Emmanel Macron e Mario Draghi (AP Photo/Domenico Stinellis, Pool)

Italia e Francia hanno firmato un trattato importante

È il cosiddetto “trattato del Quirinale”, firmato da Draghi e Macron: servirà a rafforzare la relazione tra i due paesi, a volte turbolenta

Emmanel Macron e Mario Draghi (AP Photo/Domenico Stinellis, Pool)

Venerdì 26 novembre il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Consiglio Mario Draghi hanno firmato, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il “Trattato tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Francese per una cooperazione bilaterale rafforzata”, il cosiddetto “trattato del Quirinale”, un trattato di cooperazione tra Francia e Italia che segna un importante cambiamento delle difficili relazioni degli ultimi anni tra i due paesi e che viene descritto come un momento politicamente significativo.

Tra le altre cose, il trattato potrebbe ribilanciare le relazioni tra i grandi paesi dell’Unione Europea, che si sono spesso fondate su una cooperazione e competizione stretta tra Francia e Germania. Il trattato del Quirinale, in un momento in cui il governo tedesco è in una fase di transizione, mira ad ampliare le relazioni importanti e decisive all’interno dell’Europa.

Il trattato bilaterale è stato firmato al palazzo del Quirinale, che è la sede della presidenza della Repubblica. Le Monde ha commentato che seguendo una logica istituzionale, «c’è qualcosa di incongruo nella scelta di questo luogo. I trattati, infatti, sono prerogativa del presidente del Consiglio e non del capo dello Stato». Ma si trattava di dimostrare, prosegue il quotidiano francese, «che il rapporto franco-italiano è altrettanto stretto di quello franco-tedesco, consacrato nel 1963 dal trattato dell’Eliseo [sede della presidenza francese, ndr]. Così, da un palazzo all’altro, si è imposta la scelta del Quirinale, per spingere il più possibile il parallelismo».

Il trattato dell’Eliseo – a cui soprattutto in Italia si fa riferimento – venne firmato nel 1963 dall’allora presidente francese Charles De Gaulle e dal cancelliere tedesco dell’epoca, Konrad Adenauer. Il trattato venne in parte completato e ampliato dal trattato di Aquisgrana firmato da Macron e Merkel nel 2019, e rese ancora più profondi e intensi i legami tra i due paesi e il loro peso all’interno dell’Unione Europea.

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Il cosiddetto trattato del Quirinale è stato firmato in un momento storico particolare: prima che inizi la campagna presidenziale francese del 2022, e allo scadere del mandato di Angela Merkel, che per sedici anni ha ricoperto la carica di cancelliera della Germania, e che lascerà, di fatto, un vuoto nella politica europea. Da parte loro, i francesi ci tengono a sottolineare che il patto italiano non costituisce un asse alternativo nel post-Merkel: «C’è una somiglianza di approccio, di ambizioni, ma da questo non trarrei la conclusione di una volontà strategica da parte della Francia di rivedere le sue alleanze», ha detto un funzionario dell’Eliseo citato da Le Monde.

Sandro Gozi, europarlamentare, ha a sua volta spiegato che il trattato del Quirinale «non è mai stato pensato come una replica esatta» del trattato dell’Eliseo «poiché Francia e Germania hanno 60 anni di esperienza nella cooperazione, mentre per l’Italia è la prima volta».

Il Financial Times ha spiegato che con il nuovo accordo il presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente francese Emmanuel Macron intendono rafforzare l’influenza all’interno dell’Unione Europea, traendone entrambi dei vantaggi: «Draghi utilizzerebbe questa opportunità per rafforzare la sua posizione in Europa, in un momento in cui la Germania si focalizzerà probabilmente sulla sua politica interna dopo l’uscita di scena dell’ex cancelliera Angela Merkel». Dall’altra parte, Macron potrà «beneficiare di una relazione più salda, mettendo d’accordo anche i moderati del suo paese e assicurarsi una garanzia in più per le elezioni del 2022».

Cosa c’è nel nuovo trattato
Il testo del trattato non si conosce ancora, ma secondo quanto scrivono diversi giornali è composto da undici capitoli contenenti, ciascuno, temi differenti. Dall’Eliseo hanno spiegato che l’accordo favorirà la convergenza delle posizioni e del coordinamento per quanto riguarda la politica europea, quella estera, la sicurezza e la difesa, la politica migratoria e quella economica. Ma contiene delle indicazioni anche per quanto riguarda l’istruzione, la ricerca, la cultura e la cooperazione transfrontaliera.

I governi dei due paesi si dovranno coordinare prima degli incontri del Consiglio europeo o altri incontri dell’UE, proprio per cercare di concordare una posizione comune, e un paragrafo del trattato dovrebbe essere dedicato alla collaborazione parlamentare. Si parlerebbe, al suo interno, anche di riunioni congiunte dei Consigli dei ministri, e di un vertice bilaterale che si dovrebbe svolgere ogni anno.

Uno dei punti più delicati del trattato potrebbe riguardare i settori dell’industria e dell’economia: «È probabile che la cooperazione industriale sia una cartina di tornasole per capire se il nuovo patto sarà più che simbolico», commenta Politico. Ma la presenza del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire a Roma accanto a Macron sembra indicare che la collaborazione sarà efficace.

