(Stephanie Lecocq, Pool Photo via AP)

Cinque scelte di Merkel che rimarranno

Il salvataggio della Grecia e l'accoglienza senza precedenti dei migranti siriani, tra le altre: breve storia di una leader che ha cambiato gli ultimi 16 anni dell'Europa

di Luca Misculin
(Stephanie Lecocq, Pool Photo via AP)

Nei sedici anni in cui Angela Merkel ha ricoperto la carica di cancelliera della Germania – periodo che finirà presto, quando i partiti tedeschi si accorderanno per formare un nuovo governo – il mondo attorno a lei è cambiato moltissimo. Merkel iniziò a governare nel 2005, quando l’iPhone non era ancora stato commercializzato, Silvio Berlusconi era di gran lunga il politico più popolare in Italia e Greta Thunberg aveva due anni.

Ma Merkel non è stata soltanto un’osservatrice passiva dei grandi cambiamenti globali: spesso ha contribuito a indirizzare il corso degli eventi con decisioni che hanno lasciato una traccia nella storia recente, e di cui si continuerà a parlare anche nei prossimi anni.

Di grande importanza è stato per esempio il suo approccio alla cosiddetta crisi dell’eurozona.

Nel 2010 la Grecia era vicina al fallimento, e diversi altri paesi del Sud Europa come Italia, Spagna e Portogallo erano in condizioni appena migliori per via di un elevatissimo debito pubblico e di un’economia che si era impantanata dopo la crisi mondiale del 2008. Merkel progettò di fatto il meccanismo che negli anni successivi garantì decine di miliardi di euro in aiuti economici alla Grecia – e più avanti anche al Portogallo – a patto di dolorosi tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse: come del resto prescriveva la dottrina economica più in voga all’epoca, portata avanti dall’ala più conservatrice proprio del partito di Merkel, la CDU.

Gli sforzi di Merkel non furono guidati soltanto dall’ideologia. Gran parte dei debiti dello stato greco erano stati contratti con banche tedesche, che avevano tutto l’interesse affinché la Grecia non facesse default – cioè, sostanzialmente, dichiarasse fallimento – e potesse ripagare i propri debiti.

Nel 2018 il ministero dell’Economia tedesco ha calcolato fra che 2010 e 2017 le banche tedesche guadagnarono circa 2,9 miliardi di euro dalla crisi greca, in gran parte per gli interessi maturati nel tempo sui debiti dello stato greco.

La Grecia comunque non è fallita. E soprattutto è rimasta all’interno dell’eurozona: una cosa che ha evitato un effetto domino che avrebbe portato alla fine dell’euro e forse dell’Unione Europea. È un merito che oggi viene riconosciuto a Merkel anche dai suoi avversari più critici come l’ex ministro greco dell’Economia, Yanis Varoufakis: «È vero che alla fine è riuscita a tenere assieme l’eurozona», ha detto a BBC News, «ma ho serie riserve sulle politiche che ha attuato».

Molte importanti decisioni prese da Merkel nei suoi anni da cancelliera hanno questo tratto in comune: nei loro confronti convivono valutazioni positive e negative, a seconda della prospettiva da cui le si guarda.

Lo ha spiegato bene anche l’ex primo ministro greco Alexis Tsipras in un recente articolo sul giornale greco Ekathimerini. Secondo Tsipras, le scelte di Merkel negli anni della crisi della Grecia «evidenziano in modo significativo la sua ambivalenza. Da un lato i suoi tentativi di rafforzare l’egemonia tedesca nell’eurozona e di legittimare moralmente la posizione tedesca invocando regole oggettive […]; dall’altro lato, gli sforzi per mantenere coesa l’Unione Europea e per tenere viva l’immagine di una Germania europea e aperta al dialogo».

