong nel dicembre del 1997 (LARRY CHAN-POOL / ANSA / PAL)

Si pensa che in seguito il virus riuscì poi a passare agli uccelli selvatici portando a nuove versioni di H5 letali per il pollame, ma che avevano effetti poco gravi in varie specie di uccelli acquatici migratori. Questi sviluppavano quindi sintomi lievi, tali da non compromettere i loro spostamenti stagionali di migliaia di chilometri. La possibilità di spostarsi così tanto fu – ed è ancora oggi – una delle cause della ciclica diffusione dei virus H5 negli allevamenti in aree del mondo lontane da quelle di origine dei primi focolai. Secondo diversi gruppi di ricerca, il virus fu introdotto in Europa dagli uccelli acquatici migratori circa 15 anni fa.

Tra la primavera e l’estate questi animali si radunano in Siberia dove depongono le uova, rimanendo in stretto contatto con molti esemplari infetti che stanno tutto sommato bene e che si scambiano virus, portando periodicamente alla formazione di ulteriori varianti che diffondono poi in Europa, in Asia e Africa quando migrano verso sud nella stagione fredda.

Se questi animali entrano in contatto diretto, o tramite le loro feci, con il pollame degli allevamenti, si possono verificare nuovi focolai, con gli effetti cui si sta assistendo in queste settimane nel nord-est in Italia e in altre zone dell’Europa.

Nonostante i numerosi programmi per la prevenzione avviati in questi anni, le epidemie continuano a verificarsi stagionalmente, con la necessità di abbattere milioni di esemplari. Nella stagione di influenza aviaria 2020-2021, solo nell’Unione Europea sono stati rilevati più di mille focolai. I casi finora riscontrati fanno immaginare un’altra stagione difficile.

Vaccini
Come per altre malattie virali, anche in questo caso i vaccini potrebbero contribuire a risolvere il problema, ma quelli finora disponibili si sono rivelati utili nel ridurre gli effetti della malattia, ma non nel prevenire la diffusione del virus. Per questo motivo diversi paesi hanno deciso di vietarli, perché il loro impiego può rendere più difficile l’identificazione dei nuovi focolai, se gli animali non sono visibilmente malati e il tasso di mortalità negli allevamenti si mantiene entro i limiti di guardia. Alcuni paesi vietano inoltre il commercio e l’importazione del pollame vaccinato, complicando l’adozione su larga scala dei vaccini.

Il problema potrebbe ricordare a molti quello dei vaccini contro il coronavirus, che si sono rivelati altamente efficaci nel contrastare le forme gravi di COVID-19, ma meno efficaci nel ridurre la circolazione del virus e di conseguenza i nuovi contagi. È bene però ricordare che non siamo polli e che se ci ammaliamo non veniamo abbattuti, ma curati negli ospedali: un vaccino che riduce i rischi di ammalarsi gravemente evitando i ricoveri contribuisce a salvare vite sia direttamente sia indirettamente, per esempio evitando che gli ospedali finiscano sotto forte stress e non si possano occupare di tutti i loro pazienti.

Tornando ai vaccini per il pollame, negli ultimi tempi sono stati comunque raggiunti importanti progressi nello sviluppo di soluzioni che blocchino o per lo meno riducano sensibilmente la diffusione dell’influenza aviaria. La loro efficacia deve però essere misurata sul campo e non è sempre semplice farlo a causa delle limitazioni imposte sull’impiego dei vaccini negli allevamenti.

Le varianti in circolazione negli ultimi anni sono meno rischiose per gli esseri umani rispetto ad alcune circolate in passato, ma non devono essere comunque sottovalutate. Come abbiamo visto, i virus influenzali hanno un’alta capacità di cambiare e potrebbero quindi emergere varianti con caratteristiche tali da favorire il passaggio dagli animali a noi. Finora sono stati comunque riscontrati rarissimi casi di successivi passaggi tra esseri umani, che richiedono ulteriori mutazioni del virus. Se queste si verificassero diventerebbe più alto il rischio di una nuova pandemia influenzale.