(Maciej Moskwa/Getty Images)

L’Europa vuole respingere i migranti bloccati fra Bielorussia e Polonia

Senza esaminare le loro richieste di asilo, e contravvenendo alle sue stesse regole

(Maciej Moskwa/Getty Images)

Durante un dibattito tenuto martedì al Parlamento Europeo, il vicepresidente della Commissione Europea, Margaritis Schinas, ha esposto i piani dell’Unione Europea per i migranti e richiedenti asilo che da settimane sono bloccati al confine fra Bielorussia e Polonia. Schinas ha spiegato che non è previsto alcun piano per accogliere ed esaminare le loro richieste di protezione, come invece prevederebbero le norme europee: e anzi ha annunciato che la Commissione proporrà una specifica deroga di un articolo dei trattati europei che regola l’accoglienza e la protezione dei richiedenti asilo.

Non è la prima volta che la Commissione Europea presieduta da Ursula von der Leyen prende posizioni molto conservatrici sull’immigrazione, ma in questo caso ha fatto un passo ulteriore: di fatto proporrà di legalizzare i respingimenti indiscriminati di richiedenti asilo, vietati da diverse norme del diritto internazionale ed europeo.

«I rimpatri sono diventati la nostra principale priorità», ha spiegato Schinas: «questa non è una questione di flussi migratori, ma una grave minaccia alla nostra sicurezza».

(Maxim Guchek/BelTA via AP)

Secondo le stime della Commissione Europea, al momento si trovano in Bielorussia circa 17mila fra migranti e richiedenti asilo, di cui circa duemila al confine con la Polonia e altri 15mila nel resto del paese. Sono stati fatti arrivare in Bielorussia dal regime bielorusso, che li sta spingendo verso l’Unione Europea per tentare di mettere in difficoltà paesi di confine non abituati a gestire un flusso migratorio come Polonia e Lituania.

Parliamo di numeri irrisori, simili agli spettatori di una partita di cartello della Serie B di calcio. Lo 0,04 per cento della popolazione polacca. Molti di loro provengono dal Kurdistan siriano o iracheno, dall’Afghanistan e dallo Yemen, e se solo riuscissero a chiedere asilo avrebbero ottime possibilità di ottenere una forma di protezione.

Nel generare questa crisi la Bielorussia sta sfruttando la tradizionale ostilità dei paesi dell’Europa orientale nei confronti dei richiedenti asilo che provengono dal Medio Oriente e dall’Africa. Ma la cosiddetta protezione dei confini è un tema assai sentito nella maggior parte dei paesi europei, nessuno dei quali gradirebbe l’apertura di un nuovo, ingente flusso migratorio. «Il timore dei governi europei, ed è per questo che sono così fermi, è che se facessero entrare alcune persone questo creerebbe il mito per cui al confine fra Polonia e Bielorussia vengono fatti entrare iracheni e siriani: e che quindi non staremmo parlando di quattromila persone ma di trentamila», ha spiegato al New York Times Michal Baranowski, analista del German Marshall Fund.

La Commissione Europea lo sa bene, e per questo sta facendo di tutto per appoggiare gli sforzi della Polonia per impedire a migranti e richiedenti asilo bloccati in Bielorussia di entrare nel territorio europeo, nonostante sembrino contrari alle norme europee. Secondo l’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, infatti, a ogni persona che raggiunge il territorio dell’Unione Europea deve essere garantito il diritto di chiedere protezione. L’articolo 19 vieta inoltre esplicitamente ai paesi europei di effettuare «respingimenti collettivi» di persone.

(Territorial Defence Forces of Poland’s Ministry of National Defence via Getty Images)

Finora la Commissione e la sua controversa agenzia di protezione dei confini, Frontex, per aiutare i paesi a tenere fuori migranti e richiedenti asilo hanno sfruttato una zona grigia dei trattati, che non vietano ufficialmente di impedire anche solo l’ingresso nel territorio, prerequisito fondamentale per chiedere protezione.

Ora la Commissione vorrebbe fare un passo ulteriore. Durante il dibattito al Parlamento Europeo, Schinas ha annunciato che la Commissione avanzerà una proposta nell’ambito dell’articolo 78, comma 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. L’articolo prevede che nel caso «uno o più stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi», l’Unione possa «adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati».

Schinas non ha fornito ulteriori dettagli, che non si trovano nemmeno nel documento preparatorio della proposta, pubblicato martedì dalla Commissione. Ma dato che l’articolo prevede di fatto la sospensione temporanea delle norme europee, significa probabilmente che la Commissione chiuderà un occhio sugli eventuali respingimenti collettivi ed espulsioni che le autorità polacche potrebbero compiere nelle prossime settimane, e che secondo decine di testimonianze stanno già compiendo. «Le autorità polacche stanno respingendo sia chi prova a superare il confine sia chi è riuscito a superarlo», si legge in un recente rapporto di Human Rights Watch.

Il giornalista David Carretta, storico corrispondente di Radio Radicale dalle istituzioni europee, osserva che durante il flusso migratorio del 2015, quello della cosiddetta “rotta balcanica”, il comma 3 dell’articolo 78 «era stato usato per lanciare le relocation a favore di Grecia e Italia (ma anche Ungheria). Questa volta non si tratterà di ridistribuzione dei richiedenti asilo: semmai di legalizzare i respingimenti e facilitare le espulsioni con procedure più rapide e semplificate».

La seconda circostanza sta già avvenendo. Dalla scorsa settimana il governo iracheno sta organizzando dei voli di rimpatrio per gli iracheni che scelgono di lasciare il confine fra Bielorussia e Polonia e tornare in Iraq. Forse la parola “scelta” non è la più corretta, dato che al momento le persone bloccate al confine hanno due possibilità: rimanere nei gelidi boschi al confine polacco, sperando che prima o poi la Polonia e l’Unione Europea cambino idea, oppure tornare indietro, senza la possibilità di chiedere protezione.

«Abbiamo passato un mese in Bielorussia, ma lassù le condizioni erano dure e faceva così freddo», ha raccontato a Reuters Mohsen Addi, un uomo che appartiene alla minoranza yazida, tornato in Iraq con uno dei voli dalla Bielorussia. «Sarei rimasto lì fino alla morte, ma la mia famiglia era in pericolo. Se la situazione in Iraq non migliorerà, me ne andrò di nuovo. Non ho altra scelta».

Schinas ha annunciato che nella settimana centrale di novembre sono stati rimpatriati 638 iracheni, e che le autorità europee sono «pronte a collaborare» con quelle irachene per organizzare e facilitare nuovi voli. Per questo scopo la Commissione ha stanziato un milione di euro di fondi di emergenza. Al momento la spesa complessiva per i rimpatri dalla Bielorussia è di circa 3,5 milioni di euro.