È un aspetto che riguarda anche una delle sue decisioni più celebrate, cioè la scelta di accogliere in Germania centinaia di migliaia di persone che scappavano dalla guerra civile in Siria. «Wir schaffen das», «possiamo farcela», come disse in un famoso intervento pubblico per parlare dello sforzo che sarebbe stato necessario per accogliere e integrare i nuovi arrivati. Alla fine arrivarono in Germania circa un milione di richiedenti asilo siriani.

«Le sono estremamente grato, tutti i politici dovrebbero prendere esempio da lei», ha raccontato al Financial Times Mohamed Sahly, un ragazzino di 13 anni che scappò da Damasco durante la guerra civile e arrivò fra molte difficoltà proprio in Germania.

Quella di Merkel fu una decisione coraggiosa che non aveva precedenti, e ancora oggi rimane unica nel panorama politico europeo. Nessun paese, né prima né dopo, accolse in una sola volta tanti richiedenti asilo in fuga dal Medio Oriente quanti ne ospitò la Germania in quei mesi.

Merkel mise comunque subito in chiaro che l’accoglienza dei profughi siriani doveva rimanere un evento eccezionale. Nella primavera del 2016 fu proprio Merkel a volare ad Istanbul per fare un accordo con la Turchia, a nome di tutta l’Unione Europea, perché impedisse la partenza verso l’Europa di altre migliaia di siriani che cercavano di scappare dalla guerra, in cambio di ingenti aiuti economici. La settimana successiva Turchia ed Unione Europea firmarono effettivamente l’accordo, che secondo gli esperti di diritto rimane uno dei più controversi atti di politica estera presi dall’Unione negli ultimi anni.

«Merkel ha rinunciato presto a fare pressione per raggiungere una politica europea comune e umana sull’immigrazione», hanno commentato i politologi Matthias Matthijs e Daniel Kelemen su Foreign Policy: «al contrario ha dato il via libera a un approccio per cui in sostanza l’Unione Europea paga i paesi di transito per fermare i richiedenti asilo – spesso tenuti in condizioni profondamente disumane – e impedirgli di arrivare in Europa».

L’approccio è lo stesso che l’Unione Europea ha poi applicato in simili accordi con la Libia e alcuni paesi balcanici: e che Merkel ha sempre difeso e sostenuto.

Un gruppo di migranti cammina verso il confine terrestre fra Turchia e Grecia a Edirne (AP Photo/Emrah Gurel)

Nemmeno l’altra celebrata decisione di Merkel dopo l’incidente di Fukushima nel 2011, cioè la chiusura delle centrali nucleari tedesche entro il 2022, ha saputo attirare nel tempo apprezzamenti condivisi. In molti auspicavano che la chiusura delle centrali nucleari avrebbe spinto la Germania ad accelerare sulle energie rinnovabili, cosa che a sua volta avrebbe dovuto trainare il resto d’Europa verso una produzione di energia sempre più sostenibile.

Da quegli anni la Germania ha effettivamente puntato molto sulle energie rinnovabili: in particolare su quella solare ed eolica, che oggi forniscono circa la metà della capacità totale della rete elettrica tedesca. E l’attenzione dell’elettorato e della politica tedesca nei confronti dell’energia pulita e del cambiamento climatico è aumentata a tal punto, negli ultimi anni, che la nuova presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen – tedesca e vicinissima a Merkel – ha messo in cima ai suoi obiettivi politici il cosiddetto Green Deal europeo.

Al contempo però la chiusura delle centrali nucleari in Germania ha reso necessario continuare a fare affidamento su altri combustibili fossili assai inquinanti come il carbone. Ancora oggi la Germania è uno dei paesi occidentali più dipendenti dal carbone, e un recente studio citato e spiegato da Wired ha dimostrato che dal 2011 al 2017 la maggiore dipendenza dal carbone ha generato un aumento di emissione di sostanze inquinanti come l’anidride solforosa, che a sua volta si stima abbia provocato un aumento di circa 1.100 morti all’anno per malattie respiratorie o cardiovascolari.