«I legami economici tra i due paesi sono molto forti, soprattutto in termini di scambi, ma quando si tratta di investimenti, pendono a favore della Francia» spiega sempre Politico, che aggiunge che la politica industriale europea è stata tradizionalmente dominata dalla Francia e dalla Germania, che spesso sono riuscite a fissare l’agenda industriale dell’intera UE elaborando piani di investimento congiunti o spingendo insieme per una serie di riforme.

Il rapporto industriale franco-italiano è stato invece spesso complicato, con offerte pubbliche di acquisto bloccate dai rispettivi governi. Basti pensare al fallimento dell’acquisizione dell’azienda di costruzioni navali Chantiers de l’Atlantique, di cui lo stato francese è il principale azionista, da parte dell’italiana Fincantieri, o le tensioni che riguardano una possibile vendita di parti dell’azienda italiana della difesa Leonardo a un concorrente franco-tedesco. «C’è il pericolo di frizioni sul fronte degli investimenti, da sempre materia di contrasto tra i due paesi», conferma il Financial Times.

La Francia risulta essere il primo investitore straniero in Italia nel 2019, mentre gli investitori italiani si sono classificati all’ottavo posto in Francia. «Speriamo che il patto contribuisca a riequilibrare quel divario», ha commentato Paolo Formentini, vicepresidente della commissione Affari esteri della Camera, della Lega.

Dopo la firma, il testo dovrà essere sottoposto alla ratifica dei parlamenti: «Come è da prassi per i trattati internazionali, gli accordi vengono prima negoziati e firmati dai governi e poi analizzati, valutati ed eventualmente ratificati dai parlamenti», ha spiegato Gozi.

Le relazioni
Un trattato tra Italia e Francia era stato annunciato nel 2017, quando alla presidenza del Consiglio c’era Paolo Gentiloni, ma ci sono voluti anni per arrivare alla sua firma.

Quando nel 2017 Macron, un europeista convinto, venne eletto alla presidenza della Repubblica francese, la notizia venne accolta molto favorevolmente dall’allora governo italiano di centrosinistra guidato da Gentiloni. Questo slancio iniziale venne però interrotto a causa del mancato accordo tra Fincantieri e Chantiers de l’Atlantique, a causa dei problemi di gestione della crisi migratoria nel Mediterraneo centrale, e della situazione in Libia.

Nei mesi successivi, la diplomazia francese cercò di recuperare la situazione, e il 26 settembre del 2017, durante un vertice organizzato a Lione, Emmanuel Macron e Paolo Gentiloni raggiunsero un accordo sul dossier Fincantieri, e parlarono di un trattato futuro tra i due paesi.

Quel che avvenne poco dopo nella gestione delle persone migranti a Bardonecchia, in provincia di Torino, causò nuove tensioni. Ma una vera e propria crisi si concretizzò a giugno 2018, con la nascita del primo governo Conte composto da Lega e Movimento 5 Stelle. Salvini fece di Emmanuel Macron il suo principale avversario, criticandolo sulla questione migratoria e della Libia, e i 5 Stelle fecero la scelta di incontrare i gilet gialli, cosa che portò al richiamo dell’ambasciatore francese a Roma, Christian Masset.

La caduta del governo italiano, nell’estate del 2019, e la formazione di un secondo governo Conte di centrosinistra contribuirono alla riconciliazione. Il 27 febbraio del 2020 venne organizzato a Napoli un vertice franco-italiano e, con l’inizio della crisi sanitaria, le posizioni di Francia e Italia si fecero sempre più vicine.

Questo allineamento divenne ancor più evidente nel febbraio 2021, con l’arrivo di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio.

Nelle prime settimane di vita di questo nuovo esecutivo, Vincenzo Amendola e Clément Beaune, rispettivamente sottosegretario di Stato italiano per gli Affari europei e segretario di Stato francese con delega per gli Affari europei, scrissero un intervento sulla Stampa affermando che «La cooperazione italo-francese ha spesso aiutato l’Europa a progredire. Continuiamo a mantenerla viva».

«Questo trattato è stato sostanzialmente negoziato quest’anno», ha dichiarato a Le Monde un funzionario dell’Eliseo, riconoscendo che i colloqui erano iniziati nel 2018 e che avevano subìto «un certo rallentamento a causa della crisi tra i due paesi», che via via è stata superata.

Cosa si dice
In Italia, l’opposizione al Trattato è piuttosto contenuta. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha criticato il governo per non aver coinvolto il parlamento nei negoziati e ha accusato la sinistra di essere «la portavoce degli interessi francesi in Italia».

La Lega, ha detto Formentini, «è sempre dalla parte dell’interesse nazionale», ed è nell’interesse nazionale, ha spiegato, coordinarsi con la Francia soprattutto per quanto riguarda la stabilizzazione della situazione nel Mediterraneo e la questione migratoria.

Anche la destra francese non ha preso posizione contraria all’accordo. Marine Le Pen, leader di Rassemblement National, ha parlato del trattato come di una prova che i governi nazionali, e non l’UE, sono i principali attori della scena internazionale: «Mi pare in realtà un ulteriore segno del grande ritorno delle nazioni e delle relazioni bilaterali tra Paesi sovrani», ha detto al Corriere della Sera in una recente intervista.