La dipendenza dal carbone della Germania ha inoltre fornito una copertura politica a diversi paesi dell’Europa dell’Est, ancora più dipendenti dal carbone della Germania, che negli ultimi due anni si stanno opponendo proprio alle misure più ambiziose del Green Deal europeo.

In un certo senso si potrebbe dire che sia il Green Deal europeo sia i suoi principali oppositori politici siano lontani discendenti della scelta presa da Merkel nel 2011 di chiudere le centrali nucleari in Germania.

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C’è un’altra importante decisione presa da Merkel nel settore dell’energia che avrà conseguenze ancora oggi imprevedibili su tutta Europa: la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, che collega direttamente la Germania con la Russia ed è stato completato a settembre.

Migliaia di tubi per la costruzione del Nord Stream 2 fotografati nel porto dell’isola di Rügen, in Germania (Sean Gallup/Getty Images)

Negli anni la realizzazione del gasdotto è stata criticata quasi da ogni leader europeo di alto livello, perché permetterà di fatto alla Russia di Vladimir Putin di usare le forniture di gas naturale per ricattare la Germania e gli altri paesi dell’Europa occidentale: cosa che del resto la Russia sta già facendo, su scala minore, con alcuni paesi dell’Europa orientale.

Eppure diversi analisti hanno celebrato la costruzione del gasdotto come prova della lungimiranza politica di Merkel, l’unica politica occidentale che in tutti questi anni ha mantenuto un dialogo costante con Putin. Secondo alcuni, il ragionamento di Merkel è che maggiori legami la Russia riuscirà a sviluppare con l’Europa, anche solo di tipo commerciale, minori saranno le possibilità che la Russia si isoli sempre di più dal mondo occidentale: e come sostiene una dottrina politica di grande successo, l’interdipendenza è garanzia di pace e stabilità, mentre l’isolamento alla lunga porta a incomprensioni e conflitti.

È normale che nelle decisioni importanti prese da un leader politico si possano rintracciare aspetti sia positivi che negativi, dato che spesso sono frutto di compromessi fra posizioni diverse o situazioni estremamente complesse per le quali non esiste un’unica, semplice soluzione.

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Ma Merkel sembra aver fatto del compromesso, della mediazione e della necessità di evitare conflitti a tutti i costi la principale dottrina politica del suo mandato. Lo ha dimostrato anche nell’ultima importante decisione presa nella sua carriera politica, a meno di sorprese: l’approvazione del cosiddetto Recovery Fund europeo per bilanciare la crisi economica innescata dalla pandemia da coronavirus.

Il Recovery Fund può essere descritto con buoni argomenti sia come un ambizioso trasferimento di risorse dai paesi più ricchi ai paesi più poveri e in difficoltà a causa della pandemia; sia come una risposta episodica e tardiva a una serie di crisi economiche e sociali probabilmente sistemiche nei paesi dell’Unione Europea, su cui si è deciso di non decidere per troppo tempo anche per volontà di Merkel.

«Se la reazione alla pandemia sancirà un cambiamento radicale nel paradigma dell’integrazione europea o rimarrà una misura eccezionale in tempi eccezionali», ha scritto qualche tempo fa l’economista Marco Buti, dipenderà soltanto da come si comporterà la politica europea nei prossimi anni. In cui però Merkel non sarà presente nei posti dove si prenderanno le decisioni più importanti.

Il Washington Post ha notato che Merkel si è regolarmente rifiutata di rispondere a domande sulla sua eredità politica, spiegando che fare un’analisi storica non rientra fra i suoi compiti.

Un paio di anni fa però ha risposto a una domanda interessante durante un evento politico nella piccola città di Stralsund. Qualcuno le chiese come vorrebbe essere ricordata in un libro di storia per bambini che uscirà fra cinquant’anni. «Come una che ci ha provato», rispose Merkel.